Privatizzazione ed esternalizzazione non necessariamente vanno a braccetto, ma ciascuna delle due si ripercuote comunque sulla vita dei lavoratori.
Se si parla di privatizzazione in senso stretto, a rischio ci sono i posti di lavoro e la qualità della vita in azienda; l’imprenditore privato, mirando infatti a profitti sempre più alti, non si fa alcuno scrupolo per poterli raggiungere.
cMa nel caso cui alla privatizzazione si associ anche l’esternalizzazione allora per i lavoratori non c’è più alcuno scampo.
A questo riguardo, alcune aziende genovesi ci preoccupano particolarmente in questo momento, già reso duro dall’ emergenza sanitaria causata dal covid, anche se non pensiamo che sia esso la causa della loro situazione attuale.
Partiamo da un’azienda che faceva parte della galassia Finmeccanica, ovvero l’ex Elsag ora Leonardo, un “gioiello” all’avanguardia nel settore della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza; dopo l’inizio del processo di privatizzazione purtroppo le cose non sono affatto migliorate, anzi è di pochi giorni fa l’ultimo sciopero.
Oltre alla privatizzazione ora si parla anche di esternalizzazione, e come già citato prima le due cose assieme non sono mai cosa buona: si parla di cedere ad altri il lavoro (perché bisogna usare le parole che tutti capiscano) che riguarda le attività di automazione; ma oltre ai lavoratori Leonardo rischiano anche il ridimensionamento gli addetti delle pulizie e della mensa, compreso tutto l’indotto.
Altra azienda attualmente statale (commissariata per effetto golden share) che rischia è la Piaggio Aero Space.
In questa azienda è stata fatta “macelleria sociale”: un’azienda anche lei considerata di punta, dove viene prodotto l’aeromobile P180 (una Ferrari del cielo) costruito quasi tutto artigianalmente; purtroppo per le scellerate scelte di esternalizzazione sono stati indotti licenziati, con la magra consolazione di una manciata di soldi, più della metà dei lavoratori Genovesi e lo stabilimento è stato ridotto al solo service.
Solamente 6 lavoratori risultano ancora in cassa da 6 anni e rischiano ormai di finire nell’oblio; nonostante le vane promesse di corsi ed aggiornamenti finalizzati alla ricerca di un’altra occupazione, poco e nulla è stato fatto.
I lavoratori in cassaintegrazione sono allo stremo, 6 anni a 860 euro al mese rappresentano un livello di mera sopravvivenza; essi non hanno avuto nemmeno la possibilità di poter rimpinguare il loro reddito svolgendo lavori socialmente utili, contribuendo così contemporaneamente al benessere della collettività.
Malauguratamente a tutt’oggi non si vede alcun potenziale acquirente all’orizzonte e la situazione rischia di precipitare, come può un’azienda con quasi zero contratti (o comunque contratti fittizi) e senza alcuna guida da parte di una solida proprietà andare avanti ancora per molto? Fino a quando saranno garantiti gli stipendi?
Tutte domande che attendono risposte.
Un’ulteriore azienda genovese che desta preoccupazione è la Fincantieri: in questa azienda ove operai altamente specializzati, diremmo quasi artigiani più che operai, venivano costruite navi che rappresentavano l’orgoglio della cantieristica italiana.
Negli anni tra le varie vicissitudini trascorse, tra cui il rischio di chiusura nel 2011 - poi per fortuna rientrato - le cose non fanno che peggiorare: nonostante la chiusura sia stata fortunatamente sventata, molte attività all’interno del cantiere vengono esternalizzate a ditte esterne; purtroppo, anche l’indotto ne risente, ma il piano industriale prosegue senza che nessuno possa opporvisi.
Come spiegato dai vertici aziendali in questo modo il cantiere rimaneva aperto, ma a discapito sempre dei lavoratori che sono sempre gli unici a pagare: si esternalizza per ridurre i costi e fare più profitto, le ditte fanno contratti al ribasso, gli stipendi scendono e le ore lavorative aumentano.
Si attendevano risposte per il ribaltamento a mare; appunto si attendevano, ed ancora si attendono, mentre nel frattempo la preoccupazione di questi lavoratori cresce.
Altra azienda che negli anni si è vista ridurre drasticamente la capacità occupazionale è l’ex Italsider; ceduta alla famiglia Riva dopo un ridimensionamento di attività e lavoratori sembrava potere proseguire le sue attività navigando in acque tranquille, ma così non è andata.
Come sappiamo, è arrivato il “salvatore” Arcelor Mittal che ha tagliato posti di lavoro e stipendi, insomma, il solito ricatto per potere “salvare” e tenere in piedi l’azienda; alcuni operai vengono reimpiegati in lavori socialmente utili mentre altri (come nella questione Piaggio) vengono convinti con una poco più di una mancia mancia a dare le dimissioni.
Ad oggi la situazione continua ad attraversare una fase concitata.
Ci chiediamo in conclusione come sia possibile che aziende che possiedono tutte queste professionalità e capacità riconosciute in tutto il mondo stiano soffrendo da anni questa crisi continua; chi le gestisce continua a macinare profitti personali, mentre le aziende continuano ad andare in perdita.
Come al solito, a pagare sono sempre i lavoratori e le lavoratrici.

