«L’Ucraina si rende conto che non è nella Nato. Abbiamo sentito per anni parlare di porte aperte, ma abbiamo anche sentito dire che non possiamo entrarci, e dobbiamo riconoscerlo». Sono le parole, tradotte dalle agenzie, che riprendono le frasi-spot della ultima mossa tattica del signor Zelensky (15 marzo) il giorno dopo aver fatto tirare missili sulle zone residenziali del Donbass. Come si nota quel “si rende conto” è una presa per i fondelli verso l’opinione pubblica mondiale che è costretta ad ascoltarlo, mentre quel “porte aperte” si riferisce ad un periodo nel quale un Zelensky ventenne non si sarebbe mai sognato di trovarsi in questa situazione. Siamo nel 2008, vertice NATO di Bucarest, Romania. L’Ucraina entra lateralmente nella discussione del summit ma non ne esce con una posizione rinnovata. Nessun Piano di Azione per l’adesione viene messo nero su bianco per Ucraina e Georgia. L’insoddisfazione di Kiev comincia a montare.
Viktor Janukovyč vince le presidenziali nel 2010 e di NATO non si parla più. Ma, con tutta evidenza, il campanello di allarme che ha risuonato durante il vertice del 2008 non ha lasciato insensibile il Cremlino. I fatti di Piazza Indipendenza (EuroMaidan) del 2014 e la volontà di non essere più un paese neutrale ma, anzi, di aderire alla Unione europea e sovvertire il risultato elettorale con la complicità delle potenze occidentali (USA-UE) ha fatto da detonatore.
Dall’eccidio di Odessa nella Casa dei Sindacati in poi, la scelta della Unione europea di chiudere gli occhi dinanzi alla fascistizzazione dell’Ucraina e alla istituzionalizzazione delle bande criminali neonaziste nelle milizie regolari ucraine (mai contestate dal Parlamento europeo) ha creato il retroterra ideale per l’apertura di una crisi senza fine. L’UE ha solo staccato incessantemente assegni verso Kiev pretendendo riforme che sono rimaste sulla carta (chiedere alla signora Mogherini se ne sa qualcosa a riguardo). Gli Stati Uniti, invece, hanno apertamente foraggiato le fazioni ultranazionaliste ucraine che hanno continuato ad imperversare nel Donbass commettendo i peggiori crimini. Ne ha fatto le spese negli anni anche il coraggioso Partito Comunista di Ucraina che dal 2015 non può esporre i suoi simboli, fare apertamente politica né presentarsi alle elezioni, messo fuori legge dal Parlamento. Lo stesso Parlamento che nel settembre 2014 ratificava all’unanimità l’Accordo di associazione e libero scambio con la Ue.
La volontà delle Repubbliche del Donbass di non arrendersi al colpo di stato di matrice USA-NATO-UE (con manovalanza neonazista a supporto), ha innescato un duro conflitto e già dal primo anno (il 2014) centinaia di civili di Lugansk e Donetsk sono stati massacrati, colpiti mentre camminavano per strada o facevano la spesa attraverso lancio di mortai, colpi di artiglieria e razzi. Molti altri sono stati rapiti, torturati, uccisi e occultati in fosse comuni (poi rinvenute dopo molti anni).
La presenza e l’azione delle formazioni paramilitari neonaziste operanti in Ucraina e nel Donbass in questi otto anni è stata approfondita da una blogger de La Stampa, Maria Grazia Bruzzone, che pubblicò un pezzo dal titolo: “I neo-Nazi imperversano in Ucraina, ma il Nazismo non è più il ‘male assoluto’ (per l’Occidente)”. Un lungo excursus datato 2014 in cui venivano analizzate, una ad una, le varie formazioni nazionaliste e neonaziste operanti sul campo, le aderenze e i legami con la scena politica e lobbistica nazionale sino ad arrivare ad un intreccio molto particolare con ambienti militari NATO.
Tutto ciò nelle Istituzioni italiane sembra non abbia mosso interesse. Si veda, ad esempio, ciò che il Servizio studi della Camera dei Deputati propone agli onorevoli parlamentari – una aggregazione di ceto alto borghese: professori, avvocati, medici, insegnanti, ingegneri, etc. – nelle giornate imminenti l’inizio della operazione speciale russa in Ucraina. Il titolo del documento (24 febbraio 2022) è: “La crisi russo-ucraina. Cronologia degli avvenimenti analisi e documenti”. Chiunque si aspetterebbe di leggervi la genesi degli avvenimenti, sin dall’inizio, sin dal biennio 2013-2014 (mancano forse i fondi per pagare gli analisti, manca il tempo per preparare un serio documento, manca la carta?). Scorrendo l’ottantina di pagine si rileva immediatamente che l’“analisi” prende le mosse solo dalle ultime settimane del 2021. Questo tipo di operazioni si commentano da sole.
Eliseo Bertolasi, di recente, ha ricordato perfettamente ciò che forse i poco informati analisti al servizio della Camera dei Deputati dovevano rammentare ai poco studiosi parlamentari italiani (con tutte le eccezioni del caso, che confermano la regola, però) che ancora oggi non hanno la percezione esatta di quante e quali armi stiamo inviando ai suddetti neonazisti ucraini o, peggio, ai civili ingaggiati in strada dai governi municipali. Bertolasi scrive: “Se poi parliamo della popolazione del Donbass, a causa della cosiddetta ATO “Operazione Antiterrorismo” poi ribattezzata “Operazione di Forze Congiunte” (Operatsii Obedinennyx Sil) che l’esercito di Kiev ha scatenato dal 2014 e, seppur con dei momenti più o meno di tregua, continua fino ad oggi (di ieri la notizia del missile “Tochka U” lanciato in pieno giorno nel centro di Donetsk) contro la sua stessa popolazione nelle regioni orientali di Lugansk e Donetsk. Stime ufficiali, non solo locali ma anche da parte di organismi internazionali come l’UNHCHR, riferiscono di migliaia di vittime civili compresi centinaia di bambini”. E conclude: “La verità di fondo della crisi in Ucraina e della conseguente guerra civile, verità che molti, soprattutto in Occidente, si rifiutano di riconoscere, sta nel fatto che la fazione salita al potere a Kiev, con il colpo di stato nel febbraio 2014, è strutturalmente incapace di negoziare e scendere a compromessi con quelli che considera i suoi più acerrimi nemici: i russi, che siano del Donbass, o della Russia stessa. Di fatto, qualsiasi concessione, o cedimento da parte di Zelensky, minerebbe l’intero apparato ideologico che tuttora giustifica e garantisce l’esistenza del suo stesso potere”.
Su questo punto mi ero soffermato anche io, (vedi “Cumpanis” 11 marzo 2022 “Zelensky: Guerra mondiale”) – scrivendo: “Zelensky ha già mandato a monte due turni di negoziati, con tutta evidenza, il primo svoltosi in Ucraina e il secondo in Bielorussia, a Brest. La delegazione ucraina, evidentemente, non aveva il mandato di trattare davvero con i russi ma di temporeggiare”. Coglievo sia l’aspetto della impreparazione politica, ma più profondamente il fatto che il governo insediatosi a Kiev semplicemente prende ordini, attende il via per parlare o per muoversi. E qui si torna al punto di partenza. “L’Ucraina si rende conto che non è nella NATO” dichiarato dal sig. Zelensky, che non significa assolutamente niente. Se fosse una chiamata alle armi per la NATO il primo a non aver scampo sarebbe proprio Zelensky, che verrebbe rimosso da chi l’ha piazzato là. Stoltenberg dichiara “Ho convocato un vertice straordinario della Nato il 24 marzo per discutere dell’invasione russa dell’Ucraina, del nostro forte sostegno all’Ucraina e dell’ulteriore rafforzamento della deterrenza e difesa della Nato” e immediatamente il presidente Usa, Joe Biden ha fatto sapere che volerà in Europa per rendersi conto di persona delle posizioni dei partner, partecipando addirittura al Consiglio europeo, cosa di per sé singolare e addirittura scandalosa, a ben guardare, se il Consiglio europeo è il consesso composto dai Capi di Stato o di governo degli Stati membri, dal suo Presidente e dal Presidente della Commissione, più l’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Biden sa bene che tipo di porcheria hanno scatenato in Ucraina dal 2013-2014, non solo per i loschi affari mai chiariti di suoi congiunti, non solo per l’appoggio del Congresso americano sia al colpo di stato del 2014, sia alle bande naziste ucraine, ma soprattutto perché nella primavera del 2014 lui era il vicepresidente degli Stati Uniti (secondo mandato presidenza Obama). Quando il colpo di Stato in Ucraina venne messo in atto (febbraio 2014) il presidente di turno OSCE, lo svizzero Didier Burkhalter, presidente della Confederazione elvetica, incontrò a Washington proprio Biden e fu ascoltato dalla “Helsinki Commission” (24-25 febbraio 2014), commissione composta da membri del Congresso, costituita nel 1976 in funzione anti-URSS durante la ‘guerra fredda’, oggi anti-Russia (https://www.csce.gov/). Questa Commissione lo scorso 11 marzo scrive una lettera indirizzata al Presidente Biden, (divulgata da Foreign Policy) chiedendo esplicitamente: “La risposta della vostra amministrazione sta aiutando l’Ucraina a difendersi, ma vi esortiamo a prendere provvedimenti immediati per migliorare le nostre relazioni commerciali formali di difesa con l’Ucraina designandola un grande alleato non-NATO (Mayor Non-NATO Ally)”.
Biden, arrivando in Europa per il vertice straordinario NATO, sta forse per assumere il comando operativo delle Forze armate statunitensi?


