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Questioni preliminari

In questi giorni, ma già anticipati da mesi, si stanno concretizzando i primi segni del ritiro occidentale dall’Afghanistan. Come in molti altri articoli si può leggere, come in molti comunicati ufficiali viene ribadito, non si tratta di una fuga, né di un totale abbandono, perché molte forze armate legate alla Nato resteranno ancora per qualche tempo e non si può escludere il dispiegamento di mercenari.

I lettori italiani hanno certamente domande a cui è oggettivamente difficile rispondere, se non con vaghe ipotesi ed un perentorio “il tempo ci dirà”. Ciò non significa che si debba rinunciare, dunque si proverà brevemente ad affrontare alcuni quesiti in questo articolo, nel modo più semplice e chiaro possibile, sperando di non semplificare eccessivamente.

Va brevemente premesso che l’Afghanistan non abbia mai goduto di un “isolamento pacifico” dalle proprie caratteristiche geografiche: essendo zona montuosa di contatto geopolitico tra nord (Asia Centrale, Russia) e sud (Pakistan ed India), tra ovest (Iran/Persia) ed est (Cina), esso è grandissimo punto di interesse, sia per la sua potenzialità di essere un ponte quanto un muro, in altre parole per la sua centralità. Non è quindi un caso che sia stato teatro di numerosi conflitti tra grandi potenze regionali e mondiali sino dall’antichità e venga ultimamente considerato “cimitero degli imperi”, perché pochi ed estemporanei sono stati i casi in cui le popolazioni afghane siano state sottomesse e private di identità proprie negli ultimi secoli.

Ed è anche da questo presupposto che si formano alcuni rischi di malinteso: di fronte alla particolarità certamente ammirevole (da un punto di vista oggettivo, non ideologico) di questo caso, molti cadono nel romanticismo, si lasciano trasportare dal mito ed iniziano magari ad osservare la situazione come un esempio di “resistenza fiera di una terra contro grandi potenze”, raccontano l’Afghanistan come d’una “terra indomabile”. Ebbene, la realtà è più complessa e forse dovrebbe ispirare molto meno ottimismo, sempre che si possa parlare di “ottimismo”, come suggerito nel titolo.

Dunque il punto centrale dovrebbe essere: cosa succederà adesso in Afghanistan? Aspetto di cui alcuni giustamente si interrogano, sperando che non si facciano trascinare da narrazioni eccessivamente “poetiche”. Tuttavia nella maggioranza della popolazione occidentale (ed in parte anche italiana – certamente non celebre per una particolare coscienza internazionalista) c’è un altro interrogativo, più incombente, che va ad accompagnare quella di cui sopra: la missione Nato in Afghanistan si conclude con un fallimento? Dietro a ciò si nasconde un contesto misto di frustrazione e autoconsolazione, perché molte risorse (materiali principalmente) e molte attenzioni dei mass media occidentali sono state impiegate per risultati all’apparenza nulli, seppur il nemico (i talebani) sembri così malvagio da rendere ingiustificabile all’opinione pubblica nostrana una sua vittoria. Com’è possibile che degli oscurantisti possano resistere a decenni di modernità emancipatrice?

Ovviamente le domande sono tante, ma poche possono essere le risposte certe: la complessità della realtà ci impedisce di vedere con lucidità, la foga emotiva, il pregiudizio morale, la predisposizione ideologica possono ostacolare la comprensione di tutti noi. Ciò deve essere rammentato, prima di procedere.

Cosa succederà adesso in Afghanistan?

Domanda basilare a cui si può rispondere in tanti modi, occupando numerose pagine, senza però interessare seriamente la maggioranza dell’opinione pubblica: si tratta di un posto lontano, che sembra non voler cambiare, che sembra intrappolato in se stesso – ed in gran parte è vero.

La risposta più cautamente realistica è che nulla cambierà particolarmente. Per quanto i talebani siano forti ed abbiano controllo su vaste porzioni di territorio rurale, è vero oggi come dieci anni fa che molti gruppi sociali ed etnici siano ostili (quasi irrimediabilmente) e non potrebbero sopportare un secondo regime talebano, così come non hanno fatto con il primo.

Ciò può essere una buona notizia? Difficile crederlo, una volta data una prima risposta positiva (“è una buona notizia perché i talebani sono dei primitivi/oscurantisti/estremisti”) resta il dato più oggettivo: molto altri gruppi sono abbastanza paragonabili ai talebani quando si tratta di questioni come l’emancipazione femminile, anzi – paradossalmente – c’è possibilità che i talebani abbiano una maggiore disponibilità a rivedere (leggermente) le proprie posizioni rispetto a molti altri. La maggior causa di contrapposizione non è certamente sulla possibilità che le ragazze vadano a scuola od in ospedale, ci sono altri fattori conflittuali a determinare la situazione attuale e sono etnici e socio-economici: i talebani sono spesso identificati nelle popolazioni pashtu e non tutti gli afghani sono pashtu; la sensibilità alle tradizioni diverge fortemente tra contesti urbani e rurali, dunque i talebani ottengono un certo consenso per l’ostilità alla modernità occidentale.

Dati questi rapporti di forza, è possibile ipotizzare un ritorno al conflitto pieno, è possibile ipotizzare tanto una vittoria dei talebani quanto uno stallo, è possibile ipotizzare la nascita di un secondo emirato talebano, ma è molto difficile pensare ad una guerra totale che vada a concludersi con una vittoria definitiva delle parti. Così è sempre stato in passato, e le condizioni oggettive non suggeriscono che sarà diversamente nel futuro prossimo. I talebani lo sanno, lo hanno dimostrato con gli imponenti sforzi diplomatici, con i quali hanno cercato di “ripulire” la propria immagine, con parziale successo: il fatto che essi abbiano un progetto politico ben definito è il motivo per cui, come accennato prima, potrebbero essere molto più disponibili di altri a concedere riforme, che alleggeriscano la repressione moralistica. In altre parole, la Realpolitik potrebbe costringere un nuovo regime talebano ad essere più “morbido”. Ciononostante le possibilità di una stabilizzazione, attraverso la forza, per mano talebana sono molto poche.

Questo è valido anche per le altre parti. L’attuale governo afghano filoccidentale ha palesato la sua incapacità a prendere controllo del paese, eppure ha saputo conservare il sostegno di molte milizie locali ed ha rafforzato le sue forze di difesa, costruendo anche una base di consenso (prevalentemente urbana) che potrebbe alimentare la resistenza contro i talebani. Anche in questo caso non c’è nulla di nuovo e sorprendente, basti pensare (anche se spesso si dimentica o si ignora maliziosamente) a come il regime comunista afghano abbia opposto un’ostinata lotta alle forze islamiste anche dopo il ritiro delle truppe sovietiche, facendo pagare ai mujahideen un caro prezzo per la conquista dei capisaldi governativi (guarda a caso erano città).

C’è un altro aspetto che non va ignorato: i turchi resteranno, ed anzi rafforzeranno la propria presenza militare, similmente anche gli inglesi. Questo significa che i talebani sono comunque “frenati” e non potranno portare avanti una guerra offensiva vittoriosa senza che turchi (ed inglesi) lo permettano. Anche per questi motivi sono numerosi i tentativi di una soluzione politica, che veda forse i talebani integrarsi nell’attuale Afghanistan come forza politica, capace di portare avanti istanze proprie in un parlamento. Ciò non implica, però, una fine dei conflitti, perché difficilmente le varie parti saranno disposte a deporre le armi. Di nuovo: molto probabilmente non cambierà nulla e l’Afghanistan continuerà ad essere uno stato debole di un paese frammentato, capace di coesione solo dinanzi all’invasione straniera (militare, economica e culturale).

I motivi per cui si legge di nuove offensive talebane in queste ultime settimane possono essere interpretate in vari modi: un primo (quello più tipico) è di fare pressione in un momento favorevole, poiché le truppe occidentali sono parzialmente in ritirata e non sembrano intenzionate ad intervenire, per ottenere il massimo vantaggio possibile in prospettiva di nuove trattative col governo afghano filoccidentale e con gli statunitensi. C’è poi l’ipotesi – più improbabile – che effettivamente i talebani abbiano deciso di favorire il mezzo bellico a quello politico e diplomatico, contando la presenza (e l’influenza) di frangenti più “oltranzisti” tra le proprie fila. In ogni caso è troppo presto per giudicare, le informazioni a disposizione non sono sufficienti per avere certezza.

Riassumendo: le prospettive per l’Afghanistan, indipendentemente da quanto sangue verrà versato, sembrano essere abbastanza inconcludenti, almeno nel breve termine. Il vero quesito, quindi, è rivedere la situazione afghana guardando oltre i suoi confini.

La missione Nato in Afghanistan si conclude con un fallimento?

Risposta breve: no.

Chiaramente c’è una dose di provocazione in questa replica, ma è normale considerando i presupposti ufficiali con cui per un ventennio si è giustificato l’intervento occidentale in Afghanistan: davvero si poteva pensare di andare a pacificare velocemente quelle terre brulle, abitate da popolazioni tradizionalmente scettiche a presenze di eserciti stranieri, tanto da aver respinto inglesi e sovietici (solo per rimanere in ambito storico contemporaneo), e recentemente segnate da una guerra civile ferocissima? La risposta è oggi più ovvia di ieri, ma non si può certo dire che sia mancata la consapevolezza della stupidità (apparente) della missione fin dal 2001. È chiaro che le ragioni siano altre, economiche e geopolitiche.

Ma anche chiedersi se gli obbiettivi originali, definiti nel 2001, siano stati raggiunti oggi, nel 2021, ed in base a questo giudicare il successo od il fallimento della missione sarebbe superficiale. Una vittoria non si ha solo ed esclusivamente ottenendo ciò che si è voluto all’inizio della guerra, ma anche – e soprattutto – constatando quali nuove possibilità si abbiano conquistate alla fine.

L’occidente a trazione statunitense può quindi trasformare in vittoria la “sconfitta” in Afghanistan. Perché?

Se si guarda a ciò che circonda l’Afghanistan, si può notare un contesto regionale dove la presenza occidentale è sempre più debole: l’Iran dal ’79 è fuori dall’influenza occidentale, il Pakistan nell’ultimo decennio è diventato particolarmente filocinese (seppur con sue peculiarità), l’Asia Centrale non è più egemonizzata dalla Russia ma non è nemmeno sotto stretta influenza statunitense o turca. Dall’inizio del nuovo millennio, l’unico caso in cui la Nato ha saputo inserirsi nella regione abbastanza solidamente è proprio l’Afghanistan, sebbene non sia riuscita a stabilizzarlo in un nuovo regime “libero e prospero”.

Nel 2021, in un contesto appunto calante dell’imperialismo statunitense ed inglese in oriente, paradossalmente aver fallito nel costruire un Afghanistan stabile, libero e prospero può essere in un certo senso un vantaggio: il vicino Pakistan, paese filoccidentale che ha contribuito largamente alla vittoria dei mujahideen contro i comunisti afghani ed i sovietici, è oggi molto vicino alla Cina e forse anche l’Afghanistan avrebbero potuto seguirne l’esempio, a discapito degli interessi del capitalismo occidentale (che prevedono in questo caso un contenimento della Cina ed un ostacolo alla Nuova Via della Seta).

L’Afghanistan è quel buco nero potenziale di cui l’occidente potrebbe usufruire per risucchiare l’intera regione nel caos. Non è da dimenticare, per esempio, che lo Xinjiang, regione che già da decenni ha sofferto un rapido e pericoloso incremento del terrorismo islamico e che oggi è già bersaglio della propaganda anti-cinese, è vicinissimo, e per un lembo di montagne addirittura confina con l’Afghanistan. Tra gli uiguri si sono registrati casi di adesione ad Al-Qaida ed a Daesh, oltre ad organizzazioni fondamentaliste autoctone. Situazione pericolosamente simile si ha in paesi dell’Asia Centrale come il vicino Tajikistan (paese già flagellato da una guerra civile negli anni Novanta). In altre parole, al momento e se ritenuto necessario, la Nato può decidere di alimentare il conflitto afghano per poi sperare che questo valichi i suoi confini e colpisca i paesi vicini, “sacrificabili” in chiave anti-cinese e certamente non più filoccidentali, come già scritto. Non è – ancora una volta – una novità, poiché su questo principio gli statunitensi hanno costruito la propria strategia geopolitica antisovietica negli anni Settanta ed Ottanta, su questo principio si è dato sostegno alle insurrezioni islamiste in Afghanistan che hanno portato alla situazione attuale. Si tratta solo di rispolverare e di attualizzare quel piano offensivo, che all’epoca non ha portato i risultati sperati dal capitalismo occidentale, ma che ha comunque mostrato una potenzialità non trascurabile.

In questa ottica, ed anche riprendendo le considerazioni sulle prospettive dell’Afghanistan di cui sopra, bisogna capire che gli Stati Uniti, la Turchia ed il Regno Unito in particolare, la Nato in generale non hanno interesse a realizzare (o lasciare realizzare) una pacificazione afghana, anzi hanno vantaggio ad alimentare una tensione a bassa intensità, con cui mantenere (e possibilmente controllare) il conflitto locale con la speranza di poterlo poi diffondere a macchia d’olio in tutta la regione, se ritenuto necessario. Ciò va a scontrarsi tanto con le intenzioni del governo filoccidentale afghano quanto con quelle dei talebani, poiché entrambe le parti sono più propense ad una risoluzione interna, indipendentemente dall’essere pacifica o violenta, purché resti “tra afghani”. Non potendo quindi confidare nella lealtà dei laici afghani, né nella irruenza bellicistica dei talebani, potrebbe essere conveniente per il capitalismo occidentale una crescita di altre forze, come Al-Qaida e Daesh (che già sono operative in territorio afghano ed in alcuni frangenti hanno messo in difficoltà i talebani). Nulla di nuovo: semplicemente riadattare e ripetere quello che è stato fatto in Siria (ed in Iraq).

Per usare una metafora, l’Afghanistan, il “cimitero degli imperi”, potrebbe essere contaminato ed usato come “bomba sporca” con cui colpire gli stati vicini, e con essi i crescenti interessi cinesi e russi.