Il 9 maggio 1978 il giornalista combattente contro la mafia Peppino Impastato veniva trovato dilaniato da una esplosione sui binari della ferrovia.
L’inchiesta frettolosa e reticente cercò di accreditare la tesi del suicidio, o dell’attentato preparato da un artificiere inesperto. Ma sulla tomba di Peppino, a Cinisi, i familiari e i compagni scrissero a chiare lettere: “Rivoluzionario e militante comunista – Assassinato dalla mafia democristiana”. Furono necessari decenni di tenace impegno civile per costringere la magistratura a riconoscere quella tragedia come delitto di mafia, condannandone i due mandanti nel marzo 2001 Vito Palazzolo, a trent’anni di reclusione, e un anno dopo anche Gaetano Badalamenti, all’ergastolo.
In quelle giornate di quel maggio suo fratello Giovanni era poco più che ventenne, mentre suo fratello chiudeva la sua esistenza a trent’anni.
Oggi nelle librerie Giovanni Impastato (che ne ha raccolto l’eredità e portato avanti la lotta, contribuendo a fondare “Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato” di Cinisi e il Centro siciliano di documentazione di Palermo) fa uscire un libro importante, di quelli che si leggono tutto d’un fiato e che lasciano tracce profonde nella coscienza. Si tratta di “Mio fratello, tutta una vita con Peppino”, edito per la libreria “pienogiorno” da FullDay srl di Milano, l’editore che tra gli altri titoli ha in catalogo Pino Aprile (“Tu non sai quanto è ingiusto questo Paese”), Papa Francesco (“Ti auguro il sorriso”), Moni Ovadia (“E Dio rise”).
1. Prima parte: la botola
Il libro è diviso in tre parti. Nella prima (“la botola”) l’autore racconta i primi anni di vita e di esperienza dei due fratelli Impastato, che vanno a scuola – e Peppino è il più bravo – e cercano di capire cosa sia la mafia di Cinisi, e che ruolo svolga all’interno dei loro stessi familiari – e Peppino è il primo a rendersi conto di ritrovarsi con uno zio Cesare capomafia e un babbo Luigi molto coinvolto in quella organizzazione a delinquere -.
La “botola” è una scoperta decisiva che i due fratelli fanno. Si trova dietro una porta abitualmente chiusa a chiave, che trovano aperta il giorno che i carabinieri vengono in casa a cercare il babbo in quel momento peraltro introvabile, essendosi infilato attraverso quella botola in una stanza segreta, sotterranea, con una uscita nella casa accanto.
In questa prima parte il racconto è dedicato alla scoperta della mafia, che per i due ragazzini era la grande tenuta dello zio Cesare Manzella, cognato del babbo, che era cresciuto negli Stati Uniti ed era considerato il principale benefattore di Cinisi. Zio Cesare si occupava della costruzione della terza pista dell’aereoporto di Punta Raisi (l’aereoporto praticamente sotto casa) che avrebbe collegato con voli quotidiani Palermo con New York, consentendo una maggiore espansione del traffico della droga.
Qualche tensione di troppo all’interno dei vertici di Cosa Nostra della Conca d’oro nord occidentale convince babbo Luigi ad abbandonare la sua abitazione al centro di Cinisi accettando l’ospitalità all’interno della vasta tenuta dello zio Cesare. Il trasloco non dispiace ai due studentelli, che vedono nella nuova collocazione occasioni migliori per giuochi ed esperienze. E la cultura, l’affabilità e la generosità dello zio Cesare aiutavano a vedere con benevolenza la nuova situazione, dove peraltro non erano del tutto chiare le frequenti visite di esponenti di spicco dell’onorata società, alcuni dei quali venivano circondati da una cortina di segreto impenetrabile.
Uno di questi ultimi risultava particolarmente antipatico a Mamma Felicia, nonostante egli si sforzasse di apparire cordiale, interessato alla vita dei due ragazzini, e in buoni rapporti con lo zio Cesare. I ragazzi dovevano chiamarlo zio Luciano. Più avanti nel libro il lettore scoprirà che si trattava di Luciano Liggio di Corleone, responsabile dell’assassinio di Placido Rizzotto e di molti altri, che all’epoca stava tramando per sostituire la raffinata capacità di manovra di Cesare Manzella con la rozza prepotenza del “macellaio” Gaetano Badalamenti, facendo esplodere con il tritolo la Giulietta di Manzella nel cortile della sua masseria, nel 1963.
E’ il fatto che chiude la prima parte del libro.
Il capitolo si intitola “Morte” e termina con la piena presa di coscienza da parte di Peppino Impastato delle vere coordinate del fenomeno mafioso, e della sua incompatibilità con le persone perbene.
Niente pistole o fucili, per lo zio Cesare. Per ucciderlo è scoppiata una bomba, nascosta in un’automobile piazzata davanti a casa, sulla strada. Lui doveva partire con la sua Giulietta e si è trovato la strada sbarrata. Insieme a Filippo si sono avvicinati per spostarla e la bomba è esplosa.
“Una bomba”, commenta Peppino. “Per il capo una bomba, certo.”
Lui capisce. Per me è buio totale.
(pag. 166)
Giorni dopo Peppino tornerà sul luogo dello scoppio. C’è un buco. Gli alberi intorno sono bruciati o anneriti. Peppino guarda, guarda, guarda, e ad alta voce dice: “Se questa è la mafia, io per tutta la vita mi batterò contro”.
2. Seconda parte: amore non ne avremo
La seconda parte porta un titolo che apparentemente depista. In realtà le circa duecento pagine (per il pignolo, che non manca mai, precisero che sono 194) non si soffermano principalmente sulle poesie di Peppino e sulla sua stentata vita sentimentale, quanto invece sulla vulcanica e scintillante applicazione della promessa fatta davanti alla voragine provocata dal tritolo che aveva ucciso Cesare Manzella, il suo fido Filippo e il suo cane, Napoleone.
Si incomincia con l’ormai nota promessa, e si arriva al 1895, con l’iscrizione al Psiup (“…partito socialista italiano di unità proletaria”, come spiega a babbo Luigi, il quale risponde: “Ah, ‘u Partito Comunista non è abbastanza comunista?” Ricevendo la risposta, sulla quale ritornerò più avanti: “No, il Partito Comunista quando può si accorda con i partiti reazionari pur di amministrare i comuni e le province. Succede anche da noi.”) e con la fondazione del foglio molto locale “L’Idea socialista” con il quale si impegnò a combattere e a ridicolizzare la mafia con battaglie che attirarono l’attenzione anche del quotidiano comunista di Palermo, “l’Ora”, tanto che fu chiuso dai carabinieri dopo le denunce per diffamazione dei potenti di Cinisi e di Terrasini.
Negli stessi anni Peppino incontra Danilo Dolci. Partecipa con lui alla Marcia della protesta organizzata nel marzo 1967, e alle lotte dei proletari della valle del Belice. Una foto di autore sconosciuto conservata nel Centro Impastato lo ritrae alla testa di quel corteo accanto al “Gandhi siciliano” fondatore anche di Radio Partinico libera, nel 1970. Arriverà il giorno che anche Peppino avrà una sua radio libera, “Radio Aut” sulla frequenza di 98.800 megahertz, che trasmetterà da Terrasini programmi molto ascoltati nei quali venivano presi come bersagli i principali esponenti locali del potere politico comunale di Terrasini e di Cinisi, a cominciare da Tano Badalamenti.
Ma prima della fondazione della radio, nel 1977, avviene un episodio saliente: la cacciata di casa. Nonostante l’appoggio di sua madre, Felicia Bartolotta, babbo Luigi è praticamente costretto a cacciare quel figlio che non si rendeva conto di non poter sfidare così sfacciatamente il potere mafioso. Dopo un crescendo di avvertimenti e di buoni consigli, Tano Badalamenti in persona si reca a casa Impastato per suggerire al mafioso Luigi le parole giuste per convincere il figliuolo fuori strada. E quando si verificò che nemmeno i buoni consigli raggiungevano lo scopo, a babbo Luigi toccò di troncare ogni rapporto.
Peppino commenta ironicamente: “Adesso il latitante sono io”.
Ma Giovanni non ride. Non riesce a condividere la lotta furiosa del fratello, che non si accontenta del successo del circolo culturale che ha aperto in città, e che scrive versi ad una Anna sconosciuta, alla quale Giovanni vorrebbe chiedere di intervenire, di calmarlo, di farlo rallentare. “Non fermarlo, solo andare più piano”. Ma chissà dove vive questa misteriosissima Anna. E se esiste davvero.
Nei capitoli seguenti si ricostruisce il percorso del giovane “latitante” verso il 5 gennaio 1969, quando taglia il traguardo della maggiore età, e comincia a coltivare l’idea di impiantare “Radio Aut”. Nel frattempo mamma Felicia compie un gesto molto significativo. Dice in faccia a suo marito che se i comunisti non possono entrare a casa loro, e per questo Peppino è stato cacciato, allora non dovranno entrare neppure i mafiosi, altrimenti sarà lei ad andarsene.
Babbo Luigi accusa il colpo. E si sente tra l’incudine e il martello. Tanto che teme per la propria vita e per quella dei suoi familiari. Per uscire dalla tenaglia si decide ad affrontare addirittura un viaggio negli Stati Uniti, per cercare gli appoggi che riceveva da Cesare Manzella quando era in vita e svolgeva il ruolo di capomafia di Cinisi.
Adesso le cose erano cambiate, ma a New York doveva esserci qualcuno più autorevole di Tano Badalamenti (che sua moglie chiama Tano Battaghia, vaccaru boja, quando si incontra in segreto con Peppino) in grado di proteggere lui stesso, i suoi piccoli traffici, ed i suoi familiari tutti.
Nella famiglia che resta unita pur essendo profondamente divisa si approfondiscono questioni essenziali. Il rapporto tra padri e figli (Un vero padre non può mai lasciare i suoi figli al loro destino). La coscienza politica. Il rifiuto dei valori borghesi (guai ad allevare piatti conformisti, di cui si impedisce ogni possibile evoluzione).
Nel frattempo succedono cose. Luigi Tenco si suicida a Sanremo (27 gennaio 1967). Che Guevara muore in Bolivia (ottobre 1967). E questi fatti apparentemente molto lontani da Cinisi e dalla Sicilia scuotono e provocano evoluzioni anche nei rapporti interpersonali dei nostri due giovani.
Per un caso che iscriverei nella colonna dell’eterogenesi dei fini a me che oggi recensisco il libro capitò di atterrare all’aereoporto di Punta Raisi per la prima volta proprio in quel 1967. Avevo 24 anni, ero studente universitario alla Cesare Alfieri di Firenze, reduce dalle imprese degli angeli del fango successive all’alluvione del 1966. Non avevo mai messo piede in Sicilia, ma proprio in quell’anno una giuria molto importante (presieduta da Remo Ceserani, e composta da Ceserani, Valentino Bompiani, Leone Piccioni e Valerio Volpini) mi aveva assegnato una quota parte di premio letterario per una mia raccolta di poesie, e io mi presentavo alla premiazione per incassare l’alloro, ben contento che nell’antologia che pubblicava le raccolte vincenti, in sede di prefazione Remo Ceserani citasse proprio dei miei versi per “azzardare una definizione di questa nuova generazione di poeti”.
Al termine del riassunto delle tre parti che compongono questo bel libro di Giovanni Impastato, il lettore si aspetti di trovare una parte conclusiva nella quale con totale sprezzo del pericolo mi infilerò nel discorso e mescolerò qualche fatto della mia vita con gli avvenimenti della vita della famiglia Impastato, allo scopo di individuare i fili rossi che collegano le esperienze di quanti hanno lottato, lottano e lotteranno per opporsi ai mali della società e per costruire un migliore avvenire.
Avremmo potuto incontrarci, a Palermo o a Cinisi, oppure chissà dove, perché abbiamo avuto mostri simili da combattere, e lo abbiamo fatto con armi culturali e strumentali molto simili. Il che ci dà – forse – il diritto di mettere a confronto alcune delle nostre esperienze, per comprendere meglio errori e false partenze, ingenuità ed eventuali oscuri eroismi.
Sempre nelle cento novanta quattro pagine della seconda parte intitolata “Amore non ne avremo” si racconta – con un’arte letteraria molto raffinata e pienamente godibile – il coinvolgimento dei fratelli Impastato nelle attività delle nuove formazioni comuniste, dal manifesto a Lotta Continua, con il servizio militare reso diverso dall’organizzazione dei “Pid”, i proletari in divisa, e dalle relative lotte nelle diverse caserme di destinazione.
Terminato il servizio militare i due fratelli, sempre un pochino divisi, restando Giovanni nella posizione del borghese che non si decide a rifiutare la sua condizione per servire il popolo, ed essendo invece l’altro a pieno e incondizionato servizio, ragionano insieme sui fatti di Alcamo Marina, a soli quindici chilometri da Cinisi, dove due carabinieri sono ammazzati non si sa da chi.
Il mistero resta tale a tutt’oggi, anche se la tesi più accreditata è che fossero coinvolti i soliti servizi cosiddetti deviati, la mafia, e alcuni elementi dell’organizzazione Gladio collusi con gli stessi carabinieri.
All’epoca del delitto (cito da Wikipedia alla voce Peppino Impastato) furono accusati dai militari comandati da Giuseppe Russo, medaglia d’oro al valor civile, cinque giovani del posto, arrestati e torturati per estorcere false confessioni. Uno di loro sarebbe stato ucciso in cella. Relata refero.
Sicchè il progetto di “Radio Aut” va avanti e si realizza, senza Giovanni, ma con soci fondatori di varie tendenze di sinistra, uno dei quali, Salvo Vitali, è iscritto a quel Pci che è al centro delle rimostranze dell’intera redazione perchè appoggia in quel di Cinisi una giunta comunale presieduta da un democristiano mafioso, con il solo beneficio di avere un vice sindaco del Pci.
La programmazione del nuovo strumento di lotta contro la mafia è semplice. In programmi molto ascoltati si esercita l’ironia e il sarcasmo, si storpiano i nomi dei potenti che restano tuttavia riconoscibilissimi e si denunciano tutte le speculazioni immobiliari e tutte le malefatte politiche e amministrative. Il successo è assicurato, ma la mafia è furibonda, ed è a questo punto che babbo Luigi prende la decisione di infilarsi in un volo per New York, ultima ancorchè remota speranza di non finire rottamato dai poteri locali sbertucciati da suo figlio.
Quando torna sembra che la missione abbia prodotto effetti positivi. Tuttavia una sera Luigi Impastato chiude tardi la sua pizzeria e si avvia a piedi verso casa. Dove però non arriva. Arriva invece la notizia che lo hanno raccolto dalla strada investito da un’auto. Peppino è sicuro che sia stato ammazzato dalla mafia. Ma la polizia non trova nessun elemento che faccia pensare ad un omicidio volontario. Don Luigi porta via con se i suoi segreti, e forse i segreti di qualcun altro.
Al funerale la gente si ferma per fare le condoglianze. Quando si presentano i mafiosi per abbracciare Peppino, che essendo il figlio maggiore è diventato il nuovo capofamiglia, lo sentono dire a gran voce: “Itivinni, nun site degni di strinciri a me manu”. Badalamenti e i suoi si allontanano in silenzio senza commentare, ma non dimenticano.
Arriva la primavera del 1978. Le brigate rosse rapiscono Aldo Moro. Democrazia Proletaria mette in lista per le imminenti elezioni amministrative di Cinisi il giovane e attivissimo direttore di “Radio Aut”, che il 7 maggio fa un comizio di fronte alla sede della Democrazia cristiana, nel centro della sua città.
Anche di questo episodio esiste una foto, a suo modo molto impressionante. Il giorno dopo, la sera dell’otto maggio, Peppino viene seviziato e ucciso. Il suo cadavere, straziato dall’esplosivo, è collocato sui binari della ferrovia. Il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro impedirà alla notizia della sua morte di circolare nei mezzi di comunicazione di massa. Verrà eletto consigliere comunale di Cinisi, ma non lo saprà mai.
3. Terza parte: Peppino vive
E’ la parte più breve. Ormai quello che andava raccontato è stato scritto, e resta solo da dire qualcosa sui giorni nostri e sui doveri della memoria. Giovanni Impastato lo fa in meno di venti pagine (per il lettore pignolo che non manca mai preciserò che si tratta di 17 pagine). I capitoli sono solo quattro: delitto imperfetto; funerale; risurrezione; scuola.
Nel primo capitolo si racconta per sommi capi il dopo dell’assassinio.
Dicono, dichiarano e scrivono che è saltato in aria per imperizia mentre stava piazzando, da solo, una carica di dinamite lungo la linea ferroviaria Palermo – Trapani. Insinuano e scrivono, inoltre, che avesse progetti suicidi: tra delusioni politiche e amorose …
(Pag. 263)
Il corpo di Peppino, il suo cervello, il suo cuore, sono stati ritrovati in pietosi frammenti sparsi tra le agavi e le bouganville lungo i binari.
Il dissacratore pasoliniano non esiste più.
Mafiosi, bempensanti, borghesi,cittadini che non vogliono essere disturbati, carabinieri, autorità … tutti possono stare tranquilli.
Le forze dell’ordine perquisiscono le nostre case, la radio. Fanno sparire documenti e materiali. Ignorano volutamente vistose tracce di sangue nel casolare vicino al luogo dell’esplosione.
Ma Peppino, lo capiamo quasi subito, è stato rapito, torturato, forse per fargli rivelare una sua fonte, oppure un crimine non ancora rivelato in pubblico. Poi è stato trascinato sui binari e fatto saltare.
(Pag. 264)
L’autore del libro sperava di potersi costruire una vita “normale”. Da cittadino consapevole, ma anche da privato cittadino. Invece quello scoppio lo costringe ad essere qualcosa di più.
Per denunciare le indagini deviate, i depistaggi, le omissioni burocratiche. Le sentenze ingiuste. Anni e anni di vigilanza e di battaglie, assieme all’istancabile madre, quella Felicia Bartolotta nata nel 1916 e tenacemente radicata nella sua abitazione, trasformata nella centrale operativa per la difesa della memoria di suo figlio Peppino, che non ha voluto abbandonare fino al momento che, il 5 marzo 2001, la corte d’assise non condannò Vito Palazzolo e Tano Badalamenti quali mandanti dell’uccisione del figlio. A commento di questa notizia Lei disse: “Avete resuscitato mio figlio”. E in punta di piedi, con la modestia che era stata la cifra di tutta la sua esistenza, come aspetto superficiale del suo coraggio e della sua fierezza, nel 2004 uscì di scena, non senza essersi più volte lamentata della mancata restituzione della cartella con gli appunti di suo figlio riguardanti i fatti di Alcamo Marina, a lei affidata e sequestratale dai carabinieri.
L’ultimo capitolo si intitola, come già scritto, “Scuola”. E sviluppa alcune considerazioni nate dall’esperienza fatta negli istituti scolastici nei quali è stato possibile ricordare la figura di Peppino. La questione che preme maggiormente di evidenziare è il richiamo alla Costituzione repubblicana, come visione del mondo condivisa al di sopra delle divisioni nei partiti e all’interno della stessa sinistra.
I valori dell’antifascismo, e l’importanza della partecipazione attiva ai processi di crescita democratica vengono prima dell’adesione ad un partito politico. Tuttavia anche essere comunisti ha un valore, soprattutto se si sta cercando di avere memoria dell’esperienza di vita di Peppino Impastato, che ha sempre cercato la verità per poi attivarsi e trasformare l’esistente, e che, così facendo, non faceva solo antimafia ma era anche un compagno comunista. E “honi soit qui mal y pense”!
4. Qualche glossa adicional y final
A questo punto la recensione sarebbe finita. Tuttavia avverto il bisogno di completare il ragionamento, partendo dall’ipotesi che non solo i fatti hanno poco senso se li lasciamo lì isolati, come tristi monadi, ma che soprattutto se da quei fatti si pretendesse di spremere contenuti ed insegnamenti, sarebbe obbligatorio allegare i contesti e accostare agli avvenimenti anche quanto di analogo ci fosse capitato, tentando in via sperimentale anche accostamenti spericolati, nella certezza di poterli sempre e comunque smontare e disinnescare.
Tutto questo per dire che quando Peppino Impastato era comunista, cioè sentiva il bisogno di essere qualcosa di diverso da una monade triste, anche a me accadeva la medesima cosa. Quando a Peppino nacque il bisogno di fondare un giornaletto locale, politicamente schierato, mi successe la medesima cosa. A me accadde in Osimo, nel 1965. E il giornaletto, per ragioni di aperta polemica contro la piccola borghesia clericale che rendeva irrespirabile l’atmosfera cittadina, si chiamò “Osservatore osimano”.
Il compagno, giornalista e storico Enzo Santarelli mi criticò per avere scelto questo titolo, mettendo in dubbio la capacità delle cosiddette masse di cogliere la sfumatura ipercritica, e non è detto che avesse torto. Tuttavia il nostro foglio si misurò subito contro il prepotere democristiano, fece di tutto per inserire cunei conciliari e post conciliari nella bigotteria locale, e mescolò culture e tendenze artistiche per arrivare ad un dialogo in grado di rendere più forte la lotta di classe. Qualcosa di analogo facemmo con alcune radio locali, prima fra tutte con “Radio Sibilla”, che trasmetteva dalla sede della federazione provinciale del Pci di Ancona.
Quando le circostanze mi portarono per la prima volta a Palermo, nel 1967, da studente di scienze sociali e politiche vincitore di un premio nazionale di poesia, Peppino e Giovanni sono impegnati a riflettere sul suicidio di Luigi Tenco e sull’assassinio a La Higuera di Ernesto Che Guevara.
Ricordo la mia sorpresa nel vedere a spasso per il centro storico di Palermo gruppi di ragazze sole e apparentemente libere, avendo io invece il pregiudizio che in Sicilia le ragazze subissero feroci e globali consuetudini di repressione sessuale senza eccezione alcuna. A mia scusante devo ricordare i film visti in quegli anni. La “Sedotta e abbandonata” del genovese Pietro Germi, ma anche “la ragazza con la pistola” del romano Mario Monicelli. Due grandi registi, del tutto disinteressati alla complessità della condizione siciliana. Ci fossimo incontrati, in quella giornata, ci saremmo riconosciuti compagni e fratelli. Ma purtroppo il caso non predispose alcun incontro e nessuna scintilla incendiò i nostri recinti. Eppure non posso non pensare a quante riflessioni avremmo potuto scambiarci dopo la proiezione dei film che ho citato all’interno del “Circolo musica e cultura”!!!
Sono fermamente convinto che avremmo trovato il modo di eguagliare Sciascia e di doppiare Vittorini o Tomasi di Lampedusa o De Roberto, o Verga, o Camilleri, non per una nostra maggiore capacità critica, e nemmeno in virtù delle nostre disordinate e casuali letture, ma per una ragione molto più profonda. Perchè quando si sceglie la politica come ragione di vita, e si imposta il rapporto interpersonale sulla base dello scambio tra pari e del piacere di spezzare il pane con chi ragiona come noi cercando di comprenderne ogni sfumatura di motivazione, ed ogni sorgente di pensiero, allora l’interpretazione dei caratteri fondamentali di una popolazione è un risultato pressochè automatico, che viene alla luce dopo poche frasi e si completa passeggiando e confrontandosi senza diffidenze, in quanto si sta spaccando il capello tra compagni.
Questo ragionamento, un poco traballante, mi spinge a fare una considerazione sull’assenza dello Stato amichevole in ogni momento dei fatti raccontati da Giovanni Impastato (esistono solo carabinieri, sempre impegnati a fare danni, mentre le figure positive non hanno a che fare con lo Stato, da Danilo Dolci ai dirigenti del Psiup, e di Democrazia Proletaria, ai frequentatori del circolo culturale “musica e cultura” dove si proiettavano i medesimi film che piacevano anche a noi), e sulle caratteristiche del Pci visto da Cinisi, che non appare il grande partito di Emanuele Macaluso, di Girolamo Li Causi, di Paolo Bufalini, di Pio La Torre, e via elencando.
E’ certissimo che il Pci fece molti errori, e non solo a Cinisi. E chi sono io per negarlo. Ma è curioso che a Peppino Impastato appaia essere solo una struttura dedita a compromessi di bassa lega.
Succede che negli anni nei quali Peppino Impastato viene definito dal Pci locale “uno dei quattro rivoluzionari fai da te” e la nuova giunta comunale che nasce a Cinisi appare ai fratelli Impastato “un mostro a due teste” in quanto amministrazione democristiana sostenuta dal partito comunista, che pertanto
“sono dei traditori, e questi discorsi li fanno anche a Roma! Se andiamo avanti così, da noi per avere un regime senza opposizione non ci sarà neache bisogno di un colpo di stato, come in Cile, lo capisci?”
(Pag. 225)
il sottoscritto fosse stato eletto segretario provinciale del Pci di Ancona, e tenesse un congresso nel quale si vantava di essere alla testa di un partito che nella provincia di Ancona aveva 14.300 iscritti, con 650 reclutati. Quel segretario provinciale lì nella relazione di apertura del “suo” congresso poneva alla Democrazia Cristiana una questione: come evitare che in una spaccatura verticale tra le forze politiche una cospicua parte dei ceti popolari venisse a trovarsi inserita in un blocco conservatore, con una conseguente pericolosa divisione e contrapposizione all’interno delle forze popolari.
Ci fossimo incontrati in quei mesi, avremmo certamente trovato il punto di mediazione ottimale tra le nostre differenti opinioni, frutto di esperienze di vita non identiche e non sovrapponibili.
Anche se nessuno tra noi sarebbe stato in grado di prevedere il degrado insanabile che ha trasformato gli elettori del Pci in elettori del Pd, vale a dire di un partito che nel Governo Draghi ha come capo delegazione l’ex democristiano Franceschini, e come segretario nazionale Enrico Letta, ex parlamentare della Margherita nonchè nipote di Gianni Letta, massimo consigliere di Silvio Berlusconi.
Non voglio pensare a come commenterebbe tutto ciò Peppino Impastato, testimone della contraddizione principale della regione Sicilia, e nostro fratello e compagno.
Ma per difendere l’allegria e uscire da codesti cattivi pensieri voglio chiudere il pezzo con un desiderio improbabile, di impossibile realizzazione, che ciò non ostante sarebbe indispensabile realizzare.
Per impostare quest’ultimo falso movimento mi appoggio all’autorità di Jacques Carelman, illustratore, pittore, e designer francese, membro del Collège de Pataphysique, che nel 1969 pubblicò nelle editions Balland, Paris, il suo prezioso “Catalogue d’objets introuvables et cependant indispensables”, tradotto in Italia per l’editore Gabriele Mazzotta di Milano, nel 1978, con il titolo mozzo (“Catalogo d’oggetti introvabili”), quasi a ridimensionare l’indispensabilità dei sullodati paradossali utensili.
Sicchè mi permetto di appoggiarmi sull’autorità del “Catalogue” del compagno Jacques Carelman per estrarre dal mio capitolo di desideri di impossibile realizzazione l’ultima mia idea stravagante.
Seguo l’ipotesi che nelle vite parallele dei fratelli Impastato e di noi comunisti anconitani fosse stato possibile aprire un varco, e trovare il modo di incontrarci – diciamo – tra il 1975 e il 1976. Sono gli ultimi anni di vita di Peppino, caratterizati da un aumentato impegno nella lotta alla mafia della Conca d’oro, e nel rapporto sempre più stretto con il partito di Democrazia Proletaria. La lotta al potere democristiano e mafioso veniva portata avanti dal collettivo di “radio Aut”, composto da Peppino, Faro Di Maggio, Salvo Vitale, e Guido Orlando, con l’aiuto di Silvana, Svetonio, Fanny, Giampiero, Vito, Benedetto, ed altri ancora, tra i quali per età e per vicinanza di ideali ci saremmo potuti essere anche noi: il sottoscritto scrivente e l’allora diciottenne Gloria Baldoni.
Il sottoscritto era praticamente coetaneo di Peppino, nato nel 1948 mentre io sono nato nel 1943: cinque anni in più, mentre Giovanni ha cinque anni in meno, e ha sempre visto questo tempo così breve come un muro di Berlino invalicabile. Capita.
Ma cosa c’entra Gloria Baldoni? C’entra. La conobbi che aveva poco più di sedici anni, e militava nella nostra Fgci, la federazione giovanile comunista. E a questo punto dovrei allegare a queste cartelle le sei o sette fotografie che le scattai all’epoca, mentre preparavamo negli spazi della fiera della pesca di Ancona la seconda festa nazionale dell’Unità dedicata alla donna. Senza quel pacchetto di fotografie, nelle quali la Gloria diciottenne viene immortalata al lavoro, mentre dipinge una mostra, con il pennello in pugno e gli abiti succinti che imponeva quella calda mattinata d’estate, Gloria si limita a quello che è adesso, quarant’anni dopo: una sorta di Gioconda della Cgil, politicamente impegnata a sinistra, frequentatrice delle manifestazioni annuali di “Casa Memoria” di Cinisi, di piacevole aspetto e di curriculum impeccabile.
Ma il pacchetto di fotografie che dovrei esibire racconta molto altro. Dalle profondità di un passato accompagnato dal suono di “Bandiera rossa” e dell’ “Internazionale” ci si ripresenta in tutta la sua grazia e in tutta la sua potenza la realtà delle giovani generazioni che nel Pci del dopo sessantotto e delle grandi manifestazioni per il Viet Nam rosso trovavano le ragioni dell’unione profonda con il proletariato, nella puntigliosa difesa della Costituzione, nel rigoroso antifascismo e nella matura e consapevole lotta di classe.
Sicchè Gloria Baldoni c’entra molto. Essendo uno dei fili rossi che legano le esperienze di Peppino e di Giovanni Impastato alle nostre attuali esistenze, e a quel poco che ancora ci capita di fare “per-portare-avanti-quei-discorsi” come si direbbe volendo riesumare il politichese strettò. Gloria naturalmente negli anni l’ho persa di vista, ritrovandola e riperdendola come un elegante rottame di naufragio nella grande tempesta dell’affondamento di quel formidabile Pci.
Oggi che le acque sono fin troppo calme, nel cuore della fin troppo citata grande bonaccia delle Antille, forse non è una follia, e neppure una licenza poetica, immaginare un ulteriore viaggio in Sicilia, tra il 1975 e il 1976, un incontro tra compagni a Terrasini, nella sede di “Radio Aut”, con tutta la banda dei redattori e degli aiutanti in seconda, al termine del quale ci saremmo alternati anche noi al microfono, Gloria Baldoni ed io, per dire le stesse cose che dicemmo davvero tra gli stand della seconda festa dell’Unità dedicata alla donna, in quella afosa estate di troppi anni fa.
Certo, si tratta di desideri di impossibile realizzazione ma, “cependant indispensables”: ciò nonostante indispensabili, come direbbe Jacques Carelman.
Ai quali desideri nel nostro piccolo concederemo un’ultima occasione di sopravvivenza, se e quando il bel libro di Giovanni Impastato lo presenteremo al pubblico marchigiano, io, Gloria ed altri ancora, a fianco di Giovanni che avrebbe voluto una vita normale, e invece è stato costretto dalle circostanze a passare ore ed ore ed ore per riportare tutti noi “sul luogo di un delitto che ha interrotto non un sogno, ma un servizio alla comunità”. (Pag. 270).
Ancona, 4 luglio 2021

