Un Vladimir Putin in completo scuro e cravatta, per nulla scosso dall’aver annunciato, all’alba dello scorso 24 febbraio 2022, al popolo russo e al mondo l’inizio della operazione militare speciale in Ucraina per porre fine al dominio totale degli Stati Uniti sull’arena internazionale, dominio che costituisce flagrante violazione del diritto internazionale, e per la denazificacazione di un territorio grande come la Francia, zeppo di squadracce nere ben foraggiate dalla NATO e dal Dipartimento di Stato USA, aveva ricevuto, appunto lo stesso 24 febbraio, il primo ministro del Pakistan, Imran Khan, leader della formazione politica Tehreek-e-Insaf, eletto capo del governo nel 2018. Un incontro tra alleati. Un incontro non sui generis, programmato da tempo, parte di un percorso decennale di riavvicinamento tra le due potenze nucleari regionali, la Russia e il Pakistan. Nel settembre 2021 i due leader, Putin e Khan, si erano incontrati, telefonicamente, pochi giorni dopo l’annuncio del nuovo governo costituito dai Talebani in Afghanistan. I due Paesi, rinnovando una comune strategia geopolitica, sempre nel settembre 2021, nell’ambito della Commissione consultiva militare per discutere di cooperazione in materia di difesa e sicurezza, nonché della situazione in Afghanistan, erano tornati a confrontarsi, ad Islamabad, a livello ministeriale: “Durante lo scambio di opinioni sull’Afghanistan, entrambe le parti hanno espresso il loro interesse di coordinare gli approcci al fine di stabilizzare la situazione nel Paese”, si leggeva in una breve dichiarazione del Cremlino. In pratica, la ferrea amicizia tra la Repubblica Popolare Cinese e il Pakistan e la rinnovata e condivisa visione politica, commerciale e militare tra la Russia e la “perla dell’Asia” avevano fatto sbraitare da tempo il Dipartimento di Stato americano, che durante la amministrazione Trump aveva deciso di tagliare, di botto, il fondo per la formazione degli ufficiali pakistani elargito dall’International Military Education and Training Program (IMET). La visita di Khan a Mosca, che richiamavo, effettuata in un giorno che è già entrato nei libri di storia contemporanea è stata un detonatore. Il ministro degli Esteri pakistano, Shah Mehmood Qureshi – che accompagnava Khan in delegazione al Cremlino – nei giorni successivi, durante la conferenza stampa, ha elegantemente fatto intendere che gli Stati Uniti hanno fatto sentire la loro voce chiedendo spiegazioni. Per tutta risposta, Qureshi ha sottolineato che l’iniziativa di andare a Mosca era stata giusta. Gli accordi sottoscritti a Mosca valevano per il Pakistan due milioni di tonnellate di grano e gas naturale. Siamo sempre lì: il Paese demonizzato dagli stolti, la Russia, che da un giorno all’altro viene descritto barcollante, inaffidabile, addirittura in default, crea e rinforza alleanze strategiche dove altri Stati hanno fallito e lasciato terra bruciata, terrorismo e miseria.
Il primo ministro, Imran Khan ha pagato la voglia di tessere stretti rapporti con la Cina e con la Russia, più stretti di quanto già non fossero incardinati al momento della sua elezione. Il parlamento pakistano nei giorni scorsi lo ha sfiduciato (è la prima volta che accade dalla indipendenza del Pakistan, nel 1947) con 174 voti a favore della estromissione dalla carica su 342 seggi. Khan aveva avuto perfettamente la percezione di ciò che stava per accadere ed ha provato ad evitare la débâcle usando lo stratagemma di non far andare avanti le votazioni in parlamento, provando a chiedere elezioni anticipate. Neanche le dimissioni del presidente del parlamento hanno potuto evitare il peggio. Così è intervenuta la Corte Suprema che ha dato mandato al vice presidente di indire la votazione che ha fatto decadere il primo ministro. Il Pakistan dal 1947 ha avuto una travagliata storia di crisi e colpi di Stato, ben quattro, ed altrettante volte golpe non riusciti o rientrati in extremis. Il ruolo delle Forze armate è centrale: il Pakistan è una potenza atomica che ingrandisce il suo arsenale di anno in anno. Oggi è praticamente certo che il voltafaccia dei parlamentari sia dovuto ad ingerenze di ambienti politici esterni al Pakistan, certamente riconducibili agli Stati Uniti che vogliono sfruttare al meglio l’attuale crisi in Ucraina, per tentare nuovi giochi di potere in Asia (pensiamo che ancora è poco chiaro ciò che realmente è avvenuto in Kazakistan lo scorso gennaio, con ‘proteste’ di piazza, violenze e l’intervento pacificatore delle forze del Trattato di Sicurezza Collettiva). Ad accusare gli USA è direttamente il primo ministro Khan – “Il cambio di regime è sostenuto da USA e dai (traditori) locali” – che, sembra, non si stia lasciando intimidire dalla estromissione e ora, forte di grande popolarità nel Paese asiatico – lui è stato un giocatore di primo livello di cricket – sta chiamando folle oceaniche ad affluire nelle piazze in tutto il Paese per rivendicare un Pakistan non alla mercé di forze straniere. Per ora Khan non cerca mediazioni, saranno solo le prossime elezioni politiche (ad ottobre?) a determinare il suo futuro politico o la sua definitiva fine. La sua estromissione arriva durante il mese sacro del Ramadan, digiuno e preghiera dall’alba al tramonto, ed ogni parola, ogni azione vanno meditate attentamente: il Pakistan è uno dei più grandi Paesi musulmani che conta 220 milioni di abitanti e qui il rispetto dell’altro e dei ruoli istituzionali è fondamentale. A riguardo, proprio Imran Khan, negli anni era stato duro con gli Stati Uniti dichiarando apertamente le sue critiche verso la politica nordamericana nei Paesi musulmani come in Iraq ed in Afghanistan.
Chi prende il posto del deposto Imran Khan? È Shehbaz Sharif, 70 anni, originario di Lahore, membro della Lega Musulmana del Pakistan che diviene il 23° primo ministro pakistano: è stato eletto lo scorso 11 aprile. Dopo l’elezione, ed entrato nei pieni poteri, dichiara: “Voglio congratularmi con il popolo del Pakistan per la transizione pacifica del potere. È motivo di orgoglio che oggi tutte le nostre istituzioni rispettino la Costituzione come principio guida. Se il mercato azionario e il rafforzamento della valuta sono un’indicazione, il viaggio verso i nostri obiettivi è già iniziato”. Già questa prima dichiarazione di Sharif dà il senso, se analizzata sotto la giusta ottica, di quanto la forza del mercato e della alta finanza sostengano l’impianto di un governo (oppure lo declassino e rigettino attraverso, ad esempio, la generazione di speculazione e di fenomeni inflattivi).
Ora, uno dei nodi principali è capire se basterà questo passaggio ‘tecnico’ dei poteri esecutivi per la reale tenuta del Paese. Le manifestazioni oceaniche che si ripetono al termine del digiuno quotidiano nelle ore serali in molte città del Pakistan, seppur pacifiche, denotano che la società è percorsa da forti vibrazioni dovute, oltre alla crisi politica, al diminuito potere di acquisto della moneta; la caduta di Khan, insomma, è una ferita difficile da rimarginare e nuovi equilibri potranno essere garantiti solo dopo una tornata elettorale. Come ricordavo sopra, Khan gode di ottimi rapporti internazionali. Il suo privilegio, mentre assumeva l’incarico di primo ministro nel 2018, è stato quello di poter avere un rapporto dinamico e preferenziale con la Repubblica Popolare Cinese dovuto innanzitutto, ma non solo, agli accordi che vincolano i due Stati riguardo la più grande opera in costruzione al mondo nel campo delle infrastrutture, il Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC). Ne scrivevo su “Cumpanis” nel febbraio scorso, con un approfondimento dal titolo: “Cina–Pakistan. CPEC: punta di diamante della Nuova Via della Seta” (cit.). Ma torniamo alla nascita della costruzione primordiale CPEC. Come visto non si tratta di una semplice intuizione o di un investimento estemporaneo, bensì di un vasto progetto di infrastrutture che fu avviato nel 2013 (in precedenza ho ricordato i trattati commerciali, la cooperazione bilaterale e i vari memorandum firmati nella seconda metà del ‘900 dai ‘fratelli d’acciaio’) lo stesso anno dello storico discorso del Presidente Xi Jinping, in Kazakistan, presso l’Università di Astana, ampio discorso nel quale egli divulgò al mondo l’iniziativa “One Belt - One Road”, affermando: “In secondo luogo, dobbiamo migliorare la connettività stradale. La SCO (Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, N.d.R.) sta lavorando a un accordo sulla facilitazione del trasporto. Se firmato e implementato in anticipo, aprirà un’importante rotta di trasporto che collegherà il Pacifico e il Mar Baltico. Sulla base di ciò, discuteremo attivamente il modo migliore per ottimizzare le infrastrutture di trasporto transfrontaliere e lavoreremo per una rete di trasporto che colleghi l’Asia orientale, l’Asia occidentale e l’Asia meridionale per facilitare lo sviluppo economico e i viaggi nella regione. Terzo, dobbiamo promuovere il commercio senza ostacoli. La proposta “cintura economica lungo la Via della Seta” è abitata da quasi 3 miliardi di persone e rappresenta il mercato più grande del mondo con un potenziale impareggiabile. Il potenziale per la cooperazione commerciale e di investimento tra i Paesi interessati è enorme. Dovremmo discutere un accordo adeguato per facilitare il commercio e gli investimenti, rimuovere le barriere commerciali, ridurre i costi del commercio e degli investimenti, aumentare la velocità e la qualità dei flussi economici regionali e ottenere progressi vantaggiosi per tutti nella regione”. Il Corridoio Economico Cina-Pakistan prende vita dentro questo solco. È nella prospettiva di Pechino che gli accordi commerciali devono prevedere due attori che traggono medesimi benefici, dunque, accordi ‘win-win’.
È chiaro che i rapporti con la Cina (e con altri attori importanti dell’Asia, innanzitutto) devono essere salvaguardati anche per evitare una crisi internazionale, e di questi tempi ci vuole poco a dare fuoco alle polveri. L’ex premier Khan aveva proposto un altro nome per gestire il periodo di transizione, ovvero quello del giurista ed ex presidente della Corte Suprema pakistana, Guizar Ahmed. È andata in un altro modo. Oggi è il premier Shehbaz Sharif (insieme alle Forze Armate pakistane) a dover farsi garante anche delle 165 testate nucleari (secondo Arms Control Association) che il Paese asiatico detiene (non hanno ancora sviluppato la capacità di montarle su missili balistici intercontinentali, per ora).
La prima risposta della RPC dopo la elezione di Shehbaz Sharif è stata affidata al portavoce del Ministero degli esteri, Zhao Lijian: “Voglio sottolineare che, indipendentemente da come cambierà la situazione politica del Pakistan, la Cina insisterà fermamente su una politica amichevole nei confronti del Pakistan. Crediamo che il cambiamento politico in Pakistan non influirà sul quadro generale delle relazioni Cina-Pakistan”. Liu Zongyi, segretario generale del Centro di ricerca per la cooperazione Cina-Asia meridionale presso gli Istituti di studi internazionali di Shanghai ha dichiarato, ripreso dal “Globale Times”: “L’atteggiamento della Cina è coerente con il suo principio diplomatico di non interferenza e la Cina ha sviluppato amicizie con diversi partiti del Pakistan, e questo è un motivo fondamentale per cui sostenere l’amicizia Cina-Pakistan è un consenso incrollabile condiviso da tutti i gruppi in Pakistan dopo molte transizioni di potere politico nella storia”.
Questo scossone alla politica pakistana procurato certamente da forze esterne al Pakistan e dalla recente crisi finanziaria ha una tempistica che lascia più di un sospetto. A fine marzo scorso le diplomazie di Cina, Afghanistan e Pakistan si sono date appuntamento a Tunxi, nella provincia cinese Orientale di Anhiu. Assieme al ministro degli Esteri cinese, Wang Yi hanno partecipato il ministro degli Esteri pakistano, Shah Mahmood Qureshi e il ministro degli Esteri ad interim Amir Khan Muttaqi del governo afghano. La tesi portata avanti dal ministro cinese è che Cina, Afghanistan e Pakistan possano costruire congiuntamente la Belt and Road Initiative, ed estendere il corridoio economico Cina-Pakistan all’Afghanistan e aiutare cosi l’Afghanistan a partecipare alla connettività regionale. Nella due giorni di Tunxi era in programma la Terza Conferenza Ministeriale dei Paesi confinanti con l’Afghanistan. Il diplomatico cinese ha voluto sottolineare che nelle circostanze attuali, Cina, Afghanistan e Pakistan dovrebbero riavviare il meccanismo di cooperazione tripartito e far progredire la cooperazione nei tre settori della politica, dello sviluppo e della sicurezza sulla base dei principi del rispetto reciproco, della pari consultazione e del reciproco vantaggio. Nella due giorni vari bilaterali si sono succeduti ai margini della Conferenza che ha visto anche la presenza del capo della diplomazia russa, Lavrov. Proprio Lavrov ha deciso di rendere pubblico l’avvio ufficiale delle relazioni diplomatiche tra Mosca e i Talebani al governo a Kabul dichiarando che un diplomatico afghano è stato accreditato presso il ministero degli Esteri russo.


