domenica, Aprile 4, 2021
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Il nuovo libro di Marco Pondrelli

“Continente eurasiatico: tra nuova guerra fredda e prospettive di integrazione”

Reggio Emilia, Anteo Edizioni, 2021, 197 pagine, 18 euro

Di:recensione a cura di Francesco Galofaro • Università di Torino
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Marco Pondrelli è il direttore del sito marx21.it, che da anni offre ai propri lettori un punto di vista anti-ideologico sulle relazioni internazionali. Ora propone al pubblico dei lettori un volume di grande interesse, che tenta di proporre una mappa dei conflitti globali in atto offrendone una lettura geopolitica. Frutto di due anni di ricerche e di un continuo aggiornamento rispetto ai conflitti esistenti, questo volume non è solo un triste catalogo delle guerre recenti, ma un vero e proprio repertorio dei temi politici, economici e militari che contraddistinguono i rapporti internazionali in ciascuno scenario eurasiatico.

Che cos’è la geopolitica

L’approccio geopolitico allo studio delle relazioni internazionali è stato inaugurato da sir Halford Mackinder con un articolo del 1904, “The Geographical Pivot of History”. Secondo questa prospettiva, i fattori geografici fisici e umani giocano un peso determinante nelle scelte politiche a carattere strategico che condizionano i rapporti tra i popoli.

Nel tempo, la teoria è stata rivisitata più volte. Secondo lo studioso americano Nicholas J. Spykman, gli Stati Uniti devono tendere a mantenere divisa la fascia peninsulare, chiamata rimland, che circonda il continente eurasiatico in modo che in esse non prevalga l’influenza di una potenza avversaria (è una dottrina che implica sempre un punto di vista, uno sguardo di parte). Le potenze in questione sono Russia e Cina, ma anche, a seconda del quadro politico, Germania o Giappone. Questa dottrina è tutt’ora adottata dagli esperti statunitensi di relazioni internazionali: secondo costoro, occorre costruire un’area di contenimento intorno all’area denominata “pivot” (anche nota come heartland): si tratta di un’area geografica il cui perno è posto al confine tra Kazakistan e Xsinjang (fig. 1). La rimland ha facile accesso al mare ed è sede di alcune tra le economie più sviluppate del pianeta; la heartland è fonte inesauribile di materie prime. Una saldatura tra le due provocherebbe, nell’ottica della potenza marittima dominante sul pianeta, la fine del proprio impero, poiché la grande area risultante (l’Eurasia), risulterebbe autosufficiente dal punto di vista economico e commerciale.

A questa teoria – le cui grandi linee sono presentate nel primo capitolo – sono state mosse differenti critiche e obiezioni. È una teoria “empirista”, il cui fondamento teoretico non c’è o non è dichiarato; è stata anche considerata una teoria “fascista”, poiché fu adottata dal Terzo Reich e vi contribuirono studiosi tedeschi come Karl Haushofer e Carl Schmitt. Tuttavia, come molte dottrine internazionali, anche chi l’avversa è obbligato a considerarla, in quanto ha il carattere di una profezia che si auto adempie: ad esempio, se gli USA adottano la dottrina geopolitica, le loro azioni saranno volte a causare instabilità, guerre e miseria nella zona della rimland. Per questo motivo, anche gli studiosi marxisti delle relazioni internazionali, che vedono in esse una proiezione della lotta di classe tra stati in cui ha prevalso la borghesia e stati in cui ha prevalso il proletariato, non possono non considerare fattori geopolitici nel valutare le strategie e le tattiche degli avversari. Comunque, a chi rozzamente accusa le letture geopolitiche di rossobrunismo, non posso che consigliare la lettura de “Il risveglio dell’Asia”, pubblicato sulla Pravda n. 103 il 7 maggio 1913: “il risveglio dell’Asia e l’inizio della lotta del proletariato d’avanguardia d’Europa per il potere segnano l’aprirsi di un nuovo capitolo della storia mondiale agli albori del XX secolo”. Parola di Vladimir Lenin.

La crisi degli accordi di Yalta

Che l’Eurasia sia un concetto scientifico o un mito cambia poco: i miti agiscono attraverso di noi utilizzandoci, come qualunque antropologo può confermare. Secondo l’autore, la lettura geopolitica delle relazioni internazionali torna d’attualità anche e soprattutto a causa della crisi degli accordi di Yalta, cui hanno contribuito due fattori: il crollo dell’Unione sovietica e lo sviluppo impetuoso dell’economia cinese. Per molti anni la Russia è stata incapace di reagire alle pressioni politiche, economiche e militari esercitate dalla Nato sui suoi ex alleati nell’est Europa e nel Caucaso. Da questo punto di vista l’Unione europea si è rivelata uno strumento ideologico ideale, essendo nient’altro che l’anticamera della Nato. D’altra parte, lo sviluppo della Cina l’ha portata a esercitare un’influenza crescente in diversi scenari geopolitici, dal mar del Giappone al subcontinente indiano al Medio Oriente, e al grandioso progetto di contro-colonizzazione noto come “via della seta” o Belt and Road Initiative. In questo contesto la pressione della Nato sulla rimland è nel complesso aumentata, esacerbando i conflitti e moltiplicando le guerre. Va sottolineato che, nonostante i proclami ideologici, la tattica americana non impone a questo Paese di portare la pace in ciascuno scenario, ma di evitare che altre potenze stabilizzino queste aree. Come dimostrano i casi della Libia, dell’Afghanistan e della Siria, negli ultimi trent’anni il ruolo degli Usa non è stato quello di portare pace e democrazia, ma di fomentare guerre civili e conflitti militari. Al contrario, se c’è una potenza che ha riportato sotto controllo la situazione in Siria, quella è la Russia; gli Usa non hanno rinunciato a dire l’ultima parola sulla regione, come dimostrano i recenti bombardamenti delle basi filoiraniane al confine con l’Iraq.

Le tensioni del presente

Nello scenario delineato, Pondrelli ricostruisce i conflitti che negli ultimi anni hanno segnato il volto del pianeta: un’unica chiave di lettura permette di comprendere i conflitti europei (Jugoslavia e Ucraina); caucasici; mediorientali (dalle guerre del Golfo al conflitto siriano); le contese tra le due Coree e il Giappone. Non di sole guerre tratta il volume, ma di risorse, di alleanze, e delle chiavi che definiscono la supremazia su ciascuna regione geografica: è un utile atlante di riferimento per comprendere le ragioni delle parti in conflitto. Per esempio, si può rimanere sorpresi dal paradosso storico che vede oggi il partito tradizionale nazionalista Kuomintang, erede di Chiang Kai-shek, difendere le ragioni che uniscono Taiwan alla madrepatria cinese, mentre il partito progressista democratico difende a spada tratta l’indipendenza dell’isola. Queste tensioni politiche si chiariscono considerando la contraddizione tra l’economia taiwanese, sempre più legata alla madrepatria, e le forniture di armamenti inviate dagli Usa, che tentano di dividere in ogni modo le due Cine. Oggi più che mai Taiwan è dunque fonte di preoccupazione per quanti hanno a cuore la pace: una tecnica di destabilizzazione politica quale quella adottata dagli Usa a Hong Kong potrebbe trascinare questa regione in un conflitto di portata globale.

Tra i pregi del libro vi è il suo aggiornamento che giunge alla recente elezione del presidente Usa Joe Biden. Come sottolinea l’autore, le tante differenze in fatto di politica estera tra nuova e vecchia amministrazione non riguardano l’obiettivo di contrastare l’ascesa cinese, ma solo i metodi da impiegare: una partnership più stretta con l’Europa, da coinvolgere grazie ad aperture all’Iran; un appello ad Australia, India e Giappone per contenere le economie concorrenti agendo attraverso il WTO; un complessivo rafforzamento del fronte indo-pacifico. Che il multilateralismo stia all’unilateralismo come la pace alla guerra è dunque una semplificazione ideologica; peraltro, pur sostenendo l’alleato saudita nell’atroce massacro in Yemen, l’amministrazione Trump non ha aperto conflitti che coinvolgessero direttamente gli USA, mantenendo il braccio di ferro con i suoi competitori a un livello commerciale e anzi raffreddando alcuni fronti, come quello della Corea del Nord.

Nuovi scenari

Un altro grande tema del volume è costituito dal capitolo quinto, dedicato ai mutamenti della geografia fisica e umana. Infatti, il riscaldamento globale ha aperto una nuova rotta nell’artico. La Cina ne ha approfittato per lanciare una “rotta polare” della via della Seta, ovvero del grande progetto di rinnovamento infrastrutturale volto a rinsaldare i suoi rapporti commerciali con l’Europa. La nuova via dell’artico ha ulteriormente rafforzato i rapporti tra Cina e Russia.

Il secondo fattore geopolitico “nuovo” rispetto alla teoria tradizionale è costituito dallo spazio, oggetto di una nuova corsa a produrre razzi, satelliti di comunicazione, scudi spaziali e altri strumenti il cui effetto complessivo è purtroppo quello di ridurre il fattore deterrenza rappresentato dalle ritorsioni rispetto a un attacco nucleare, il che può indurre qualcuno a pensare che l’arma atomica si possa, dopotutto, utilizzare impunemente.

Infine, un terzo nuovo “luogo geografico” di confronto è il cyberspazio. L’autore ha avuto la bontà di citare il mio lavoro sulla sovranità algoritmica, che ciascun Paese oggi è chiamato a difendere rispetto alla minaccia di attacchi esterni. Con le reti di comunicazione ogni Stato diventa una sorta di “repubblica marinara”, connessa al resto del mondo, con il rischio concreto di sabotaggio, scorribande piratesche, e di ritrovarsi le cannoniere informatiche del nemico innanzi al proprio porto. Si tratta di tre fattori che stanno mutando la dottrina geopolitica mainstream (leggasi: statunitense) anche se i suoi concetti fondamentali, quali la suddivisione tra potenze di terra e di mare, restano a fondamento dei prossimi aggiornamenti teorici.

Due futuri

Concludendo, l’autore vede due scenari possibili per il prossimo futuro. Nel primo, le tre potenze egemoni (Russia, Cina e Stati Uniti) si assumono le proprie responsabilità rispetto al rischio rappresentato dalla minaccia di una nuova guerra planetaria. In questa cornice, si realizza un nuovo equilibrio che garantisce lo status quo per i decenni a venire, e che sostituisce gli accordi, ormai logori, di Yalta. Non si tratta di un esito necessario; è ostacolato in primo luogo dagli Stati uniti e dai falchi che prevalgono indipendentemente dal colore politico dell’amministrazione. Gli Usa vivono nel mito di un declino economico avvertito come inesorabile, inevitabile e irreversibile, e vedono l’unico antidoto nel mantenere la supremazia militare sugli avversari.

Del secondo scenario prospettato dal volume diremo solo che non è altrettanto ottimista. Facciamo allora nostro l’auspicio dell’autore: “Sarebbe un errore pensare che i destini dell’umanità non siano nelle nostre mani. Troppo spesso i popoli del mondo sono considerati masse incapaci di intendere e di volere preda di chi sa urlare più forte. Il più grande antidoto alla guerra sono coscienze vigili in grado di leggere la realtà andando oltre le verità di comodo”. In questo senso il libro, che è un catalogo di guerre, conflitti e minacce, si propone al tempo stesso come un vaccino contro di esse. Speriamo quindi che sia letto e che incoraggi i lettori ad uscire dalla massa manipolata e passiva e formare nuove comunità politicamente attive e consapevoli.

(Torino, 11 marzo 2021)

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Fig. 1 – Il mondo nella prospettiva della geopolitica. Occorre impedire che le potenze che controllano la heartland (pivot area) acquistino un’egemonia sulla rimland, la cintura che la circonda e che connette l’est europeo al mar Giallo e al mar del Giappone passando attraverso Medio Oriente, subcontinente indiano, mar cinese meridionale. Fonte: wikimedia commons (https://it.wikipedia.org/wiki/Rimland#/media/File:Map_Geopolitic_Mackinder.gif ).