Patrizia gira in piazza San Magno: a Legnano, nella sua piazza centrale, ci arrivi anche senza volerlo. Tutte le strade portano lì. Sono le 10 del mattino. Patrizia, sino a quindici giorni fa, lavorava in un negozio di abbigliamento, che ora l’ha licenziata. Aveva un contratto a tempo determinato, che si rinnovava ogni tre mesi per 4 ore al giorno di lavoro, anche se Patrizia, con un accordo illegale con il proprietario del negozio, ne faceva 8, con 4 ore pagate fuori busta (“una paghetta da schiavetta”, pensa Patrizia). La ragazza ha 23 anni e ora che non lavora più va a fare spesa, il mattino. Per fare spesa ha 12 euro, quelli che, fiduciosa, le dà la madre, poiché a casa le cose non vanno bene per niente: il padre lavorava in un calzaturificio ed è in cassa integrazione da oltre un anno; il fratello, Andrea, ha preso per un anno e mezzo il reddito di cittadinanza senza che mai il Centro dell’Impiego lo chiamasse per una proposta di lavoro. Ora il reddito glielo hanno tolto e addirittura l’Inps gli ha inviato una lettera chiedendogli di restituire tutto il reddito di un anno e mezzo perché al momento della domanda non aveva ancora compiuto i 26 anni e sino ai 25 anni di età “come dovresti sapere, devi essere mantenuto dalla famiglia”. Andrea non lo sapeva ed ora è terrorizzato poiché non sa come restituire i soldi all’Inps e pensa a com’è la sua famiglia: la madre ha una pensione da commerciante di circa 600 euro al mese, il padre è in cassa integrazione e Patrizia non lavora più. L’ultima bolletta del gas che è arrivata è di 420 euro. Una mazzata, e fortuna che l’hanno potuta rateizzare, se no toccava andare a prendere un piccolo prestito alla Fideuram. Patrizia entra alla Conad: prende mezzo chilo di spaghetti, che sono quasi raddoppiati di prezzo, una confezione con tre scatolette di tonno, quella che costa meno (“facciamo due spaghetti al tonno, oggi”, le ha detto la madre), una filetta di pane, l’insalata, l’aglio, un litro di vino bianco nelle buste. Per oggi è il pranzo di famiglia e i 12 euro sono finiti. Per la cena Patrizia uscirà dopo.
Stefano viveva ad Ancona e lì aveva fatto ingegneria. Laureato a pieni voti. Dopo la laurea si era messo subito a cercare lavoro. Dopo tre mesi l’aveva trovato: un lavoro da “esterno” per un’azienda di metalli. Lui doveva progettare piccoli marchingegni per la lavorazione dell’acciaio. Doveva farlo da casa, con il computer, poiché il datore di lavoro gli aveva confessato che se l’avesse fatto venire in azienda poi la sua continua presenza avrebbe dato nell’occhio e il lavoro in nero sarebbe saltato. “Me fanne ‘na multa de la madonna”, gli aveva detto il principale, in dialetto. Come “esterno” Stefano guadagnava dalle 400 alle 600 euro al mese, dipendeva dalle commesse. Ha continuato in questo modo per oltre un anno. Finché non ha trovato un posto di lavoro, come ingegnere, in Germania, ad Amburgo: 2.500 euro al mese, corsi gratuiti di aggiornamento, bonus aziendale per l’affitto della casa. Giorgia, la fidanzata, commessa a tempo determinato in un supermercato di Chiaravalle, ogni tre mesi “con il culo stretto” in attesa di sapere se il contratto veniva o no confermato, ha deciso di raggiugerlo ad Amburgo. Si sposeranno lì. Giorgia è contenta della scelta, anche se le si stringe il cuore a pensare di fuggire da Mezzavalle, da Sirolo, dal meraviglioso mare di Ancona.
A Potenza, Donatella aveva aperto un negozio di parrucchieria, 4 anni prima del lockdown. Mutuo agevolato, ma comunque 300 euro al mese. Più l’affitto del locale, altre 500. Più le bollette, più le tasse. Doveva lavorare molto per sostenere l’avvio del negozio. E lavorava, poiché era brava e teneva i prezzi bassi. Poi il lockdown: tutto chiuso, “tutto in merda”. Ma, sempre, 300 euro per il mutuo e 500 per l’affitto. I primi mesi del lockdown aveva ricevuto un piccolo sussidio dal governo. Poi basta. Ed ora la parrucchieria è chiusa, nessuno l’ha più voluta: è come se i due anni di chiusura l’avessero maledetta, di fronte alla città, alle sue ex clienti. Ora, Donatella fa le pulizie nelle case, tutto a nero, naturalmente, a 5 euro l’ora, poiché quando ne ha chieste 7 le hanno detto che “fuori c’è una fila di morti di fame che verrebbero anche per tre euro e se le 5 euro all’ora non ti stanno bene puoi anche lasciar perdere”.
Peppino è di Aglientu, in provincia di Sassari. Si è laureato in Lettere all’Università di Cagliari. Ha divorato Gramsci, si è innamorato di Gavino Ledda, sognava di insegnare. Ma dal momento della sua laurea i concorsi sono stati rari, i pochi posti trovati erano tutti nel nord d’Italia, tutti precari. Per il lunghissimo precariato scolastico, come si sa, come benissimo sa. E lui non può lasciare la famiglia: la madre, casalinga, è stata colpita precocemente dall’alzheimer e la pensione da messo comunale del padre basta appena a pagare la badante, mandare avanti la casa e far finire l’Istituto Tecnico al fratello minore di Peppino. Al quale a volte gli viene da pensare: “Ma perchè dobbiamo dare per scontato che per un anziano colpito da alzheimer si debba assumere una badante? Costituire in casa un’assistenza sanitaria privata? Lo Stato dov’è? Perchè le Basi militari nucleari qui nella mia Isola, perchè tutto questo mare di soldi per il riarmo nazionale e non una svolta creativa e di civiltà nell’assitenza sanitaria, come potrebbe essere il fatto che sia il sistema sanitario nazionale a fornire alle famiglie in difficoltà una badante? Quanti posti di lavoro stabilizzati si creerebbero? Quanto aiuto ci sarebbe per le famiglie non facoltose? Sto forse delirando o mi sembra di delirare perchè ormai diamo per scontato che lo stato borghese non può nemmeno pensarle queste cose?”.
Studiando, Peppino, aveva imparato che uno degli sbocchi dei giovani proletari sardi era la divisa, spesso l’Arma dei Carabinieri. Da ragazzo leggeva questa storia come un destino che non poteva e non doveva appartenergli. È invece finito nella Brigata Meccanizzata “Sassari”, stipendio decente, rischio di essere spedito su fronti di guerra lontani, quelli decisi dalla Nato, ma per ora vicino ai genitori. E totale caduta delle illusioni. Pura infelicità.
Questa è oggi, l’Italia. Il Paese nel quale parte nottetempo un telegramnma dei padroni e gli operai della GKN vengono licenziati, in cui il capitale tenta con tutte le sue forze di mettere in mezzo alla strada gli operai della “Caterpillar” e di decine e decine di altre fabbriche, cantieri navali e sistemi produttivi. E spesso, molto spesso, è peggio, molto peggio, con gli oltre suoi 10 milioni di disoccupati, con le centinaia di migliaia di negozi chiusi per lockdown, con il 50% dei giovani senza occupazione, con la media del salario più bassa dell’intera Unione europea, con la media delle pensioni che più bassa c’è solo nella Grecia distrutta dall’Ue germanizzata, con una disoccupazione femminile di circa l’11% , con circa 6 milioni di persone finite nella povertà assoluta e circa 12 milioni nella povertà relativa, con un’ansia sociale segnata dal lavoro che non si trova, dai mutui per la casa e le bollette che non si riescono a pagare, con la spesa che non si riesce a fare, con gli anziani che non si sa più come curare e assistere, con le liste ai Cup che ti fanno attendere anche un anno per una Tac e con i soldi che non ci sono, per circa il 70% delle famiglie, per curarsi i denti, per una visita specialistica, per un esame diagnostico in una clinica privata quando proprio non puoi aspettare un anno per vedere perché hai quel dolore all’addome. Quel nodulino alle mammelle.
In che quadro internazionale si colloca tanta miseria sociale, tanta difficoltà per il presente e tanta disperazione per il futuro, specie per le giovani generazioni?
In un quadro di guerra, di sottomissione totale dell’Italia alle politiche di guerra degli Usa e della Nato, in un quadro segnato dal pericolo reale che la Nato ci porti in guerra e ci porti dentro un conflitto mondiale. In un contesto già caratterizzato, in Italia, da circa 25 miliardi di spese militari annue, alle quali ora si aggiungono pesantemente le spese per l’invio delle armi in Ucraina volte ad armare non solo l’esercito ucraino filo-americano ma anche le milizie ucraine nazifasciste.
La Nato, dispiegandosi ormai su di un territorio che va dall’Ovest all’Est, dal Nord al Sud del vecchio continente, non solo ha messo in campo una micidiale Nato europea, di natura militare convenzionale e nucleare, ma si accinge ora a dare forma e sostanza ad un’altrettanta micidiale Nato asiatica convenzionale e nucleare.
In questi giorni di fine maggio Biden è stato pericolosamente in Asia. Ha incontrato il neo-eletto presidente sudcoreano Yoon Seok-youl, il premier giapponese Kishida Fumio, gli esponenti del Quad (Quadrilater Security Dialogue, l’alleanza Indo-Pacifica in chiave anticinese formata da Usa, Australia, Giappone, India) e i rappresentanti dell’Aukus (Gran Bretagna, Usa, Australia), quell’Aukus che solo pochi mesi fa ha deciso di fornire l’Australia di sommergibili a testata nucleare da sguinzagliare lungo tutti i mari della Cina del Sud. E prima di partire per l’Asia il Presidente Usa aveva già incontrato a Washington gli esponenti dell’Asean (Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico, formata da Brunei, Cambogia, Filippine, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Singapore, Thailandia, Vietnam, Papua Nuova Guinea).
Il primo atto del viaggio di Biden nel continente asiatico è stata la conferma della presenza dei 30 mila soldati Usa nella Corea del Sud e l’avvio di nuove esercitazioni militari in questo Paese in versione anti Corea del Nord. Atto secondo, il lancio di un Appello ai “Paesi democratici” dell’Asia per il sostegno alle politiche di autonomia/secessione di Taiwan dalla Cina. Ciò per replicare, in senso anticinese, la crisi ucraina, con Taiwan come esca per la guerra e la Cina come vero obiettivo al posto della Russia.
La mission di Biden in Asia, questa è la sintesi, è quella di dare avvio alla costruzione di una grande NATO asiatica, per unire la NATO dispiegata ormai per tutta l’Europa con la NATO che va costituendosi in Asia attorno al perno della nuova e pericolosissima militarizzazione giapponese, giungendo, dunque, ad una NATO globale in grado davvero di scatenare e sorreggere un conflitto mondiale.
La profondissima crisi sociale italiana, la miseria di massa, la crisi ucraina, il tallone di ferro rappresentato dalla Nato in Europa e nel nostro Paese, il progetto di costruzione della nuova Nato asiatica, il rafforzamento continuo delle Basi militari Usa e Nato in Italia con il loro terrificante arsenale atomico, le sempre più ingenti spese militari che sottraggono risorse allo stato sociale e alle residue garanzie sociali per la classe operaia e l’intero mondo del lavoro: tutto ci dice che questo sarebbe il tempo dei comunisti, delle loro lotte, della loro responsabilità sociale e storica.
Ma i comunisti italiani dove sono?
Non se ne vede, non se ne percepisce la presenza e l’azione. Nella percezione di massa (di massa, non nei nostri circuiti, nei nostri circoli) non esistiamo.
Ognuno dei tre partiti comunisti italiani vive da solo, in sé e per sé. Quando uno di questi partiti organizza un convegno contro la guerra con 50 persone, tale convegno è giudicato un successo. Peccato che l’intero movimento operaio non ne sappia niente, che non se ne accorga nemmeno, peccato che quel convegno, alla fine, serva davvero a poco per la costruzione di un movimento di massa e di popolo contro la guerra e contro la Nato e a poco serva per riavviare una lotta di massa e di classe contro il governo Draghi e contro le politiche dittatoriali dell’Ue.
Vivere in sé e per sé, come fanno i tre piccoli partiti comunisti italiani, non è certo il modo migliore per avviare quel processo unitario tra comunisti che, di fronte allo stato di cose presenti, sarebbe necessario come il pane.
Tutti e tre assieme, il PC, il PCI e il PRC avranno circa 13 mila iscritti. Ma poiché il rapporto tra iscritti e militanti non è più certo quello storico del vero PCI (un militante ogni 10 iscritti), l’insieme dei militanti dei tre partiti comunisti attuali non arriverà forse a 1.000. Pochi e divisi in tre organizzazioni spesso in competizione e lotta tra loro.
L’unità dei comunisti sarebbe oggi davvero importante. Questa unità favorirebbe di molto la costruzione di un movimento di massa contro la guerra e la ripresa delle lotte sociali.
Ma i gruppi dirigenti di questi tre partiti vivono l’unità come un grande fastidio, vivono la proposta unitaria come una grande rottura di scatole, la vivono solo come uno scardinamento dei loro assetti, poiché ciò che davvero sembrano volere più di ogni altra cosa la è perpetuazione delle loro tre piccole e chiuse casematte. I tre partiti debbono avere i loro “grandi dirigenti” e i loro “grandi segretari”.
Entrando così in solenne contraddizione con l’esigenza storica della lotta contro la guerra e contro la miseria di massa oggi ancor più aggravata dalle politiche di guerra del governo Draghi.
Nessun dirigente dei tre partiti comunisti ha oggi il coraggio di mettere in discussione se stesso e la sua piccola organizzazione nella ricerca di un progetto più grande, e soprattutto più utile al movimento contro la guerra e al movimento operaio complessivo: superare la divisione, la polverizzazione comunista e costruire l’unità in un solo partito comunista.
Crediamo, peraltro, che la forte spinta centrifuga, nell’area comunista generale italiana, sia essa stessa un segno della crisi del movimento comunista: poichè non si riesce a risolvere la questione dell’unità ognuno va per la sua strada, in un carnevale di sigle, riviste on line, gruppi e movimenti d’ispirazione comunista tendenti, a volte, alla glorificazione di se stessi. Crediamo sia giunta l’ora, anche per tutte queste riviste e gruppi, di porsi il problema dell’unità. “Cumpanis”, lo garantiamo, non si vive come l’epicentro del mondo, ma come uno strumento per l’unità, pronto a superarsi nel processo unitario.
Certo, di per sé l’unità non risolverebbe la “questione comunista” italiana, oggi gravissima, sia sul piano dell’elaborazione teorica che sul piano del radicamento e del legame di massa.
Ma un processo unitario darebbe passione all’intero movimento comunista italiano, la vasta diaspora comunista non più organizzata in partiti avrebbe un nuovo e forte motivo per riprendere la militanza, gli stessi, attuali, militanti dei partiti presenti – dallo stato d’animo forse non entusiastico – sarebbero mossi da nuovo entusiasmo e la stessa, oggi mancante, spenta, ricerca politico-teorica avente l’obiettivo di dotare il partito comunista di un apparato ideologico all’altezza dei tempi e dello scontro di classe, potrebbe riprendere slancio.
È chiaro, per essere franchi, che le differenze ideologiche che si sono addensate tra i tre partiti (PC e PCI molto più simili, PRC forse più lontano) non sono di pochissimo conto. Ma un processo unitario potrebbe avere la forza di avviare una nuova ricerca politico-teorica, una ricerca non volta ad una sintesi teorica al ribasso ma ad una messa a fuoco della questione dell’avanguardia rivoluzionaria oggi. Per un partito essenzialmente volto all’organizzazione del consenso di massa attraverso la lotta, fortemente democratico al suo interno e incline al lavoro unitario e di massa.
Peraltro, l’uscita dalla Nato è imposta dallo stato di cose presenti; la subordinazione dell’Ue agli Usa e alla Nato, assieme alle politiche europee iperliberiste e di guerra di Bruxelles, dicono esse stesse che è necessario, per gli interessi popolari, uscire dall’Ue e dall’Euro. Dunque, in un processo unitario, sarebbe il peso stesso della situazione concreta a facilitare la divisione del grano dall’oglio, sul piano politico e teorico. L’attacco padronale è così forte e impunito che è esso stesso a ricollocare al centro delle cose lo scontro capitale-lavoro, come il reiterato attacco al diritto al lavoro e alle condizioni sociali delle lavoratrici e di tutte le donne è lì a dirci che la questione più generale dei diritti civili è legata, come in un tutt’uno, alla questione di classe.
Ma i vari gruppi dirigenti tacciono, sempre più lontani l’uno dall’altro. Presuntosi e insieme irresponsabili verso il movimento operaio nel loro atteggiamento di chiusura autoreferenziale e di accidia politica.
Forse sarebbe ora che a muoversi, prescindendo dai gruppi dirigenti raggelati, fossero le stesse basi militanti dei diversi partiti comunisti.
Poiché, ne siamo certi, se uniti di fronte ad una fabbrica in crisi o davanti ad una Base Nato, i militanti comunisti, oggi tenuti separati dai gruppi dirigenti, scoprirebbero che non vi sono motivi profondi per rimanere divisi, che la loro ormai temporalmente lunga divisione ha piuttosto l’aurea di uno strano mistero, invece che basi materali concrete. E che, uniti in una lotta comune, in una ricerca politico-teorica comune, nessun motivo ci sarebbe per perpetuare la divisione.
Un tempo, tra gli editorialisti, era spesso usata, a mo’ di chiusura di un articolo, la domanda iconica “Se non ora, quando?”.
Bene, oggi di fronte alla guerra e alle disperate condizioni di vita di tanta parte del proletariato italiano, per l’unità dei comunisti ha piena legittimità la stessa domanda: “Se non ora, quando?”.


