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Al centro del dibattito pubblico sta tornando con prepotenza l’inflazione, un fenomeno potenzialmente pericoloso per i lavoratori perché può essere utilizzato per spingere il conflitto sociale nella direzione più favorevole agli interessi delle classi dominanti.

Per capire come quest’ultime possono utilizzare a loro vantaggio l’aumento del livello medio generale dei prezzi, basta ripercorrere gli ultimi cinquant’anni della storia economica dell’Italia.

A partire dall’autunno del 1969, nel nostro Paese vi fu una fortissima ondata di mobilitazioni da parte dei lavoratori che determinò un miglioramento delle condizioni di lavoro, una crescita imponente dei salari e una corrispondente caduta della quota dei profitti.

Il blocco padronale cercò ripetutamente di recuperare i margini di profitto aumentando i prezzi delle merci. Purtroppo, invano: il meccanismo della scala mobile faceva recuperare, seppure in ritardo, il potere di acquisto dei salari.

Per tranquillizzare, allora, le imprese e arginare l’offensiva dei lavoratori, nel 1973 il governo Andreotti decise di abbandonare il regime di cambi fissi e lasciare fluttuare liberamente la Lira, che si svalutò rapidamente del 30% nei confronti del Marco tedesco in poco tempo: l’unico modo, infatti, per aumentare i profitti era quello di favorire le esportazioni delle imprese italiane attraverso la svalutazione della Lira.

Il 1973 fu anche l’anno della crisi petrolifera e del vertiginoso aumento del prezzo del petrolio.

L’aumento del prezzo del petrolio e di altre materie prime essenziali per l’industria, insieme alla svalutazione della Lira, alimentò una fortissima inflazione (nel periodo 1974-77 il tasso di inflazione annuo si aggirava intorno al 17-18%).

Tuttavia, grazie alla scala mobile, i salari nominali continuavano a crescere.

Allora, per arginare l’aumento dei prezzi e dei salari, le autorità monetarie ridussero la liquidità monetaria e il governo adottò provvedimenti fiscali restrittivi.

L’obiettivo di contenere i prezzi, e quindi i salari, non venne raggiunto anche a causa della riduzione degli investimenti pubblici nell’edilizia popolare che generò un rialzo dei prezzi delle case. Non solo. Le politiche restrittive in materia monetaria e fiscale determinarono una diminuzione dei consumi, degli investimenti e dell’occupazione al punto che l’Italia entrò in stagflazione, in una situazione in cui si registravano contemporaneamente forte inflazione, stagnazione ed elevata disoccupazione.

La fase economica sfavorevole si trasformò comunque in una buona occasione per le classi dominanti per preparare il terreno per l’applicazione delle politiche di deflazione salariale.

Con il supporto di importanti economisti neoliberisti, venne diffusa nell’opinione pubblica, e nei lavoratori in particolare, l’idea che i continui aumenti salariali fossero la sola causa dell’inflazione, della scarsa competitività delle imprese e quindi della disoccupazione.

Invece, l’inflazione, come già detto, era da attribuire anche e soprattutto all’aumento del prezzo del petrolio (e delle materie prime), per la forte dipendenza energetica dell’Italia, e alla svalutazione della Lira, a causa della volontà governativa di far recuperare margini di profitto alle imprese.

Sulla base delle teorie di von Hayek, Friedman e Laffer, prese forma tra i lavoratori la convinzione che la bassa crescita, l’inflazione e la disoccupazione potevano essere combattute solamente con una politica economica finalizzata ad attirare i capitali esteri, a rimuovere qualsiasi rigidità dal mercato del lavoro e a ridurre il costo del lavoro. Non solo. Il salario non doveva essere più considerato una variabile indipendente perché ogni lavoratore doveva essere pagato in base alla produttività, cioè al suo contributo al processo produttivo: in altri termini, ogni lavoratore doveva ricevere quello che si meritava.

La conquista dell’egemonia nella società da parte dell’ideologia neoliberista portò inevitabilmente alla vittoria del “no” al referendum del giugno 1985 sul taglio della scala mobile e alla definitiva abolizione della stessa nel 1992.

L’attuale situazione economica e sociale è simile a quella degli anni Settanta per l’aumento dei costi dell’energia e delle materie prime ma profondamente diversa per quello che riguarda i salari, che di certo non stanno vivendo una fase di incremento.

Basta riportare i risultati del Rapporto annuale Censis 2021 per capire che non veniamo da anni di forte crescita dei salari: a parità di potere di acquisto, in Italia, la retribuzione media di un lavoratore dal 1990 al 2020 è diminuita del 2,9% (nello stesso periodo, in Francia è cresciuta del 31,1% e in Germania del 33,7%).

L’attuale dinamica inflazionistica è comunque perfetta per le classi dominanti, che si nascondono dietro la Bce e i governi nazionali, per assestare un ulteriore colpo ai lavoratori.

Oggi, neanche in minima parte, l’inflazione deriva dal surriscaldamento dei salari: essa è la conseguenza dell’aumento dei prezzi delle materie prime (soprattutto petrolio, gas e cereali) ed è dunque esclusivamente un’inflazione importata, da costi. Per questa ragione, non può essere combattuta con una politica monetaria restrittiva finalizzata a ridurre la domanda aggregata.

Invece la Bce decide di affrontare l’inflazione con una politica di questo tipo. Perché?

La spiegazione è semplice: far pagare l’aumento dei prezzi ai lavoratori e creare le condizioni per precarizzare ulteriormente i rapporti di lavoro e per tenere bassi i salari.

Infatti, la decisione di aumentare i tassi di interesse e la stretta sugli acquisti dei titoli di Stato da parte della Bce non incideranno sui prezzi, avranno conseguenze pesantissime sulle condizioni di vita delle classi subalterne e faranno entrare un Paese come l’Italia nel tunnel della stagflazione molto più velocemente che negli anni Settanta.

L’aumento dei tassi di interesse determinerà inevitabilmente una contrazione dei consumi, degli investimenti, della produzione, dei redditi e dell’occupazione. Si metterà in moto un circolo vizioso per cui l’aumento della disoccupazione genererà poi un’ulteriore diminuzione dei redditi delle famiglie e un’ulteriore riduzione dei livelli di produzione e di occupazione.

La stretta sugli acquisti dei titoli sovrani porterà invece, per il nostro Paese, ad una crescita dello spread (vale a dire la differenza con i rendimenti offerti dai titoli di Stato tedeschi) e, quindi, del debito pubblico.

Sarà così più facile, per le classi dominanti (e tutti quegli economisti, giornalisti, intellettuali, opinionisti che Kalecki definirebbe “uomini d’affari ed esperti di economia strettamente legati ai settori bancario ed industriale” e Marx “pugilatori a pagamento”) giustificare nuovi piani di aggiustamento fiscale e politiche pubbliche infarcite di tagli alla spesa sociale, privatizzazioni, licenziamenti, precarizzazione dei rapporti di lavoro e ogni forma di macelleria sociale.