Vae victis, “Guai ai vinti” affermavano i Galli occupando Roma, ma la Storia, ogni tanto, concede a “certi” vincitori di utilizzare questi “vinti” togliendosi dai guai.
Il caso specifico risiede proprio nella destra italiana, una destra, quella “antagonista” e quella parlamentare, che non discende da alcuna origine puramente conservatrice, giolittiana, ma direttamente da quella fondata nel ventennio fascista. Nessuna Norimberga per il fascismo italiano, nessun processo giusto per i gerarchi e per l’eredità che avrebbero lasciato crescere nel grembo della Resistenziale antifascista Repubblica Italiana.
Figli del qualunquismo, padri del populismo, fratelli delle alleanze più aberranti e contraddittorie della Storia. La tagliola nascosta tra le foglie di San Sepolcro da Mussolini scatterà ben presto rinnegando qualsivoglia spirito ribellista e caratterizzando così il carattere di adattamento a qualsiasi necessità il potere precostituito imponga, pur di salire sul trono di bronzo. Secondi al regno e al suo Governante e secondi al potere della Chiesa con il suo oscurantismo.
Da qui non poteva che svilupparsi una destra con quei crismi e ben disposta a nuotare nelle paludi del modernismo. La destra italiana contemporanea, non ne percepiamo altre se non quella erede del Movimento Sociale Italiano, ha fatto leva sui valori patriottici per decenni, contraddicendo e negando a se stessa i principi filosofici portati avanti dai loro stessi intellettuali fascisti.
Julius Evola in testa, che ha sempre attaccato il patriottismo a destra in quanto idea nata a sinistra (rivoluzione giacobina francese) che nega il valore patriarca dell’imperium, il valore imperiale del monarca e della famiglia aristocratica che governa il popolo. Da qui si generano l’illusione diffusa tra le milizie nazionali e quei momenti patriottardi vuoti di contenuti rispetto alla storia nazionale ed europea e che ancora fanno fiorire imbarazzi. La destra oggi appare così, con un patriottismo annebbiato, senza riferimenti storici oltre alle marionette romane del fascismo. La Patria di cui oggi la destra parla, è la loro patria, al servizio del Patto atlantico che vede nell’Italia una colonia politica, economica e culturale. Si delinea così un patriottismo retorico in cui non si crede abbastanza, per cui nessuno a destra è felice di vivere e tantomeno onorato di sacrificarsi.
Così, guidato dai mercati, il patriottismo diviene opportunismo. opportunismo in cui si corre ad occupare il posto libero della sovranità̀, in cui ci si getta dalla nave dell’Europa per cercare poi, forsennatamente, di allungare il braccio per essere tirati a bordo.
Il sovranismo di Fratelli d’Italia e della Lega è una falsa patria concessa dalla Nato, a patto che se ne rispetti la sovranità, conducendo in questo modo il popolo verso una terra promessa che resta la penisola dell’impero europeo. Così il sovranismo della destra moderna nasconde il desiderio monco di un nazionalismo felicemente miope e volontariamente arretrato che vuole ancora avere il primato del razzismo, peraltro vigliaccamente neanche dichiarato. Così le tristi e brutali dichiarazioni di un Salvini sui barconi carichi di esseri umani in difficoltà e la freddezza di calcolo retorico sull’immigrazione della Meloni nascondono, ancora una volta, l’ipocrisia di coccolare il popolo italiano sapendo essi stessi di non avere alcun interesse risolutivo né verso i migranti né verso il popolo italiano.
Il migrante come forza lavoro sottopagato è il core business delle classi di riferimento di queste destre, l’immigrazione diventa terreno fertile per quel desiderio sociale di schiavismo moderno: protetto dalla legge e assicurato dal mercato. Pertanto, da una parte si lanciano proclami contro l’invasione, dall’altro si è ben felici che quel carico umano approdi sulle nostre coste per farlo finire tra le braccia degli sfruttatori, elettorato così garantito ai falsi patrioti.
Ma questa destra fantasma ha anche avuto delle velleità̀ diplomatico-internazionali, ha tentato anche di mostrare un’intellettualità desiderosa di un’alternativa globale allo strapotere statunitense unendola alla politica antieuropeista. Ma la timidezza con cui si è affrontata la difesa della sovranità del mondo “russo” e la vaghezza con cui si è percorsa la Via della Seta ci ha mostrato subito la vacuità di questa alternativa fatta di menzogne e ipocrisie. Il populismo del soggetto forte, ma espressione in questo caso di una debolezza culturale, ha voluto fare leva su una passione naturale che un certo popolo trasuda per la figura del Presidente Putin e per la forza espressa dalle Repubbliche filorusse. Facendo leva sulla perfezione economica espressa dalla Cina in un momento in cui la crisi dell’Occidente nuovo e vecchio atterriva le popolazioni dei lavoratori. Ma è bastato il secco richiamo della Nato per rimettere in riga le schiere della destra. Così il supporto al Donbass resisterà finché non gli verrà consigliato di sostenere il neonazismo Ukrop; la Russia diviene l’astronave “morte nera” delle dittature del mondo; la Bielorussia la più oscura dittatura contro il popolo; la Cina la più grande minaccia al consueto ordine mondiale che regolarmente è stato servito dai neo fascisti dagli anni ’60 ad oggi, coerenti con la loro vera tradizione. Di conseguenza la loro visione “fascista del terzo millennio” muta in base alle tendenze del momento. La stessa coerenza individuale o sociale può inerpicarsi per vie alternative ogni qual volta il trasformismo lo richiede, ed ecco che essere fascisti diviene facilmente l’essere contro tutte le dittature a tal punto da poter ricorrere, in proprio aiuto, ad esempi antifascisti pur di screditare il pensiero governativo del momento. Il caso dei vaccini anti-Covid ne è l’esempio: si mostrano nelle piazze momenti di propaganda che inneggiano alle persecuzioni subìte dagli ebrei dalla Germania nazista, si combatte contro i “progrom” del green pass paragonandoli a lasciapassare delle più feroci dittature nazionaliste. Tutto ciò senza battere ciglio verso il modo di queste destre di essere moderne.
Ma la destra più radicale, più conservatrice, più populista non smette di contraddirsi ancora di fronte alle necessità di controllo della NATO. Così li troviamo nelle piazze, da Kiev a Minsk a Mosca ad Hong Kong a sostenere le “rivoluzioni arancioni” sempre in prima fila a destabilizzare, per conto USA, i governi legittimi mostrando i muscoli, attraverso la carica ultras e sfoggiando panorami runici senza la benché minima consapevolezza, sempre in preda all’ignoranza di maniera e agli slogan più semplicistici, al fine di favorire sempre lo stesso blocco antipatriottico, neocoloniale nella certezza che gli “interni” gli garantiranno immunità, istituzionalità, rigenerazione.
Il terreno di movimento della destra radicale, parlamentare o meno, è sempre quello di illuminare le tenebre dell’ignoranza con la luce della menzogna a tal punto che ad oggi la destra ha in parte perduto il suo riferimento elitario delle sue classi spingendosi sempre più verso le masse.
Uno spostamento frutto anche del cambiamento socio-culturale in seno alle fasce sociali che hanno perduto quella scuola familiare pedagogica e che oggi confonde la forza con la ricchezza.
Ma il percorso di queste destre ci impone una riflessione rispetto al nostro andamento politico. La Storia ci dimostra come molti movimenti neofascisti, dagli ‘70 in poi, studiarono con dovizia il potere di integrazione del Partito Comunista Italiano e cercarono di farne tesoro nel radicamento tra un proletariato e un sottoproletariato che comincerà ben presto a non ritrovarsi più nelle direttive dei socialismi. Così, alcune delle tematiche che oggi vengono gridate dai megafoni stonati dei reazionari trovano la paternità in un linguaggio che un tempo ci apparteneva, la cui condivisione dei problemi, che ci portava alla consapevolezza ed elevazione sensibile della classe, oggi portano il popolo dei lavoratori a “ragionare” con questi raggruppamenti condividendone la visione anti-elitaria. Ma noi possediamo la consapevolezza del potere delle coscienze e abbiamo una visione divinatoria del destino dei lavoratori che dovrebbe fornirci le armi per contrastare questa pericolosa espansione. Abbandonare la negazione dei simboli, quando non si ha chiarezza del loro significato popolare, è il primo passo per inglobare tutte le “necessità” del popolo. Tornare a vivere in mezzo alla gente impadronendosi di nuovo di tutte le tradizioni popolari e restituendole al popolo con più forza dovrebbe essere il ruolo della pretesa Avanguardia che noi vogliamo costruire.
Non più giudizi negativi verso ciò che crediamo non ci appartenga, ma l’accettazione della cultura e dei simboli del popolo nei decenni e nei secoli può restituirci quel carattere rinascente che strapperebbe alla falsità reazionaria i nostri popoli, unica e potente fonte di Rivoluzione. I simboli che la storia ha posto sul nostro cammino da secoli e che il popolo sente energicamente come propri, come scettri e come troni di una rivincita di classe, così come i valori nazionali, locali e familiari, la Patria, le nostre trincee, la nostra identità nazionale, l’orgoglio proletario di appartenere ai costruttori, che ci appartengono di diritto, saranno il segnale e la strada per tornare ad essere un tutt’uno con i nostri lavoratori tutti e donargli così quella coscienza di Resistenza e quella volontà di Rivoluzione unico trionfo possibile per il socialismo in Italia e in Europa. Allora e soltanto allora la destra tornerà ad essere il nemico e a svelare il suo vero volto. Allora e solo allora il lavoratore la vedrà come nemico combattendovi contro fino al trionfo e alla sua eliminazione. Recuperare l’identità nazionale, rafforzerà l’internazionalismo tra i popoli, tra le avanguardie e renderà la mano della classe lavoratrice invincibile.
Questo sarà il compito di ogni comunista, questa deve da essere la nostra missione che porterà alla Giustizia e alla Libertà.
Vae victis affermavano i Galli occupando Roma, Non auro, sed ferro, recuperanda est Patria, “Non con l’oro si deve riscattare la Patria, ma con il ferro” risposero i Romani riconquistando quanto gli era stato sottratto.


