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A picture taken on October 25, 2026 shows a sign of Switzerland's second-biggest bank Credit Suisse on a branch in Basel. - New Credit Suisse chief executive, faced with trying to turn around the beleaguered bank following multiple scandals, is set to unveil his strategic road map on October 27, 2025 as the pressure is on for Switzerland's second-biggest bank after investors saw their money go up in smoke due to the collapse in share prices. (Photo by Fabrice COFFRINI / AFP) (Photo by FABRICE COFFRINI/AFP via Getty Images)

I fatti del Credit Suisse hanno interessato tutta l’Europa, anche fuori dai suoi confini, sulla stampa italiana e svizzera si può leggere:
“L’Associazione svizzera dei banchieri (Asb) ritiene che l’acquisizione di Credit Suisse (Cs) da parte di Ubs e le misure adottate dalla Banca nazionale svizzera (Bns) e dalle autorità siano sensate.”

E ancora:
“Ubs compra Credit Suisse per 3 miliardi di franchi svizzeri in azioni. Nel corso di un week end di incontri frenetici a tutti i livelli, ieri sera le due più grandi banche svizzere rivali hanno trovato un accordo sotto la spinta decisiva delle autorità, la banca centrale e il governo. Le quali hanno fornito il loro concreto supporto all’operazione, da una parte fornendo 100 miliardi di liquidità a Ubs nel caso fosse necessario attutire l’impatto dell’acquisizione, e dall’altra garantendo alla stessa 9 miliardi di potenziali perdite.”

Tuttavia è poco sensato che un privato metta 3 miliardi e lo stato dia un “aiutino” di 109 miliardi. Come nel 2007/2008/2009, negli Stati Uniti e negli altri paesi occidentali, pure in Svizzera con il salvataggio allora di UBS, si conferma la tendenza degli stati trasformati in bancomat, ovvero salvadanaio al servizio dei privati, ovvero si taglia lo stato sociale, dalla scuola alla sanità, magari non si tutelano i risparmi dei cittadini, ma si garantiscono i debiti e i prestiti delle banche nei confronti del grande capitale.

Verrebbe da citare il grande Bertolt Brecht, che, di fronte alla crisi sistemica del capitalismo tedesco del primo dopoguerra, con una inflazione a nove zeri, fame e disperazione sociale, ma banchieri ben saldi nelle loro strutture di potere apparentate con la grande industria, ha scritto con molte ragioni che è molto più criminale fondare una banca piuttosto che rapinarla.

D’altro canto non siamo neppure così ingenui e naif da immaginare che un sistema bancario non sia necessario. Come è evidente lo è ed è molto importante perché dovrebbe tutelare le imprese, i cittadini e lo stato stesso,il quale dovrebbe dettarne le regole. Il problema è piuttosto - come in questo caso - il fatto che i legittimi interessi dei cittadini e dello stato sia negletti per essere messi a servizio del sistema finanziario, che è sempre meno solido e sempre più speculativo, non è un mistero che molta ricchezza sia priva di solide basi, ma un semplice gioco affaristico che produce denaro concreto da denaro virtuale, con coperture, in particolare in Occidente, sempre più esili e fragili, essendo la moneta occidentale, ovvero il dollaro, sempre meno capace di copertura e si difenda a livello internazionale nel suo utilizzo negli scambi economici solo con i cannoni della NATO.

Il fatto più assurdo della vicenda elvetica è che in Svizzera come nel resto del mondo capitalista occidentale questi modesti mestieranti della finanza e della politica, invece di ammettere la loro miserevole inettitudine, si ergano a soloni per criticare nazioni come la Cina, in cui lo stato vigila a tutela dei cittadini e impedisce tracolli simili a quello di UBS del 2008 e del Credit Suisse di oggi.
Un mondo multipolare e di pace non solo è necessario per nuove formule di interscambio tra le nazioni, capaci di essere volano di crescita per tutte, non solo per alcune, come nella stagione dell’unipolarismo, ma è auspicio che sovraintenda a nuove regole del commercio e della finanza mondiale, anche perché quelle dettate al mondo dal secolo statunitense (1945 – 2012) dimostrano a tutti gli effetti la loro totale incapacità di rispondere ai problemi e alle necessità del tempo presente e futuro.