domenica, Aprile 4, 2021
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Le menzogne dell’Occidente sullo Xinjiang e sugli uiguri


Di:Samuel Iembo, membro della Direzione del Partito Comunista (Svizzera). (“Cumpanis” ringrazia il compagno Samuel Iembo e il Partito Comunista (Svizzera) per questo importante contributo)
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Non c’è nulla di nuovo nelle accuse di violazione di diritti umani che vengono rivolte dall’occidente, in particolare da Stati Uniti e Unione Europea, verso la Cina. È una vecchia tattica dell’imperialismo per far indignare l’opinione pubblica e cercare il consenso per attaccare un paese non allineato al campo atlantico su tutti i fronti: propagandistico, economico, e infine, se necessario militare. È quindi opportuno per un comunista saper riconoscere quali sono queste accuse infamanti e non veritiere e usare la logica e le fonti per riportare la verità alla luce. Per questa ragione è meglio andare con ordine.

La bufala del Genocidio

Una delle accuse che viene rivolta alla Cina, forse la più grave, è quella di genocidio nei confronti dell’etnia uigura, che è la popolazione di maggioranza residente nello Xinjiang. Le basi su cui si poggia quest’accusa si trovano negli “studi” di un losco individuo di nome Adrian Zenz, la cui biografia fa già intendere di che tipo di persona si tratti. Zenz è un cristiano fondamentalista tedesco i cui studi sulla Repubblica Popolare (Xinjiang e Tibet principalmente) gli sono stati, per sua stessa ammissione, “commissionati da Dio per distruggere la Cina”. Inoltre, egli è Senior Fellow della “Victim of Communism Memorial Foundation” in China studies, un’organizzazione il cui unico scopo è fare propaganda anticomunista. Insomma: di parte per non dire fazioso.

Non è questo però l’unico fronte su cui analizzare questa persona e i suoi studi. Possiamo individuare che tra le fonti dei suoi studi ci sono, oltre alle fonti del governo cinese, che se prese per intero indicherebbero altri dati risultando quindi fonti manipolate dallo stesso Zent, solo otto testimoniante dirette, per altro di persone di etnia uigura la cui origine ed effettivo trascorso nello Xinjiang non sono assodati.

Gli studi poi si baserebbero su metodi poco scientifici che, con dati su trasporti, cibo e merci forniti dal governo cinese sullo Xinjiang, Zenz conclude che un milione di uiguri sarebbero rinchiusi in campi di lavoro forzato, talvolta addirittura etichettati come veri e propri campi di concentramento. Oltre al fatto che la popolazione totale degli uiguri ammonta a 12 milioni, e che quindi sarebbe impensabile che in così tanti siano rinchiusi in campi sparsi per la regione, lo studio si basa effettivamente su dati forniti dal governo cinese, gli stessi che, se guardati attentamente, mostrano una crescita della popolazione uigura e una diminuizione della popolazione han nella regione. I dati usati, sono gli stessi che l’Occidente indica come presuntamente falsificati dal governo cinese. Una vera e propria bufala, insomma, costruita peraltro molto male.

Il Turkestan dell’Est

Quello che ci viene detto in Occidente è che la popolazione uigura, facendo un’impropria sineddoche e scambiando una minima parte per il tutto, vorrebbe staccarsi dalla “Cina comunista e oppressiva”. Niente di più falso. Lo Xinjiang è una regione povera che, sia per la sua difficile localizzazione geografia (distante dai centri ricchi della Cina) che per la vicinanza ad altri paesi islamici che vivono problemi di terrorismo come l’Afghanistan, ha sviluppato una forma di terrorismo islamista wahhabbista paragonabile a quella di Al-Qaeda e ISIS, con cui esistono dei contatti concreti. Difatti, questi “separatisti” tanto amati e adorati in Occidente, sono a tutti gli effetti dei terroristi che da decenni tentano di destabilizzare la regione attraverso degli attentati alla popolazione civile: morti e feriti sono stati un rischio concreto per anni, prima dell’introduzione dei Centri Professionali da parte della Cina.

I “New York Times Paper” di cui si è parlato tempo fa, che sarebbero documenti fuoriusciti dal governo cinese e che indicherebbero una precisa volontà di sterminio nei confronti del popolo uiguro, in realtà sono dei discorsi del presidente Xi Jinping indirizzati alla polizia dello Xinjiang che avevano come scopo quello di impartire istruzioni per combattere i soli terroristi della zona. Niente, quindi, di collegato ad etnie o altre fesserie che l’occidente ci racconta. Il separatismo volto alla creazione di un Turkestan dell’Est è quindi la rivendicazione di questi criminali, che auspicherebbero una forma di governo sullo stile del Califfato e di fatto ad uno Stato etnico simile a quello di Israele (che conduce un apartheid nei confronti dei palestinesi con il beneplacito di tutto l’occidente).

I campi di concentramento

Chiariamo subito una cosa: non esistono campi di detenzione forzata né tantomeno campi di concentramento nello Xinjiang. Quello che esiste, e di cui le stesse autorità della Repubblica Popolare Cinese parlano pubblicamente, sono dei Centri Professionali in cui la popolazione uigura che si trova in condizioni di povertà e di isolamento dal resto della società cinese e rischiando cosÌ di venire a contatto con i gruppi terroristi che rivendicano il Turkestan dell’Est, può imparare la lingua cinese mandarina e imparare il funzionamento del diritto cinese. Questo perché l’idea efficace, certamente non disumana, che ha applicato la Cina per combattere il terrorismo è quella di farlo con l’educazione, non con la repressione. Attraverso questo metodo, la minoranza uigura ha potuto migliorare il suo stile di vita ed integrarsi al meglio nella Repubblica Popolare Cinese, con risultati molto incoraggianti e visibili dalle statistiche di diminuzione della povertà degli ultimi anni.

Circolano parecchi video su internet che mostrano uiguri all’interno di strutture che sono simili a prigioni e in cui viene spiegato che l’unico motivo per il quale essi sono rinchiusi in queste strutture è riconducibile alla loro etnia. Anche in questo caso, risalendo bene alle fonti, tali video provengono effettivamente da comunissime carceri che, come anche nel resto del mondo, internano criminali che infrangono il codice penale del paese. Alcuni vi si trovano per spaccio di droga, altri per delitti commessi contro le persone, ma di sicuro non perché appartengono a un’etnia o all’altra. Il tutto è insomma costruito minuzionamente per creare nell’immaginario comune una realtà che non esiste.

Molti diplomatici hanno visitato lo Xinjiang e hanno dichiarato che quello che succede è qualcosa di formidabilmente efficace nel combattere il radicalismo islamico di stampo terrorista. Nel Giugno 2019, 22 paesi occidentali hanno inviato una lettera all’ONU denunciando la violazione dei diritti umani nello Xinjiang, a cui il giorno dopo è però seguita una lettera firmata da 37 paesi che invece difendevano l’operato della Cina, elogiandola. La cosa interessante è che di questi ultimi paesi, una buona parte è a maggioranza di religione islamica. Nella lettera “dell’Occidente”, invece, nessun paese lo è.

La minoranze in Cina

A dir la verità, la storia dell’oppressione delle minoranze in Cina non è cosa nuova. È successo con i tibetani, è successo ad Hong Kong (non per ragioni etniche, ma con la stessa logica e con lo stesso fine), e forse in futuro succederà anche con la Mongolia Interna, dove pure troviamo problematiche relative alle minoranze. Problematiche che, però, il governo cinese ha saputo risolvere in maniera estremamente efficiente. Difatti, le minoranze etniche e religiose in Cina sono molto avvantaggiate rispetto all’etnia principale Han che rappresenta circa il 92% della popolazione totale. Tra le misure che il governo di Pechino ha adottato per favorirle troviamo l’esenzione dalla (precedente) politica del figlio unico, le quote nelle università per l’etnia della regione (uiguri in Xinjiang, mongoli in Mongolia Interna, ecc.), la partecipazione obbligatoria dei membri della data etnia nei governi locali, l’obbligo di studio della lingua originaria anche per gli Han residenti e tante altre ancora.

Insomma, se esiste quello che a volte viene definitio genocidio culturale, o comunque un tentativo di assimilazione nei confronti delle minoranze etniche, sicuramente avviene ben lontano dalla Cina. Basterebbe guardare ai nostri vicini di casa dall’altra parte dell’Oceano atlantico, nei “grandi e democratici” Stati Uniti, per vedere che cosa davvero significhi opprimere ogni diritto delle minoranze.

È tutta propaganda

Ne risulta quindi che la Cina non ha fatto altro che crescere in maniera armoniosa e prospera, e che l’unico motivo per cui esistono queste accuse è una precisa volontà geopolitica di distruggere la Repubblica Popolare, in quanto, essendo un paese a guida marxista-leninista, è il nuovo e temuto bersaglio della nuova guerra fredda che rischiamo di veder fiorire a breve. La Belt And Road Initiative (che collega l’Europa alla Cina e passa proprio per lo Xinjiang), l’estrema presenza di minerali nella regione uigura, sono i principali motivi per cui l’Occidente ha così tanto bisogno di inventare menzogne su quello che succede in Cina. In realtà, le accuse non trovano il benché minimo fondamento: al contrario, parlando in termini psicologici, sono il più grande meccanismo di proiezioni mai visto. Per dirla in parole povere, l’Occidente con queste accuse non sta realmente parlando della Cina, quanto invece di se stesso.