La scorsa settimana, negli Stati Uniti, si è innescata una pericolosa tempesta che ha provocato in pochissimo tempo il fallimento di tre istituti bancari, vale a dire Silvergate Capital, Silicon Valley Bank e Signature Bank.
Se le chiusure della Silvergate Capital e della Signature Bank, banche specializzate in criptovalute, possono essere considerate, non senza alcuna ragione, dei casi circoscritti legati alla continua tendenza al ribasso del mercato delle monete virtuali e al collasso di Ftx, il fallimento della Svb è invece il risultato della corsa degli investitori e dei correntisti a vendere i propri titoli bancari e a ritirare i propri soldi dai conti correnti.
Da dove nascono tempeste finanziarie come queste, che possono poi facilmente diventare uragani?
All’origine vi è sicuramente la politica monetaria restrittiva della Federal Reserve. Infatti, gli aumenti dei tassi di interesse hanno creato forti problemi di credito alle imprese e, di conseguenza, alle banche, soprattutto quelle, come Silicon Valley Bank, molto esposte con piccole e medie imprese. Le banche, per evitare crisi di liquidità e di fiducia da parte di investitori e correntisti, sono così costrette a vendere le obbligazioni che hanno in pancia. Tali obbligazioni, però, vengono cedute ad un prezzo molto più basso di quello iniziale, in quanto svalutate proprio dall’aumento dei tassi di interesse.
Dunque, gli alti tassi di interesse non determinano una diminuzione solamente della domanda, dei consumi, degli investimenti e dell’occupazione. Arrecano fortissimi danni anche al sistema bancario. Infatti, se da una parte le banche guadagnano di più se prestano il denaro ad un tasso di interesse maggiore, dall’altra i clienti ricevono di più per i loro depositi e le banche stesse, nei casi di mancato adempimento di famiglie e imprese debitrici e di forti richieste di rimborso da parte dei depositanti, possono trovarsi costrette a vendere massicciamente le obbligazioni detenute, tra l’altro svalutate proprio a causa della politica monetaria restrittiva.
Perché, allora, la Federal Reserve adotta una politica di questo tipo?
In primo luogo, per combattere l’inflazione, che resta molto elevata ed è indotta dalla domanda.
Negli Stati Uniti, infatti, la produzione e i posti di lavoro corrono oltre le attese. L’incremento dell’occupazione si traduce in un aumento del reddito, dei consumi e della domanda. Di conseguenza, crescono anche i salari e i prezzi.
Tuttavia, c’è anche un’altra ragione dietro l’aggressiva politica restrittiva delle autorità monetarie.
L’aumento dei tassi di interesse è anche un modo per mantenere l’egemonia del dollaro in un contesto globale in cui la Cina sta lentamente vendendo titoli di Stato americani.
La progressiva vendita dei titoli del debito pubblico americano da parte della Cina potrebbe, in prospettiva, rendere meno sostenibili le enormi spese militari o progetti come l’Inflation Reduction Act, che prevedono un massiccio pacchetto di sussidi pubblici.
Gli Stati Uniti devono, dunque, evitare che il loro debito pubblico non sia più sostenibile e che, il dollaro smetta di essere la valuta privilegiata. Per questo, sono costretti a mettere in campo una politica monetaria finalizzata ad aumentare gli investimenti mondiali in dollari e, quindi, a contrastare la de-dollarizzazione.
Dato che, in un’economia globalizzata, un battito d’ali di una farfalla a Pechino scatena un uragano a New York, quali effetti ha generato in Europa la tempesta finanziaria americana?
Se inizialmente in Europa si è registrata solamente una maggiore vendita dei titoli bancari a vantaggio dei più sicuri titoli di Stato, successivamente abbiamo assistito al crollo della filiale inglese della Svb americana e al tonfo del secondo istituto di credito svizzero, il Credit Suisse.
Tuttavia, nonostante sia concreto il rischio di contagio per altri istituti bancari e sia evidente che le ragioni di fondo di questo terremoto finanziario risiedano nelle politiche monetarie restrittive, la Banca Centrale Europea ha deciso di aumentare il tasso di interesse di altri 50 punti base in modo “assicurare un ritorno tempestivo dell’inflazione al suo obiettivo del 2% nel medio termine”.
A differenza degli Stati Uniti, l’inflazione in Europa non è indotta dalla domanda: nata come inflazione da costi, si è poi trasformata in un’inflazione da profitti dato che le imprese, nonostante la riduzione dei costi delle materie prime, hanno mantenuto elevati i prezzi per ottenere maggiori guadagni. Per questa ragione, l’inflazione non può essere combattuta con una politica monetaria restrittiva finalizzata a ridurre la domanda.
Perché la Banca Centrale Europea insiste ad affrontare in questo modo la dinamica inflazionistica?
Lo scopo è proteggere i profitti e far pagare l’aumento dei prezzi ai lavoratori. Infatti, la decisione di aumentare i tassi di interesse non incide sui prezzi ma genera conseguenze pesantissime sulle condizioni di vita delle classi subalterne: tiene bassi i salari, peggiora le condizioni dei mutui e crea le condizioni per precarizzare ulteriormente i rapporti di lavoro.
Se a questo aggiungiamo i possibili danni per il sistema bancario a causa dalle politiche monetarie restrittive e le difficoltà dell’Unione Europea a varare una riforma del Patto di Stabilità che offra ai Paesi con un debito pubblico elevato una certa flessibilità nel percorso finalizzato alla riduzione il debito, il rischio che i Paesi europei cadano a breve nella stagflazione (stagnazione o recessione con inflazione sostenuta) è altissimo.


