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“… La gerarchia, che si basava sul dare ordini, diventa ora una gerarchia di responsabilità […] La delega di responsabilità non comporta quindi una dissoluzione della gerarchia, ma un cambiamento della sua funzione e del suo significato”. (Johan Chapoutot, Nazismo e management. Liberi di obbedire)

“… Il fratello di mia nonna costruiva case. Non ha voluto prendere la tessera del fascio e non ha più potuto lavorare fino alla fine della guerra. I miei zii erano partigiani sulle montagne della Carnia e siccome i tedeschi non li trovavano sono andati a casa e hanno trascinato via mio nonno e mia zia. Nessuno ha saputo dove fossero finiti fino a quando i tedeschi sono scappati e i partigiani li hanno liberati. Erano nel carcere di Palmanova e sono stati fortunati perché la guarnigione tedesca se n’è andata lasciando tutti i prigionieri chiusi dentro. In altre prigioni li hanno tutti ammazzati prima di scappare. Mia madre si alterava sempre quando mi raccontava che alla liberazione tutto il paese era in piazza con il fazzoletto rosso al collo mentre i partigiani e chi si era opposto al fascismo si contavano sulle dita di una mano e mi diceva che alle sue rimostranze le rispondevano <non sapevo, non credevo, non pensavo>. E invece sapevano tutto. Erano stati indifferenti, avevano coltivato i loro orticelli, i loro interessi o erano stati pavidi o erano convinti che tutto sommato il fascismo era ordine e legalità e andava bene e chi si opponeva era un mestatore, un sobillatore o, peggio, un comunista”. (Elisabetta Teghil, Libertà di obbedire, obbligo di essere gradit*)

Dal punto di vista strategico chi meglio di un militare non “intruppato” nel mainstream indecoroso italiota ed europeo come il generale Fabio Mini, già comandante della missione KFOR in Kossovo nel 2002, per tratteggiare le vere ragioni del conflitto in atto in un suo articolo dal titolo: “Kiev, esercito allo sbando: mani libere ai paramilitari. Rifornirli aumenta ancora i rischi per la popolazione”.

Non ci sono dubbi, a mio avviso la guerra Russo-Ucraina si innesca in modo, credo inevitabile, dopo una lunghissima fase di espansione verso Est della NATO, l’alleanza militare dei Paesi occidentali. La situazione è rappresentata plasticamente, senza dover aggiungere ulteriori commenti, dalla ormai famosa cartina geografica dell’Europa che evidenzia l’adesione all’alleanza stessa. Sono, infatti, 15 le nazioni europee che dal 1998 ad oggi si aggiungono a quelle già aderenti, portando il loro numero complessivo a trenta. Impossibile, quindi, non considerare che così facendo il pericolo per la sopravvivenza della Federazione Russa fosse percepita dai suoi governanti come insopportabile sotto tutti i profili e che una minaccia sistematica e costante come questa determinasse, prima o poi, un intervento diretto della Russia.

“Sembravano teorie del complotto o fantasie dei ‘filoputiniani’, le valutazioni che fin da prima dell’attacco confutavano la narrazione fornita dall’Ucraina, ma orchestrata e preparata dall’esterno. Alle voci dubbiose di alcuni storici ed esperti occidentali, compresi quelli americani, subito tacciati di filoputinismo, si sono aggiunte in questi giorni voci inaspettate, oltre alla nostra: il bollettino n. 27 di Jacques Baud, il colonnello dell’intelligence svizzera, ora analista internazionale di professione con un attivo di decine di libri e rapporti su questioni militari diventati dei “must read” in Europa e nel mondo e il Financial Times del 20 marzo con le molte altre voci di esperti europei raccolte da Sam Jones da Zurigo e John Paul Rathbone da Londra”. (Tutte critiche nei confronti delle politiche della NATO ai confini russi, N.d.R.).

“A parte la provocazione della Nato nei confronti della Russia iniziata nel 1997 con l’espansione a Est, secondo Baud la questione russo-ucraina non è sorta a causa del separatismo o indipendentismo del Donbass. Il conflitto nasce invece da fenomeni interni all’Ucraina e all’Occidente, fenomeni che hanno fatto in modo che esso si ampliasse e degenerasse. Dal 2014, con i fatti di Maidan e i massacri in Donbass e Odessa, si dimostra la debolezza delle forze armate ucraine, succubi di regimi che non si fidano di esse, che deliberatamente le abbandonano e si rivolgono alla componente paramilitare per mantenere l’ordine interno. L’esercito ucraino, teoricamente forte di quasi trecentomila uomini, era infatti in uno stato disastroso”.

Non mi dilungo oltre sulle cause della guerra e sulle possibili molteplici letture che accompagnano il conflitto in atto, mi preme di più evidenziare un punto di vista di mia competenza e che riguarda l’utilità o meno, per i lavoratori e in generale per le classi subalterne che si potesse realizzare un possibile ritorno della “Storia” dopo che lo sviluppo capitalistico, soprattutto quello realizzatosi nel cosiddetto Occidente, ne aveva decretato, apparentemente, la fine. Teoria ipotizzata, come noto, ne “La fine della Storia” il famoso saggio di Francis Fukuyama.

Non sembrerà a nessuno casuale che la tesi di Fukuyama si regga a partire da una data “fatidica” quella della “caduta del muro di Berlino”, avvenimento che per lui rappresenta la conferma più vistosa ed epocale di una tendenza presente a livello globale, di conformazione dei sistemi politici ai principi della “democrazia liberale”. Secondo l’autore, infatti, essa rappresenta l’evoluzione positiva e obbligata rispetto a tutte le altre forme di governo che i popoli si sono date, compreso anche il Socialismo.

Pertanto “la Storia” secondo l’Autore, arrivata a quel punto, si può “fermare”, perché il suo movimento che ha condotto alla democrazia liberale ha raggiunto la sua mission istituzionale. Non abbiamo bisogno di altro!

Ahinoi, anche per gli Autori importanti vale la considerazione che un testo del 1992 è già un pezzo d’antiquariato, la Storia stessa si è incaricata di smentirne i presupposti e la conseguenze, il de profundis, se ce ne fosse stato bisogno, è arrivato proprio e anche, dal conflitto russo-ucraino nel quale la tesi di Fukuyama cacciata dalla porta ritorna prepotentemente dalla finestra, riproponendo proprio ciò che Fukuyama aveva liquidato con troppa facilità: il mondo non evolve in senso unipolare ma semmai multipolare e prima ce ne rendiamo conto meglio è per tutti noi.

La Russia, ovviamente, è uno di questi mondi e penso sia irrilevante giudicarla con le categorie religiose del bene e del male. Poco importa, infatti, se il governo di Putin sia minimamente assimilabile o no (io penso di no), al Comunismo o al Socialismo, si tratta comunque di un Paese con il quale l’Occidente dal capitalismo collassante deve fare i conti, altrimenti possono arrivare le bombe, comprese quelle atomiche, e allora sì che la Storia si ferma davvero e per sempre.

Per parlare con un minimo di serietà della inevitabilità di prendere atto che il mondo che si va delineando ha una struttura multipolare, non si può non affrontare il tema Cina, e di approfondire come questo Paese, già da tempo alla ribalta delle “superpotenze mondiali”, ponga alla discussione il nodo del suo peculiare sviluppo economico e se, quindi, il capitalismo a Partito unico rappresenti un possibile elemento di valutazione e imitazione nel paradigma internazionale dei sistemi sociali. Ma qui mi fermo anche per non stressare evidenti limiti personali di analisi dei sistemi sociali complessi, tra l’altro cosa non utile per le finalità di questo articolo.

Forse torna utile, però, a sostegno di quanto, soprattutto in tempi recenti, si sia drammatizzato il confronto-scontro tra le potenze insorgenti, mettere in evidenza le affermazioni del giornalista indiano Arnad Goswami che ci dicono chiaramente come anche l’India si presenti in modo inedito sul panorama internazionale. In un’intervista televisiva Goswami ha replicato al politologo americano Kupchan il quale sosteneva la tesi secondo cui 2/3 delle Nazioni erano schierate contro la Russia e pertanto, a suo insindacabile giudizio, anche l’India avrebbe dovuto “uscire dal recinto” e schierarsi apertamente con Washington. Nell’intervista in questione Goswami eccepisce:

“Gli Stati Uniti non sono ora nella posizione di essere i guardiani della democrazia e dei diritti umani. Gli Stati Uniti non hanno il diritto morale di dire se il mondo debba unirsi per fare pressione sulla Russia poiché gli stessi Stati Uniti sono gli autori delle peggiori atrocità avvenute nel mondo. Ha poi esortato l’interlocutore statunitense a non dettare all’India lo scenario di comportamenti desiderati. l’India è un grande Stato ‘non siamo un tuo satellite’”.

Posto, dunque, che la supremazia dell’Occidente è ormai un ricordo del passato, sarà comunque per molto tempo ancora gravida di rischi la interiorizzazione dell’autoconsapevolezza, in particolare da parte degli USA di dover diventare potenza tra le potenze pur essendo ancora centrale la forza del suo apparato militare-industriale.

Dentro questa crisi annunciata e gravida di pericoli che fa tremare le vene ai polsi, correndo consapevolmente il rischio di saltare troppo frettolosamente di “palo in frasca”, diventa per me urgente che la sinistra politica e sindacale definisca gli statuti di un nuovo rinascimento sociale. Se è vero, infatti, che la crisi dell’egemonia del sistema socio-economico al quale siamo sottoposti corrisponde alla crisi del capitalismo finanziario globalizzato (una volta tanto irreversibile, smentendo finalmente l’aforisma “il capitalismo ha i secoli contati”), è anche necessariamente vera l’affermazione secondo la quale gli effetti nei rapporti di produzione, e quindi tra dominanti e dominati nelle Nazioni occidentali, non sono ulteriormente tollerabili.

Se dal generale ci si cala nel “particulare” si deve constatare che la crisi del sistema capitalistico alle quale accennavamo sopra non è una crisi contingente, degli ultimi anni, sono invece decenni che produce i suoi frutti avvelenati distruggendo sistematicamente le condizioni concrete, materiali, di vita di interi segmenti di popolazione. Qui l’analisi, per capire le modificazioni avvenute, si fa necessariamente più “locale”, intendendo con questo la necessità di valutare le conseguenze in una dimensione nazionale, anche se alcuni disastri sociali hanno radici comuni in Europa.

In Italia, ad esempio, sarebbe molto difficile fare valutazioni fondate se non partissimo dalla fine dei “trenta anni gloriosi” e dal compromesso capitale-lavoro. In quella fase non sono negabili in toto le conseguenze positive di quella strategia in merito a salari operai, welfare, ascesa sociale dei ceti marginali etc. e se partiamo da lì, dobbiamo ricordare gli anni Ottanta del secolo scorso, quando convenzionalmente parte la ristrutturazione capitalistica e la conseguente sconfitta dei Sindacati e dei Partiti di “sinistra”. Perché è proprio da quegli anni Ottanta che inizia a realizzarsi la distruzione di quella struttura economica che aveva saputo, fino ad allora, servirsi efficacemente dell’economia mista Stato-privati per reggere la competizione internazionale. l’Europa di Maastricht del ’92 pone fine a qualsiasi velleità di recupero ed evidenzia la catastrofe delle élite del Paese.

Su questo conviene “sentire” la voce di Carlo Formenti così come si esprime nel suo: Per un Socialismo del XXI Secolo.

“Lo smantellamento dell’industria di Stato e la sconfitta delle classi lavoratrici non hanno tuttavia creato le condizioni per l’ascesa di grandi imprese private capaci di competere sul mercato internazionale, proprio perché la borghesia italiana aveva scelto di accettare un ruolo subalterno sul piano internazionale pur di mantenere il proprio dominio sulle classi lavoratrici. Gli esiti sono noti: nanismo delle imprese, terziarizzazione del lavoro a basso valore aggiunto, aggravamento dello squilibrio Nord/Sud, sfascio dei servizi pubblici”.

E ancora: “Questi processi in atto da quattro decenni hanno determinato radicali trasformazioni nella composizione di classe e nella rappresentanza politica. Per quanto riguarda il primo aspetto abbiamo avuto l’indebolimento numerico di una classe operaia sempre più frammentata, individualizzata e dispersa a fronte di un aumento ipertrofico di una classe media impegnata però in una galassia di attività rifugio (piccolo commercio, artigianato microimprese). Per quanto riguarda le seconde tangentopoli ha avviato una crisi irreversibile dei partiti tradizionali travolti dalla corruzione ma soprattutto si erano scavati la fossa favorendo l’indebolimento delle loro stesse basi sociali”.

Già da queste premesse si comprende bene il baratro nel quale sono sprofondate le cosiddette democrazie liberali che, bene o male, hanno garantito l’uscita dei Paesi, e segnatamente del nostro, dal secondo dopoguerra. Un baratro nel quale siamo precipitati non senza accelerazioni eclatanti come la crisi del 2008 e, da ultimo, per gli effetti della pandemia, della sua gestione, ed ora della guerra.

Le élite politiche del Paese sono state sempre inadeguate ad affrontare i processi di sviluppo anche se giudicati in ambito liberista. Solo per fare una considerazione sulla situazione politica attuale e in particolare alla gestione Draghi, possiamo notare come il Banchiere di Bruxelles non abbia la minima idea di come affrontare i problemi indotti dalla guerra. Il divario tra quello che sarebbe servito per uscire dalla crisi e quello che il primo ministro mette in campo appare incolmabile. Basti pensare alla subalternità alla NATO e agli USA dimostrata con la decisione di utilizzare fino il 2% del PIL del Paese già indebitato fino al collo, per il riarmo e per l’invio di materiale bellico all’Ucraina. Su questo ha ragione persino il censurato Bergoglio che definisce la decisione più frutto della pazzia che di razionalità politica.

Le risorse infatti, avrebbero dovuto essere tutte utilizzate per tentare di affrontare il quadro sociale interno di seguito accennato.

Alcuni numeri credo sintetizzino adeguatamente la condizione materiale dei lavoratori italiani e la composizione sociale degli strati esclusi dai processi di globalizzazione capitalistica. In Italia, quando parliamo di disoccupazione giovanile ci si riferisce alla situazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni che non hanno un lavoro ma sono disposti e capaci di lavorare e cercano attivamente un posto.

Secondo le statistiche, nell’estate del 2021, 2 milioni e 850 mila giovani erano disoccupati; l’Italia registra uno dei più alti tassi di disoccupazione giovanile tra i paesi dell’Eurozona. Inoltre, i dati regionali dimostrano che nel Meridione il tasso di disoccupazione ha quasi raggiunto il 50% per non parlare della precarizzazione di tutte le forme di lavoro presenti tanto che Eloisa Betti, docente di storia del lavoro all’università di Bologna, definisce, nel suo Precari e precarie: una storia dell’Italia repubblicana e le ombre del Fordismo il nostro Paese come una Repubblica fondata sul precariato.

Se a questo quadro aggiungessimo che anche nelle sempre più risicate sacche del lavoro contrattualmente tutelato e stabile, gli stipendi e i salari sono diventati i più bassi d’Europa, potremmo pensare di trovarci di fronte ad una situazione esplosiva estremamente favorevole al ripristino di condizioni socialmente conflittuali atte a favorire il reinsediamento di quei Partiti e sindacati capaci di guidare l’auspicabile e inevitabile ripresa dello scontro tra classi come passaggio obbligato per il cambiamento dei rapporti sociali, dentro il fenomeno della quarta rivoluzione industriale, e contro le filosofie del Grande Reset.

Bisogna ammettere senza reticenze, però, che la situazione attuale non dimostra un significativo aumento della propensione alla conflittualità sociale che possa dirsi, seppur vagamente, corrispondente alla situazione drammatica nella quale vivono decine di milioni di persone tra povertà relativa e assoluta. La domanda sociale di rappresentanza degli interessi degli strati sociali subalterni sembra ancora lontana dal raggiungere livelli che possano farci ritenere imminente una svolta nei rapporti tra vincitori e sconfitti dei processi economici di globalizzazione.

Tra le cause, credo si possano annoverare le sostanziali assenze di organizzazioni politiche e sindacali capaci, anche sul piano teorico, di offrire una visione del mondo realisticamente alternativa al sistema dominante che, seppure in crisi profonda, è riuscito ad annullare tutte le alternative che avevano caratterizzato lo scontro di classe dopo la “rivoluzione di Ottobre” e prima dell’89.

I partiti della cosiddetta Sinistra radicale sono sempre più irrilevanti quanto più abbracciano la tutela dei diritti individuali senza saper proteggere i diritti sociali illudendosi che si possano avere cambiamenti sostanziali della condizione di milioni di “poveri” senza affrontare il problema dei rapporti di produzione capitalistici. Per quanto attiene al ruolo dei sindacati cosiddetti “collaborativi” non vale la pena neanche insistere. Si tratta di organizzazioni, alcune delle quali con un passato glorioso ma che, da decenni ormai, rappresentano un ostacolo a qualsiasi cambiamento della condizione reale dei lavoratori in senso lato, impegnati come sono a conservare se stessi e le loro burocrazie interne che li costringono, giocoforza, ad essere sempre in sintonia con il potere politico a prescindere (come diceva Totò), da chi e come lo gestisce.

E allora “Cumpanis” e il Sindacato conflittuale di Base? Certo che servono perché entrambi impegnati a loro modo nel tentativo generoso di sopperire alle mancanze drammatiche appena accennate sopra, sapendo che per ora, gli spazi di movimento assomigliano più a delle nicchie che alle famose “praterie” che sempre vengono utilizzate come metafora quando si intravedono le smisurate ragioni sociali per un determinato agire politico. Come si fa, infatti, a non partire dalla necessità dell’unità dei Comunisti per la quale “Cumpanis” generosamente si spende, e/o della ripresa del conflitto sociale organizzato come sulla questione del rifiuto da parte degli operai USB di caricare le armi destinate all’Ucraina, nascoste all’aeroporto di Pisa. Solo così si può immaginare un futuro diverso da quello confezionato dai profeti della mondializzazione. Al lavoro e alla lotta dunque!