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«Questo “momento unipolare” ha avuto una conseguenza perfettamente logica e prevedibile: ha ulteriormente predisposto gli Stati Uniti all’uso della forza all’estero. Eliminata la minaccia sovietica, gli Stati Uniti hanno avuto le mani libere per intervenire praticamente ovunque e in qualsiasi momento», Robert Kagan (2003).

 

Una grande potenza è egemone quando riesce – con qualsiasi mezzo – a far condividere ai propri alleati i suoi obiettivi strategici, le sue definizioni geopolitiche e le sue linee di principio politiche e militari. Il concetto strategico della NATO approvato a Madrid riprende, quasi senza riserve, le linee guida della grande potenza americana che prende risolutamente il comando e passa all’offensiva. Questa, a voler essere precisi, si chiama autonomia strategica, che viene esercitata non da chi vuole ma da chi può. In altre parole, l’autonomia strategica è un progetto costruito economicamente e socialmente che definisce una posizione internazionale sovrana. Il concetto approvato pone fine a un dibattito confuso e chiarisce il vero ruolo della politica di sicurezza e difesa dell’UE come alleato complementare e subordinato degli Stati Uniti. Tornerò su questo argomento più avanti.

 

Le crisi, è bene ripeterlo, rivelano ciò che la normalità nasconde e ci mostrano la vera misura delle cose. Se poi si tratta di una guerra, ciò diventa ancora più evidente. La guerra in Ucraina sta accelerando notevolmente i processi storico-sociali. Per il momento si stanno articolando due blocchi geopolitici e socio-economici. Da un lato, il blocco guidato dagli Stati Uniti si sta rafforzando, sta acquisendo disciplina e cerca disperatamente di espandersi; dall’altro lato, il blocco (contro)egemonico, organizzato intorno a Cina e Russia, che mira a definire una proposta alternativa al mondo unipolare finora dominante. Come al solito, il bipolarismo dei blocchi spinge al non allineamento dei Paesi che trovano un’opportunità per guadagnare autonomia, per avere maggiore influenza sulle relazioni socio-economiche e, per così dire, per approfittare di una situazione che diventa un’opportunità. Ciò che non è più in dubbio è che il conflitto militare in Ucraina avvia un lungo processo di transizione tra le forze del “vecchio ordine” euro-americano e quelle del “nuovo ordine” in costruzione.

 

Le cose non saranno più come prima. Questa lunga transizione inizia, ancora una volta, con una guerra in Europa, lontano dagli Stati Uniti e nel centro di gravità eurasiatico. Non è una coincidenza. La guerra è dove voleva l’amministrazione Biden. Si sono preparati per anni, riarmando, addestrando e organizzando le forze armate ucraine. Più precisamente, dal 2014 – secondo i dati del SIPRI – fino al 2021, l’Ucraina ha aumentato il suo budget militare del 142%, i suoi alleati hanno addestrato circa 10.000 truppe ogni anno e le è stata trasferita tecnologia militare avanzata. Oggi sappiamo che la NATO è sempre stata al posto di guida della strategia militare ucraina e ha gestito con grande precisione la crisi in uno Stato che, non va dimenticato, è estremamente complesso dal punto di vista etnico, culturale, religioso e politico. Per questo motivo, nel conflitto ci sono elementi di guerra civile che la propaganda occidentale cerca sistematicamente di nascondere.

 

La NATO ha storicamente perseguito tre obiettivi precisi. Il primo (un classico del mondo anglosassone), quello di impedire un accordo tra Europa e Russia. L’esistenza dell’URSS ha contribuito a giustificare la presenza della NATO come blocco difensivo contro la presunta aggressività del mondo sovietico. Lo scioglimento del Patto di Varsavia e la disintegrazione dell’URSS hanno imposto una rifondazione della NATO, per dare un senso alla presenza militare e nucleare in un mondo che era riuscito a sconfiggere l’impero del male. È stato dimostrato – Brzezinski lo ha analizzato in modo molto preciso – che la presenza politico-militare degli Stati Uniti in Europa faceva parte di un disegno strategico a lungo termine legittimato dall’esistenza dell’URSS e definito da un nuovo ordine internazionale unipolare, guidato, diretto e organizzato dagli Stati Uniti, che erano diventati una iperpotenza.

 

L’Europa si trovava in un momento cruciale. C’era la possibilità di ricostruire le relazioni con una Russia che si apriva al mondo e cercava di ritrovare un percorso di pace, di progresso economico e di primato del diritto internazionale. Si può dire in molti modi, con accenti diversi e anche con formulazioni drammatiche: non ci sarà pace, non ci sarà vera autonomia politica per l’Europa senza un accordo con la Russia, senza un trattato di pace, cooperazione e sviluppo con il grande Paese eurasiatico. L’ennesima NATO che esce da Madrid ha lo scopo di bloccare definitivamente questa possibilità che, va sottolineato, è gravemente dannosa per l’Europa, ma anche per una Russia costretta a un arretramento strategico e a un’alleanza duratura con la Cina. La scelta storica sarà di enorme importanza.

 

Le classi dirigenti europee hanno deciso di subordinarsi al “vecchio ordine” guidato dagli USA e di opporsi con tutte le loro forze e capacità (economiche, politiche, militari e culturali) al “nuovo mondo” che sta emergendo con tutta la sua diversità, pluralità e dimensione demografica con le grandi potenze asiatiche, un tempo – è bene ricordarlo – colonie, Paesi dominati e sfruttati dagli onnipotenti rappresentanti della civiltà occidentale.

 

Il secondo obiettivo della NATO è sempre stato il controllo politico dell’integrazione europea e dei singoli Paesi. Manolo Sacristán l’ha definita “la NATO verso l’interno”. Va detto che, in linea di massima, questo obiettivo è già stato raggiunto. Il tipo di democrazia, il modello economico-sociale capitalista e l’Unione Europea non sono messi in discussione da nessuna parte e le eventuali minacce (come negli Stati Uniti) provengono dal lato oscuro del sistema. Paradossalmente, più si parla di democrazia, più si accentua la sua crisi e si profilano processi di regressione politica, sociale e culturale. Le democrazie europee, quelle realmente esistite, si basavano sul conflitto capitale/lavoro, su un potente movimento operaio organizzato e su una sinistra che sfruttava l’opposizione all’URSS per rendere praticabile il riformismo. L’integrazione europea, i cambiamenti geopolitici e tecnologici hanno trasformato radicalmente questo mondo. La “grande trasformazione” della cultura europea è finita e stiamo entrando nella “nordamericanizzazione” della nostra vita pubblica. La forma-partito che conoscevamo non esiste più; i “partiti dei notabili” e le modalità oligarchiche di organizzazione del voto stanno tornando in forme nuove e diverse. Luciano Canfora osserva che nei Paesi europei si stanno costruendo in modo originale partiti unici, articolati internamente e suddivisi esternamente in formazioni singolari; organizzati attorno a una classe politica sempre più omogenea, sempre più dipendente dalle grandi corporazioni finanziarie e imprenditoriali, e chiaramente allineata all’amministrazione statunitense.

 

Il terzo obiettivo è il più noto e quello su cui esiste un’abbondante letteratura: appartenere alla NATO significa che le vostre forze armate e, in larga misura, le vostre forze di sicurezza, fanno parte di un sistema transnazionale diretto, organizzato e finanziato dagli Stati Uniti. Gli interessi nazionali, le dottrine militari di ciascuna forza armata, le linee guida per la difesa e la sicurezza devono essere conformi ai criteri definiti dalla potenza dominante che vanno oltre la NATO. La politica di Pedro Sánchez sul Marocco spiega bene questa contrazione. Non si tratta solo della questione del Sahara. Ciò che il governo spagnolo ha fatto è molto grave: subordinare gli interessi strategici della Spagna alla politica statunitense, che pone il Marocco come stato gendarme del Maghreb e perno strategico per il controllo dell’Africa subsahariana. Bisogna insistere su questo punto. Le menzioni nel concetto strategico di presunta integrità territoriale non proteggono la Spagna di fronte a un conflitto politico-militare con il Marocco; resteremo soli. Sánchez lo sa bene.

 

Torniamo all’inizio. La chiave del concetto strategico adottato dalla NATO a Madrid è chiara e netta: i nemici degli Stati Uniti sono i nemici dell’Europa, della Russia e, soprattutto, della Cina. Il trionfo dell’amministrazione statunitense è enorme, il fallimento dell’Unione Europea storico e il successo della Cina particolarmente significativo. L’Impero di Mezzo guadagna una retroguardia geo-economica ed energetica decisiva, eguaglia la potenza strategico-nucleare del Paese di Biden e, soprattutto, guadagna tempo per costruire alleanze, definire scenari e rafforzare il proprio complesso militare, tecnologico e scientifico. Insisto, il tempo è essenziale e l’usura di tutti gli altri è grande, molto grande.

 

Questo articolo inizia con una citazione di un autore per il quale ho una certa considerazione. Robert Kagan ha scritto nel 2003 un libro importante – Power and Weakness, qui tradotto con il titolo Potere e debolezza – che è una dura critica ai tentativi dell’Unione europea di prendere le distanze dalla politica estera degli Stati Uniti e di svolgere un certo ruolo autonomo. La critica era, in breve, duplice: il mondo che emergeva dopo la vittoria degli Stati Uniti contro l’URSS era hobbesiano, dove l’uso della forza sarebbe stato quasi obbligatorio e, più duramente, la politica dell’UE era fondamentalmente ipocrita, poiché la sua presunta autonomia si basava sulla sicurezza di appartenere alla struttura politico-militare organizzata e diretta dagli Stati Uniti, cioè la NATO. Oggi il mondo è più simile a quello definito da Kagan e l’UE si sta allineando con entusiasmo alla politica di Biden.

Kagan, partner politico, sentimentale e, mettiamola così, diplomatico di Victoria Nuland – sottosegretario di Stato per gli Affari politici e nota specialista di questioni ucraine – si è sempre distinto per la sua voce, prima come stratega repubblicano, poi come portavoce del “progetto per il nuovo secolo americano” e ora come consigliere privilegiato di Hillary Clinton. Qualche mese fa, ha sorpreso tutti denunciando un presunto colpo di Stato nel suo Paese, indicando Donald Trump come mandante e principale agente. Dovremo ascoltarlo perché conosce molto bene quelle che Curzio Malaparte chiamava le tecniche di un colpo di Stato.

Non è questo il momento per un’analisi dettagliata della nuova politica della NATO.

 

Per concludere, non posso fare a meno di citare ancora una volta Kagan nel suo già citato libro Power and Weakness, perché fa un’ottima osservazione sulle reali basi della politica estera degli Stati Uniti: «È un fatto oggettivo che gli americani abbiano esteso il loro potere e la loro influenza in circoli sempre più ampi, anche prima di fondare la loro nazione indipendente». Ha concluso il ragionamento in questo modo:

«Gli Stati Uniti, in ogni caso, continuano ad essere – e tendono chiaramente a rimanere – la potenza strategica dominante in Estremo Oriente e in Europa. La fine della Guerra Fredda è stata vista dagli americani come un’opportunità, non per ritirarsi, ma per estendere la loro influenza; per estendere verso Est, fino alla Russia, l’alleanza che guidavano; per rafforzare le loro relazioni con le potenze dell’Estremo Oriente in via di democratizzazione; per promuovere i loro interessi in parti del mondo come l’Asia Centrale, di cui molti americani non conoscevano nemmeno l’esistenza». Ha scritto tutto questo nel 2003 e lo ha continuato in modo ancora più chiaro nei libri successivi. Il lettore noterà che non c’è solo un’analisi, ma un programma che, per molti aspetti, è stato realizzato con notevole precisione.