L’avanguardia della classe operaia ha il compito di guida e di direzione strategica e tattica nella lotta politica, ma soprattutto di essere centro educativo per l’edificazione teorica delle operaie e degli operai militanti. In quest’ottica, rimane fondamentale la chiarezza e la disciplina mentale da parte delle compagne e dei compagni operai per evitare qualsiasi ritorno revisionista, ovvero qualsiasi arretramento teorico.
Il revisionismo, il filone revisionista del marxismo, si è sempre mosso su diversi campi i quali hanno abbracciato gli aspetti teorici, molto spesso gli aspetti politici ed economici. Tra gli effetti di tale processo revisionista possiamo annoverare la svendita della funzione dei sindacati nelle fabbriche e nelle aziende, e lo svuotamento de facto della funzione pedagogica, educatrice, dei partiti politici. È sempre bene ricordare che la lotta di classe, come Engels ci ha indicato e Lenin ci ha più volte ribadito, si combatte sui tre fronti: teorico, politico ed economico. Difatti, “secondo Engels, esistono non due forme della grande lotta socialdemocratica (politica ed economica) - come si pensa abitualmente fra noi -, ma tre, ponendosi accanto a queste anche la lotta teorica.” [vedi V. Lenin, Che fare?, Milano, edizioni Lotta Comunista, 2015, p. 66]. Al quale aggiungiamo il fronte organizzativo, oggi più aperto che mai.
E tra i tanti fronti di lotta e conflitti di classe in atto, vi è un punto che Marx rimarca nella sua Critica al Programma di Gotha che nei decenni è passato nel dimenticatoio, ed è stato spesso persino confuso arrendevolmente anche da molti compagni. Ovvero, il nesso tra la produzione dei beni di sussistenza e la loro distribuzione. La tesi, cioè, che il “socialismo volgare”, come da definizione di Marx, abbia attaccato l’alternativa strutturale di società, il socialismo in quanto fase infantile del comunismo, proprio applicando una radicale scissione tra il modo di produzione dei beni di consumo e il modo di distribuzione di tali beni. Uno dei punti dai quali parte la revisione teorica dell’impostazione rivoluzionaria di Marx è l’ufficializzazione di tale scissione. Il socialismo volgare ha volutamente certificato, in un certo qual modo, la scissione radicale tra la produzione e la distribuzione, relegando il concetto di socialismo, che in tal modo diventa revisionismo e riformismo, all’interno del modo di distribuzione, dimenticando assolutamente la questione della produzione e della proprietà dei mezzi atti alla produzione: “La ripartizione degli oggetti di consumo è ogni volta soltanto conseguenza della ripartizione delle condizioni di produzione. Ma quest’ultima ripartizione è un carattere del modo stesso di produzione. Il modo di produzione capitalistico, per esempio, poggia sul fatto che le condizioni oggettive della produzione sono a disposizione dei non operai sotto forma di proprietà del capitale e proprietà della terra, mentre la massa è soltanto proprietaria della condizione personale della produzione, della forza-lavoro. Essendo gli elementi della produzione così ripartiti, ne deriva da sé l’odierna ripartizione dei mezzi di consumo. Se le condizioni di produzione oggettive sono proprietà collettiva degli operai stessi, ne deriva ugualmente una ripartizione dei mezzi di consumo diversa dall’attuale. Il socialismo volgare ha preso dagli economisti borghesi (e, a sua volta, una parte della democrazia l’ha ripresa dal socialismo volgare) l’abitudine di considerare e trattare la distribuzione come indipendente dal modo di produzione, e perciò di rappresentare il socialismo come qualcosa che si muova principalmente sul perno della distribuzione.” [vedi K. Marx, Critica al programma di Gotha, Roma, bordeaux edizioni, 2018, p. 18]
Lo slegare nettamente la distribuzione dalla produzione, e “rappresentare il socialismo come qualcosa che si muova principalmente sul perno della distribuzione”, ha causato l’emergere della retorica borghese della “equa distribuzione della ricchezza” dimenticando la questione della proprietà dei mezzi di produzione; proprietà, nel capitalismo, in mano ai capitalisti, alla borghesia. Dopotutto, “la concezione materialistica della storia parte dal principio che la produzione e, con la produzione, lo scambio dei suoi prodotti siano la base di ogni ordinamento sociale; che, in ogni società che si presenta nella storia, la distribuzione dei prodotti, e con essa l’articolazione della società in classi o stati, si modella su ciò che si produce, sul modo come si produce e sul modo come si scambia ciò che si produce” [vedi F. Engels, AntiDuhring, Milano, edizioni Lotta Comunista, 2014, p. 323], e che anche la riproduzione della vita sia momento storico determinante. Relegando il socialismo essenzialmente nella distribuzione, come fatto dai socialisti volgari di ieri e di oggi, si esce dal terreno del materialismo storico in quanto colonna portante per la comprensione di qualsiasi transizione di società, con la volontà di migliorare ma conservare lo status quo, e nel capitalismo lo status quo è la società borghese e la dittatura della borghesia.
Difatti, nel capitalismo, le condizioni oggettive della produzione, e dello scambio di ciò che viene prodotto, sono nelle mani della borghesia la quale detiene la proprietà [privata] dei mezzi di produzione e di scambio, lasciando alla classe operaia le condizioni soggettive della produzione, ovvero condizioni personali legate alla riproduzione della forza-lavoro, da vendere successivamente alla classe dei capitalisti; nel socialismo, invece, anche le condizioni oggettive della produzione, e dello scambio di ciò che verrebbe prodotto, sarebbero nelle mani della classe operaia la quale deterrebbe la proprietà [comune] dei mezzi di produzione e di scambio.
La cesura tra il marxismo e la concezione materialistica della storia, da una parte, e il campo revisionista dentro e fuori il mondo socialista e comunista, dall’altra, avviene largamente su questo punto. Il revisionismo, il socialismo volgare, si muove con destrezza sulla differenziazione tra distribuzione e produzione, e in tale scissione, essa si focalizza solamente sulla distribuzione dei beni di consumo. Il socialismo, nel senso marxista del termine, invece, unisce produzione e distribuzione all’interno di uno stesso percorso sociale, poiché se la proprietà dei mezzi di produzione è comune, e nel socialismo lo è, ne segue una coerente modalità nella ripartizione dei mezzi di consumo. Rimane, quindi, una chiara mistificazione, un vero trucco da prestigiatore ai danni naturalmente dei salariati, auspicare una “equa distribuzione” dei beni di consumo all’interno, tra l’altro, di una società in cui vige una “iniqua” proprietà dei mezzi di produzione. Anche la definizione stessa di classe sociale è legata alla produzione, ovvero al legame che si stabilisce con la modalità della produzione. Essere parte o meno di una determinata classe sociale dipende dal rapporto che si ha all’interno del modo di produzione.
Non è difficile vedere in questa cesura, volutamente ricercata, l’annullamento della prospettiva rivoluzionaria della classe operaia. È un dato di fatto che il relegare il socialismo solo sul modo di distribuzione dei beni di consumo sia stato un atto di puro riformismo intriso di becero opportunismo, e che tale atto sia stato solo il primo passo di un graduale ma inesorabile smottamento delle forze politiche marxiste verso il falso socialismo. Dal discorrere solo di “equa distribuzione della ricchezza“, usando la terminologia borghese, si è arrivati al discorrere solo di diritti civili. Quello che Marx chiamava “socialismo volgare” ora è puro liberalismo. Dopotutto, il lavoro che ci accingiamo a compiere consiste proprio nel demolire il falso socialismo dal punto di vista teorico, prima che politico.
Ma vi è un altro aspetto della distribuzione che è a monte rispetto al modo di produzione. Non vi è solo la distribuzione delle merci prodotte, ma una fase distributiva precedente che certifica, determina, il modo di produzione corrente. In particolare, “prima di essere distribuzione dei prodotti, la distribuzione è: 1) distribuzione degli strumenti di produzione, e 2) – il che è un’ulteriore determinazione del medesimo rapporto - distribuzione dei membri della società fra i diversi generi di produzione.” [vedi K. Marx, Per la Critica dell’Economia Politica, Milano, edizioni Lotta Comunista, 2009, p. 216]
La distribuzione dei mezzi di produzione e dei membri della società fra i diversi rami della produzione determina il modo di produzione, determina gli attori della produzione, determina le classi. Naturalmente, “rispetto al singolo individuo, la distribuzione appare naturalmente come una legge sociale che condiziona la sua posizione nella produzione all’interno della quale esso produce, e che quindi precede la produzione. L’individuo in origine è privo di capitale, privo di proprietà fondiaria. Per nascita è costretto dalla distribuzione sociale a dedicarsi al lavoro salariato. Ma questo stesso suo non avere altre risorse è il risultato del fatto che il capitale, la proprietà fondiaria esistono in quanto agenti autonomi della produzione.” [vedi K. Marx, Per la Critica dell’Economia Politica, Milano, edizioni Lotta Comunista, 2009, p. 215] Nella sequenza “… - distribuzione (sociale) – produzione - distribuzione (di merci) - …”, “la distribuzione dei prodotti è evidentemente solo un risultato di questa distribuzione”, quella cioè sociale, a monte, “che è compresa nel processo produttivo stesso e che determina l’articolarsi della produzione.” [vedi K. Marx, Per la Critica dell’Economia Politica, Milano, edizioni Lotta Comunista, 2009, p. 216]
In quest’ottica, stiamo discutendo di un sistema di società storicamente determinato in cui, per qualsivoglia motivo, si è dentro una modalità di distribuzione sociale la quale ha determinato il modo di produzione e la successiva distribuzione dei beni prodotti. Siamo considerando, ovvero, una società incorniciata, statica da un punto di vista della maturità delle forze produttive, fermo immagine con un suo modello di produzione già definito. Ma ciò non è tutto, poiché la distribuzione sociale, a monte, per esempio dei mezzi di produzione, anche se storicamente determinata e congelata nel rapporto tra forze produttive e rapporti di produzione, può subire modifiche da nuovi modi di produzione emersi dall’interno, a causa proprio di un corto circuito tra le evolute forze produttive e i rudimentali rapporti di produzione, oppure portati da fuori tramite la conquista: “stabilire quale rapporto esista tra questa distribuzione e la produzione che essa determina, è evidentemente una questione che si pone nell’ambito della produzione stessa. Se poi si dovesse affermare che allora, poiché la produzione deve prendere avvio da una certa distribuzione degli strumenti di produzione, almeno in questo senso la distribuzione precede la produzione, ne costituisce la premessa, a ciò si deve rispondere che la produzione ha effettivamente le sue condizioni e i suoi presupposti, che costituiscono momenti della stessa.” [vedi K. Marx, Per la Critica dell’Economia Politica, Milano, edizioni Lotta Comunista, 2009, p. 216-217] In definitiva, dall’interno oppure dall’esterno di ogni società storicamente costituita, vivono forze attive, antagoniste, rivoluzionarie, più evolute rispetto agli antiquati rapporti della produzione, se emergenti dall’interno, oppure conquistatrici, se dall’esterno, le quali, nel tempo, hanno teorizzato oppure cementificato modalità di produzione assolutamente differenti.
Una rivoluzione socialista, per esempio, che porterebbe la classe operaia al potere, modificherebbe la distribuzione a monte, per esempio dei mezzi di produzione, poiché sarebbe diverso il modo di produzione da implementare rispetto a quanto avuto in una società a trazione capitalistica. Dall’esterno, invece, Marx è chiaro: “in tutti i casi di conquista, tre son le possibilità. Il popolo conquistatore impone al conquistato il proprio modo di produzione (ad es., gli Inglesi in Irlanda, in questo secolo, e, in parte, in India). Oppure, il conquistatore consente la sopravvivenza del precedente modo di produzione e si contenta di tributi (per es., Turchi e Romani). Oppure, c’è una reciproca influenza, da cui nasce qualcosa di inedito, una sintesi (in parte questo è il caso delle conquiste germaniche). In ogni caso, il modo di produzione - sia quello del popolo conquistatore, sia quello del popolo conquistato, sia quello che risulta dalla mescolanza di entrambi - è determinante per la nuova [forma di] distribuzione, che si impone. Per quanto appaia presupposto del nuovo periodo della produzione, la distribuzione è, essa stessa, un prodotto della produzione - e non solo della produzione in un senso storico generale, ma anche in un senso storicamente determinato.” [vedi K. Marx, Per la Critica dell’Economia Politica, Milano, edizioni Lotta Comunista, 2009, p. 217]
Gli esempi che Marx riporta sulla conquista e, quindi, sulla forzata implementazione di una diversa distribuzione sociale, effetto di una diversa modalità di organizzare la produzione sociale introdotta dall’esterno, sono interessanti: “i Mongoli, ad es., con le loro devastazioni in Russia, agivano in modo conforme alla loro produzione - la pastorizia -, fondamentale condizione della quale è l’esistenza di grandi estensioni disabitate. I barbari germanici, per i quali la produzione tradizionale era la coltivazione dei campi con lavoro servile ed una vita solitaria in campagna, potettero imporre queste condizioni alle province romane tanto più facilmente, quanto più la concentrazione della proprietà fondiaria aveva già stravolto, in quei territori, i più antichi rapporti (Verhältnis) agricoli.” [vedi K. Marx, Per la Critica dell’Economia Politica, Milano, edizioni Lotta Comunista, 2009, p. 217-218]
In definitiva, seppur la distribuzione sociale determini la produzione e, successivamente, la distribuzione dei beni prodotti, ciò è da considerare come fotografia, istantanea di una determinata società, ovvero di un determinato complesso di rapporti di produzione. Ma la storia scritta avanza nel tempo e forze nuove, rivoluzionarie, possono emergere dall’interno oppure possono essere imposte dall’esterno aventi differenti modalità di organizzare la produzione sociale le quali, quando calate, portano a diversi modi di distribuzione sociale, di produzione delle merci e di distribuzione delle merci.


