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Se mangiamo del pane o beviamo un bicchiere di buon vino non pensiamo proprio che sia giunto fino a noi ‘all’improvviso’. Pensiamo al duro lavoro nelle campagne, al lavoro di trasformazione del grano, al tempo che deve trascorrere per aprire una bottiglia invecchiata bene.

Chi ha innescato la rivolta armata nelle città kazache all’inizio di questo 2022 ha avuto un tempo per farlo, si è organizzato, appoggiato, sapremo presto, da altre nazioni o entità. Nessun spontaneismo, dunque. E hanno giocato sporco, costoro, manovrando una legittima ma piccola e riconoscibile manifestazione che si era esaurita in un lampo.

Kazakistan, bassopiani, laghi salati e montagne, ricco sottosuolo, delizie per le multinazionali del tremila, il nono Stato più grande al mondo e il Paese più vasto del Pianeta senza accesso al mare sotto scacco per una piccola rivolta? Non lo pensa nessuno. Infatti non è così. Scriverne mentre si spara ancora tra le strade non aiuta. Sono sette giorni di seguito che le agenzie di stampa di tutto il mondo non parlano di altro. I migliori analisti di geopolitica e di strategie militari dei cinque continenti, però, non affondano ancora il pennino nell’inchiostro.

Qui, a mio parere, non si tratta di dare una risposta politica tout court. Se, ad esempio, fossimo in presenza di una lenta crisi con più attori, si potrebbe almanaccare per giorni, inutilmente.

Vi era uno stallo politico, nel Paese, che ha fatto saltare il tappo? Proviamo a guardarci dentro, per quel che si può. Nel 2019 si era delineata una assoluta urgenza, avere un nuovo capo di Stato per l’ultima Repubblica Sovietica ad aver avuto l’indipendenza, trenta anni fa, durante la implosione dell’URSS, nel 1991. Il partito politico del presidente dimissionario Nursultan Nazarbaev, Nur Otan, doveva scegliere. E scelse come capo provvisorio l’ex presidente del Senato kazako, Qasym-Jomart Toqaev. Se il discepolo segue il maestro non ci sono problemi, anche se lo supera, a patto che adotti scelte politiche e di economia al riparo da equivoci.

La potente figlia di Nazarbaev, Dariga Nazarbayeva, poteva già essere al posto del padre. Le cronache raccontano che non era né il momento opportuno, né il modo giusto fare questo passaggio di consegne famigliari e, forse, qualcosa è andato storto. Sono, queste, potenti lobby che, assieme ad altri, potrebbero aver atteso un momento favorevole per indirizzare un chiaro messaggio e tornare al timone.

Gli scontri. Questa favola degli scontri per gli aumenti del gas è una cortina fumogena piazzata là dai professionisti degli effetti speciali, tra questi i media occidentali e a stelle e strisce in particolare. E, a guardare bene, ciò che si è notato è stata la mala gestione della faccenda. Non si rovescia un Paese tanto importante sparando un paio di granate o accoltellato qualcuno. Chi ha alzato il tiro somiglia molto per impreparazione, approssimazione e direzione, agli strateghi della Baia dei Porci cubana.

La regia del tentato golpe è occidentale, la trama ha previsto attori di diversa natura. Perché? Perché in Asia nessuno intende destabilizzare alcunché. Vediamo il dettaglio. Lo scorso primo gennaio è entrato in vigore il RCEP, Regional Comprehensive Economic Partnership tra 15 Paesi dell’area asiatica. È un traguardo di qualità enorme. Il più grande trattato commerciale al mondo: Australia, Brunei, Cambogia, Cina, Indonesia, Giappone, Repubblica di Corea, Laos, Malesia, Myanmar, Nuova Zelanda, Filippine, Singapore, Thailandia e Vietnam. Firmato nel 2020 e studiato nel dettaglio, messo a punto durante questi due anni di pandemia. Il 90% delle merci che entreranno negli scambi commerciali tra questi 15 Paesi sarà esente da dazi. Come possono sperare che il Kazakistan esploda in una guerra tra ‘protettori’, partigiani di un investimento miliardario o di un altro?

Di questo passo. La Belt and Road Iniziative (BRI) che prende le mosse proprio dallo storico annuncio del presidente cinese Xi Jinping ad Astana (oggi, Nur Sultan) nel viaggio di Stato del 2013 in Kazakistan. La Cina che inaugura la stagione dei ‘memorandum of understanding’ e chiude accordi sulle Nuove Vie della Seta con centinaia di Paesi e Regioni del mondo intero, cerca stabilità e intese win-win e non può vedere di buon occhio una crisi in Asia, neanche se ci fosse un nemico dall’altra parte della frontiera. A proposito di frontiera: quella tra Kazakistan e Cina ha visto sorgere un gioiello per aiutare gli scambi commerciali tra i due Paesi, ovvero il più grande porto asciutto del mondo nella città di Korghos. Il presidente Xi Jinping ha perciò affermato, in questi giorni: “La Cina si oppone con veemenza alle forze esterne che creano deliberatamente disordini e incitano a una ‘rivoluzione colorita’ in Kazakistan”. Il presidente Toqaev parla apertamente di golpe, e pare non voler distinguere tra oppositori, assassini, contestatori del prezzo del gas – che in minima parte ci sono nel Paese e si erano già mostrati nel 2011 – e i mercenari che, a detta delle forze militari sul posto, sono stati arrestati e identificati in maniera incontrovertibile.

La reazione. Non poteva che esserci una reazione forte e decisa al tentativo eversivo. Al potere, in Kazakistan, c’è una struttura autoritaria che ha, sostanzialmente, spazzato via tutto ciò che vi era stato durante l’epoca sovietica. Quasi nulla è rimasto, ad esempio, dell’organizzazione comunista di un tempo. Oggi i comunisti sono nel Partito Popolare del Kazakistan che ha avuto nelle ultime elezioni parlamentari del 2021, 10 seggi in Parlamento e 659.000 voti circa.

Questo Kazakistan non può finire nella cenere di una battaglia infinita. Non può balcanizzarsi, non farà la fine dell’Iraq. E purtuttavia è vero che la vastità del territorio, le frontiere infinite, i gruppi infiltrati in funzione anticinese nell’Est, gli interessi occidentali (gas, greggio, uranio etc.) non possono essere con facilità governati. Ma la destabilizzazione dell’area avrebbe un prezzo che nessuno può permettersi di pagare. È anche per questo che non vi era nessuna alternativa all’intervento militare del CSTO – Trattato di Difesa Collettiva istituito da alcune ex repubbliche sovietiche. Chi poteva dubitarne? Le veline del dipartimento di Stato USA sono state scritte sulla carta delle caramelle per bambini. Ma davvero hanno mai pensato che il Kazakistan potesse chiedere aiuto alla Nato o all’ONU? La Federazione Russa è intervenuta con le altre nazioni usando i poteri inscritti nell’articolo 4 del CSTO e i paracadutisti e i soldati armati hanno fatto ingresso su esplicito invito del presidente kazako. La Russia non ha voluto correre rischi inutili, affidando la missione al suo uomo migliore, il colonnello Andrey Nikolaevich Serdyukov, generale, espertissimo di zone di guerra.

L’occidente, e i peggiori attori in scena in Kazakistan in queste ultime settimane, hanno le mani sporche. L’asse Russia-Cina è confortato da una amicizia di ferro, indistruttibile. I tre capisaldi della nuova era cinese, la Via della Seta (con annessa costruzione del Corridoio Economico Cina – Pakistan, CPEC), il raddoppio del canale di Suez e l’avvio del RCEP non sono andati giù, oltreoceano. Gli USA, fuggiti dall’Iraq, con un pugno di mosche in Siria e senza appeal in Unione europea, hanno abbandonato la scena asiatica, allontanandosi per sempre dall’Afghanistan. Ma restano comunque in servizio permanente effettivo. Nel web si trovano molte strutture operanti in Kazakistan che ricevono finanziamenti da organizzazioni statunitensi: è tutto nero su bianco, come nei libri paga, tanti dollari per “aiutare giornali, associazioni, legali, ed enti pro-democrazia”. Nulla di che stupirsi!

La strana rivolta. È singolare, davvero, il tempismo, oltretutto. Ammetto, un aumento spropositato dei prezzi del gas (GPL, nel caso specifico) risulta indigesto al popolo che lavora. Questo anno sta avvenendo anche in Europa – per diverse cause che qui non tratto – eppure poco o nulla si muove per contrastare ciò, le piazze sono vuote, non si ravvisa quasi conflittualità. Però lo scorso 2 gennaio, in Kazakistan, era stato il presidente Toqaev a chiedere al governo il ripristino dei prezzi precedenti appena avuta notizia dei primi comizi popolari. Il 4 gennaio, senza soluzione di continuità, le proteste già si gonfiano, e c’è chi spara nelle piazze con armi da guerra saccheggiate e, tra i morti e gli arrestati, uffici pubblici vengono dati alle fiamme (ciò ricorda molto da vicino la Kiev di Euromaidan in salsa neonazista). Scrivo, strano il tempismo. Tutto avviene a pochi giorni da una agenda tanto delicata quanto inedita: Il 10 gennaio, Russia e Stati Uniti hanno tenuto colloqui sulle garanzie di sicurezza a Ginevra (crisi Ucraina). Il 12 gennaio, la Russia discuterà le sue preoccupazioni in materia di sicurezza e i suoi progetti sulle garanzie di sicurezza al Consiglio Russia-NATO a Bruxelles (dopo quasi tre anni di stallo); il prossimo 13 gennaio si terrà una riunione simile presso il Consiglio Permanente dell’OSCE, a Vienna.

Insomma, i Grandi provano a dialogare, a confrontarsi sui grandi temi della geopolitica – vedremo i risultati, se vi saranno – e contemporaneamente si aprono crisi inaspettate in uno dei centri nevralgici dell’Asia, nel Paese che confina con la Russia e con la Cina!