Il Partito Comunista – che fino al 2007 si chiamava Partito del Lavoro – si appresta a celebrare il proprio 24° Congresso. L’assise è stata infatti convocata per il prossimo 27 novembre a Bellinzona, nella particolare cornice del Business Center e vedrà il rinnovo non solo delle cariche politiche, ma anche un’ampia discussione sulle tesi congressuali: un fitto documento politico di ben 38 pagine con cui il segretario politico uscente, il deputato Massimiliano Ay, ha deciso di postulare la sua ricandidatura al vertice del sodalizio, che attualmente è guidato da una Direzione composta di sette membri oltre lo stesso Ay: Alessandro Lucchini; Edoardo Cappelletti; Lea Ferrari, Alberto Togni; Samuel Iembo e Zeno Casella. Una squadra con un’età media di 29 anni d’età.
Ogni congresso è un evento
I Congressi del Partito Comunista non vanno confusi con banali assemblee. Essi, di regola, si riuniscono solo ogni tre anni: le elezioni federali 2019 e poi la pandemia hanno costretto i compagni a rimandare l’evento in due occasioni. Ecco quindi che dall’ultimo Congresso, che si era riunito al Palazzo dei Congressi di Lugano nel novembre 2016, sono già passati cinque anni. Tanti, forse troppi per un Partito che ha vissuto grandi cambiamenti e che è maturato non poco. Quest’anno l’assise durerà due giorni: la prima sessione sarà aperta al pubblico e vedrà la partecipazione di ospiti esteri con, come piatto forte, la relazione politica del Segretario. Il secondo giorno invece è riservato solo ai delegati che si riuniranno a porte chiuse e stabiliranno la strategia del Partito per i prossimi tre anni.
Ogni Congresso rappresenta quasi una piccola “cesura” per il PC. Da noi interpellato Massimiliano Ay spiega, infatti, le tappe percorse nell’ultimo decennio: “Il Congresso del 2011 – ci spiega – ha introdotto il principio della normalizzazione per scrollarci di dosso l’autoreferenzialità; nel 2013 abbiamo invece insistito sulla volontà di essere un partito ‘di governo’ anche se non ‘al governo’, cioè abbiamo iniziato a lavorare per superare l’opposizione fine a se stessa e avanzare invece proposte alternative ma soprattutto realizzabili in più ambiti possibili; nel 2016 abbiamo invece sviluppato un progetto di società che all’ideale socialista anteponeva realisticamente, anzitutto, la difesa della neutralità svizzera nel nuovo mondo multipolare che si stava delineando”. E quest’anno? “Il Partito ha fatto passi avanti di cui sono orgoglioso, e – lo voglio specificare – non solo di tipo elettorale, eppure siamo ancora deboli nell’organizzazione: a mio avviso occorre una linea di maggiore apertura verso la popolazione, i lavoratori e il territorio” afferma sempre Ay che auspica un dibattito aperto fra i militanti, anche autocritico.
Parola d’ordine: “Avanti!”
Dato per moribondo solo vent’anni fa, il Partito Comunista è stato rilanciato con un forte processo di ringiovanimento e di rinnovamento politico a partire soprattutto dal 2009. Sfiora per pochi voti il rientro nel Gran Consiglio ticinese nel 2011 e riesce ad eleggere un deputato nel 2015 e a raddoppiare i propri seggi nel 2019 con una lista di Partito colma di giovani sotto i 30 anni. Alle ultime elezioni amministrative in Ticino i seggi nei consigli comunali sono raddoppiati raggiungendo la dozzina, fra cui si rileva il raddoppio dei seggi nel legislativo di Bellinzona, il ritorno nel consiglio comunale di Locarno e la riconferma di una municipale nell’esecutivo di Serravalle. Ma oltre ai dati numerici, quello che caratterizza la nuova vita di questo Partito è l’atteggiamento rigoroso, serio e costruttivo: non a caso i comunisti si definiscono come “opposizione propositiva” per distinguersi da quella urlata, contro tutto e tutti, portata avanti dall’estrema sinistra, in particolare i trotzkisti di MPS.
Leggendo le tesi politiche che saranno alla base della discussione dei due giorni congressuali del mese prossimo, si leggono anche passaggi autocritici: nonostante l’evoluzione del numero di membri sia relativamente positiva, soprattutto fra i giovani, i comunisti vorrebbero ingrossare maggiormente le proprie file. Se ciò non succede – ammettono – è anche perché in alcuni casi si è sviluppata una sorta di “paura di crescere”; se è stato giusto – si legge – “insistere sulla nostra volontà di essere un partito serio, rigoroso, di quadri dediti alla causa del socialismo e che studiano la realtà, composto cioè di membri consapevoli e attivi; e tuttavia non bisogna esagerare”: ognuno insomma può contribuire alla linea politica “e un partito rivoluzionario, per esserlo realmente in questa così complessa fase storica, necessita di tutte le intelligenze presenti nel popolo, purché siano espresse con metodo e con umiltà. In questo senso dobbiamo osare di più nel rendere gli elettori dei simpatizzanti, i simpatizzanti dei membri, i membri dei militanti, i militanti dei quadri”. Sempre nel documento congressuale si legge, forse un po’ provocatoriamente rivolto al resto della sinistra: “ci interessa parlare con il popolo, non con nicchie di persone che vivono in torri d’avorio (per quanto progressiste esse possano essere)”! Insomma la priorità del PC da questi lineamenti politici sembra ora non tanto quella di cercare il voto di protesta ma di rafforzare la propria comunità politica con militanti in carne e ossa.
Da “community” all’unità popolare
Nel 2016 il Partito Comunista intitolò il suo ultimo Congresso con la parola “Community” e nel documento si citava una frase di Karl Marx e Friedrich Engels: “Solo nella comunità con altri, ciascun individuo ha i mezzi per sviluppare in tutti i sensi le sue disposizioni; solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale”. Insomma si riteneva che alla società individualista occorresse proporre un ritorno al senso di comunità. Cinque anni dopo i comunisti svizzeri ritengono che quella “fu un’intuizione corretta e lo vediamo proprio con gli strascichi della pandemia” e cioè “una polarizzazione fra lavoratori: una nuova guerra fra poveri”. La proposta comunista è quindi “costruire un’unità popolare sulle vere priorità politiche per la maggioranza dei cittadini: la sovranità, il diritto al lavoro, il diritto a pigioni moderate, il diritto allo studio, il diritto a una sanità pubblica gratuita, ecc.” La sfida è insomma di portare “la discussione sui valori del socialismo presso settori della cittadinanza non tradizionalmente legati alla nostra culturale politica” perché il pericoloso è quello altrimenti di “lasciare le esigenze popolari di riaggregazione comunitaria a istanze reazionarie”. Un percorso in salita che però non sembra impaurire la giovane guardia del PC.
Pubblichiamo uno stralcio, relativo alle questioni internazionali, del Documento del 24° Congresso del Partito Comunista (Svizzera)
B – La pregiudiziale anti-imperialista per una Svizzera neutrale e protagonista del multipolarismo
1. Le analisi e le previsioni contenute nello studio della fase internazionale (fino al novembre 2016) delle tesi politiche del nostro ultimo Congresso si sono nella sostanza tutte, o quasi, confermate: in modo particolare ci troviamo oggi in un contesto che appare quasi come una “nuova guerra fredda” che oltre alla Russia (al tempo ancora principale bersaglio dell’imperialismo atlantico, con punte estreme di russofobia), vede oggi colpita anzitutto la Cina, anche se ciò non significa certo uno “sgelo” nei confronti di Mosca, tutt’altro! Il considerevole ridimensionamento da parte del polo imperialista occidentale di garantire la propria posizione a livello geopolitico è continuata e anzi ha subìto un’accelerazione, per quanto l’atlantismo tenti sempre di ritardarne gli effetti sfruttando la propria potenza militare offensiva, le sue capacità di cooptazione politico-diplomatica e il privilegio – che ormai sta però iniziando a perdere posizioni – di disporre della moneta di riferimento internazionale. Resta irrisolto, nel senso che continua, il conflitto fra la fazione della borghesia svizzera piegata all’atlantismo e una invece più incline ad aprirsi ai paesi emergenti, con conseguenti incoerenze e ambiguità nella politica estera elvetica. In linea con la scelta anti-europeista da noi adottata, l’illusione riformista nel quadro euro-compatibile si è dissolta definitivamente con il fallimento della sinistra greca. Il 23° Congresso del nostro Partito, accanto alla nostra netta opposizione per ogni ingerenza pseudo-umanitaria militare e non in paesi terzi, aveva correttamente stabilito – ed era un dato non scontato nel movimento comunista internazionale – che strategico per un orientamento multipolare e anti-imperialista aggiornato all’oggi, era difendere non solo la sovranità degli Stati nazionali (sulla cui importanza torneremo), ma anche la loro integrità territoriale. Il nostro Partito ha capito da tempo infatti che il separatismo etnico oggi non corrisponde affatto al principio leninista di autodeterminazione dei popoli, ma a uno strumento nelle mani dell’imperialismo per procedere a balcanizzare gli Stati, indebolendoli per assoggettarli con più facilità alle proprie mire neo-coloniali: dopo il caso jugoslavo, cinque anni fa (ma perdura) avevamo sotto gli occhi l’esempio della Siria (dove tribalismi e romantici neo-municipalismi si contrapponevano non all’imperialismo ma all’ordinamento repubblicano dei comunisti e socialisti arabi). Oggi non ci sfugge l’operazione in grande stile condotta ai danni della Cina: dal mito tibetano la grancassa guerrafondaia si è spostata prima a Hong Kong (lodando di fatto il colonialismo britannico) e in modo ancor più aggressivo sullo Xinjiang (fomentando il terrorismo islamista). In generale ribadiamo con le presenti tesi congressuali il principio della neutralità e della difesa della sovranità nazionale nel contesto del multipolarismo come prima tappa di un percorso che possa in futuro aprirsi a una prospettiva socialista per il nostro Paese. È di conseguenza in questo ambito che occorre collocare realisticamente le competenze che il Partito ha sviluppato in questi anni. E questo sì sul piano interno (ad esempio migliorando la nostra consulenza per i corpi diplomatici sia nel costruire ponti con enti svizzeri sia nell’offrire competenze tecniche per i loro rispettivi paesi) ma soprattutto su quello delle relazioni internazionali: queste ultimi sono di alto livello e già mature, ma ancora fatichiamo a concretizzare, se non limitatamente, reali progetti di cooperazione. Occorre in questo ambito un lavoro politico e organizzativo volto a una maggiore specializzazione e professionalizzazione anche trovando sinergie con altri partiti europei.
2. La dissoluzione del campo socialista nell’Europa dell’Est non ha affatto portato alla tanto decantata “fine della storia”. Il conflitto di classe continua ad agire sia all’interno dello Stato nazionale attraverso la contraddizione capitale-lavoro, sia sul piano internazionale ed è proprio quest’ultimo, nell’attuale fase storica, ad essere preponderante e vede nello scontro tra i paesi del centro imperialista e i paesi della periferia che si orientano al multipolarismo la sua centralità. Il tendenziale spostamento dei processi di accumulazione di capitale dall’epicentro occidentale verso i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) e altri paesi emergenti, in particolare nell’area euroasiatica, nonché il loro progressivo avvicinamento geopolitico anche grazie alla partecipazione allo straordinario progetto One Belt One Road (la nuova via della seta) e dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, sta ridimensionando in modo considerevole la capacità da parte del polo imperialista euro-atlantico di garantire la propria posizione egemonica su scala mondiale. Le risposte perlopiù violente da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati dell’Unione Europea a tale transizione verso il multipolarismo, si manifestano attraverso la guerra economica (a partire dalle sanzioni commerciali alla Russia che danneggiano anche le nostre aziende) e il susseguirsi di conflitti bellici e processi di destabilizzazione ai danni di governi patriottici e progressisti ad esempio in Medio Oriente e in America Latina.
3. Non stiamo vivendo oggi, come si sente dire anche a sinistra, un cambio di leadership all’interno del sistema capitalista e imperialista: quello che emerge è un nuovo ordine con fulcro l’Eurasia. Per ora si tratta di una trasformazione principalmente geopolitica e ciò in termini economici (ricordiamoci il recente Regional Comprehensive Economic Partnership siglato fra Cina, ASEAN e altri paesi ad esclusione degli USA), politico-diplomatici, nonché militari: sia con le sconfitte delle missioni imperialiste (dalla Siria all’Afghanistan), sia con le frizioni interne alla NATO, una fra tutte (e spesso sottovalutata) quelle emersa particolarmente dopo il fallito golpe del 2016 con l’esercito turco, il secondo più importante dell’Alleanza atlantica. Con buona pace di chi ne prevedeva il superamento, notiamo come gli Stati nazionali dimostrino ancora di essere dei pilastri nel processo verso una svolta multipolare. Il declino del sistema atlantico è irreversibile, ma noi andiamo oltre: vi sono tutti i segnali che lasciano intravvedere che da questa situazione potrà sorgere un più avanzato sviluppo sociale di quella che il presidente Xi Jinping definisce la “comunità umana dal destino condiviso”: i paesi in via di sviluppo potranno infatti garantirsi il proprio spazio solo superando i limiti del capitalismo, del suo sviluppo diseguale, dei suoi dogmi sulla proprietà, delle sue crisi strutturali e della sua insostenibilità ambientale. L’esempio della Cina socialista, che rifugge dall’egemonismo e dalla guerra, con il suo principio della condivisione e del prevalere della sfera pubblica, si rivelerà decisivo per l’aspirazione di molti popoli a raggiungere la propria liberazione e sul lungo periodo di ripensare a una transizione al socialismo. Il nostro Partito si organizza anche in questa prospettiva e mette al servizio di questo processo le sue intelligenze e la sua militanza.
4. Il capitale, dotandosi di un suo coordinamento sovranazionale, sta facendo di tutto per emarginare il ruolo degli Stati nazionali, allo scopo di ri-sottomettere le istanze del lavoro che proprio all’interno dei parametri dei confini nazionali avevano raggiunto il massimo delle proprie forze. La battaglia in difesa della sovranità nazionale e popolare va quindi assunta intelligentemente e duttilmente dai comunisti e non lasciata all’estrema destra che sfrutta una retorica anti-globalista solo per ingannare le classi subalterne e impedire che le stesse acquisiscano una coscienza di classe che possa portarle sulla strada del socialismo. I comunisti hanno sempre affermato nella loro storia che il cosmopolitismo “è uno strumento ideologico per asservire economicamente e politicamente i popoli liberi”, agli antipodi del quale si colloca l’internazionalismo che è associato al patriottismo popolare e operaio, scevro di razzismo o di suprematismo, a favore dell’indipendenza nazionale.
5. Il discorso oggi dominante a sinistra che reputa superato lo Stato nazionale è sbagliato perché, nonostante la globalizzazione, la storia non è diretta dalle pure leggi economiche, ma è il prodotto di reazioni sociali (che si sviluppano oggi ancora prioritariamente entro i confini nazionali) alle tendenze di queste leggi. Lo sviluppo quindi della lotta di classe può portare al potere blocchi egemonici diversi da quelli legati all’ordine atlantista e neoliberale ed è qui che lo Stato ritrova ampi margini di manovra, tanto più se il multipolarismo, come siamo convinti, proseguirà nella sua affermazione. Opporsi alla liquidazione degli stati nazionali e difenderne la sovranità non ha quindi nulla a che fare con un ripiegamento nazionalistico, egoistico o xenofobo: al contrario significa restituire al nostro progetto di classe quei concreti margini di agibilità democratica che oggi la latente integrazione europea e atlantica ci sta sottraendo, poiché è anzitutto entro i confini nazionali che i sindacati e i partiti comunisti si possono rafforzare come strutture incisive sul piano di massa e le riforme diventare così possibili. La ferocia con cui il progetto globalista si fa strada lo si vede anche nella propaganda con il neologismo “sovranista” creato da pochi anni per demonizzare chiunque non scelga la via dell’europeismo, della messa in concorrenza dei lavoratori e del cosmopolitismo, e nel contempo per tentare di unificare ideologicamente sotto un medesimo cappello i fascisti con i comunisti o, in generale, con quella parte di sinistra anti-imperialista ostile al pensiero unico atlantista. All’omologazione culturale e alla spinta guerrafondaia e neo-coloniale insita nell’ordine atlantico e unipolare va costruita invece quella che i nostri compagni portoghesi chiamano l’alternativa patriottica e di sinistra, l’unica capace di inserirsi a pieno titolo in un progetto multipolare, di pace e di emancipazione sociale.
6. Ad un’avversione convinta nei confronti dell’Unione Europea (UE), aggiungiamo l’auspicio di un avvicinamento dei popoli e delle economie nazionali basato su principi di indipendenza, reciprocità, non allineamento e multilateralità dei rapporti tra paesi sovrani. Il progetto di unificazione dell’Europa occidentale è stato sostenuto nel secondo dopoguerra dagli USA a tutto vantaggio della loro espansione economica e in esplicita funzione anti-comunista, come testimonia la netta opposizione dei partiti comunisti dell’epoca (a partire da quelli italiano e francese) che solo in seguito, con la politica della distensione fra Est e Ovest, iniziarono a mutare posizione presagendo una maggiore autonomia dell’Europa dagli USA. Una situazione che è oggi, però, superata. Attenzione quindi a illudersi che le naturali contraddizioni fra USA e UE rappresentino un reale conflitto inter-imperialista in cui inserirci, peccando così di riformismo e finendo per banalizzare la pericolosità dell’imperialismo europeo. Certamente, nel limite del possibile, va sostenuta da parte nostra ogni minima incrinatura nel rapporto di subalternità fra Bruxelles e Washington, ma senza appunto illuderci: deve essere chiaro in noi che, negli attuali rapporti di forza, solo le lotte sul piano nazionale hanno una chance di incidere concretamente sugli assetti politici-economici dominanti. L’UE è un progetto del grande capitale, che abbiamo definito appunto irriformabile, nella misura in cui è riuscita a sottrarre una serie di decisioni principalmente economiche, ma anche sociali e politiche, alla possibilità del conflitto di classe, inserendo agenti esterni che forzano le scelte delle singole nazioni e che celano l’immediata riconoscibilità dei responsabili (mettendoli cioè al riparo dalla reazione operaia). Insomma l’UE ha espropriato ai popoli, e in particolare ai lavoratori, la propria sovranità e ha fortemente indebolito il loro potere contrattuale. A questo mira anche la volontà di siglare un accordo quadro fra Berna e Bruxelles che avrebbe comportato non solo un deciso allentamento delle misure d’accompagnamento, ma pure la ripresa automatica del diritto europeo su minaccia di sanzioni e l’assoggettamento della Svizzera alla giurisdizione della Corte di giustizia dell’UE: tutte prescrizioni che sarebbero andate a detrimento della garanzia dei diritti sociali, dello sviluppo dell’economia nazionale e della salvaguardia delle istituzioni democratiche del Paese. Ipotesi per ora scongiurata grazie all’opposizione di noi comunisti, della sinistra sindacale e dei nazionalisti.
7. Un paese “neutrale” come la Svizzera deve poter stringere accordi bilaterali con chiunque, e naturalmente anche con l’Unione Europea, purché garantiscano mutui vantaggi oltre a non peggiorare le condizioni sociali della classe operaia. Ciò non è oggi il caso nei rapporti fra Berna e Bruxelles! Il Partito Comunista ritiene che questi accordi bilaterali con l’UE vadano quindi rinegoziati. Ciò è tuttavia irrealistico dal momento che non vi è (e non vi sarà in tempi brevi) in parlamento (e men che meno in governo) una maggioranza per andare in questa direzione. Solamente quindi se la popolazione farà saltare gli attuali accordi tramite la cosiddetta “clausola ghigliottina”, la Svizzera e l’UE saranno costrette a tornare al tavolo delle trattative e ridiscutere il tutto, aprendo così quei margini – per quanto ristretti possano essere – che permetterebbero al movimento operaio di esercitare pressione mobilitandosi. Per arrivare a questa situazione di rottura (contraddizione primaria) in futuro, tatticamente, potremo valutare di votare a favore anche di quelle proposte provenienti da settori euroscettici di destra (contraddizione secondaria) che servissero a raggiungere lo scopo indicato. Libera circolazione di merci e capitali, deregolamentazione del mercato del lavoro, dumping salariale a causa della libera circolazione della manodopera a favore del padronato, liberalizzazione dei servizi e privatizzazioni, austerità e tagli nel sociale, ecc. è quanto ha portato la via bilaterale finora: non è quanto la sinistra voleva e dunque non va accettato!
8. Ci troviamo oggi in un regime di accresciuto sfruttamento dei salariati, i quali, a causa di una deregolamentazione dell’accesso al mercato del lavoro ormai connaturata all’Accordo sulla libera circolazione delle persone (ALC) con l’UE, si trovano esposti in misura sempre maggiore a una generalizzata corsa al ribasso dei diritti sociali. Per questo motivo, specialmente in mancanza di nuove e molto più incisive misure d’accompagnamento, occorre chinarsi anche sull’opportunità di rinunciare al principio vigente dell’ammissione bilaterale degli stranieri, proprio nell’ottica di arginare la liberalizzazione da quest’ultimo prodotta. Siamo consci che la Legge sugli stranieri (LStrl) odierna, alla quale sarebbe assoggettata la manodopera estera in assenza dell’ALC, permetterebbe comunque al padronato di sfruttare la brevità dei permessi di soggiorno per indebolire la posizione contrattuale e i diritti dei salariati, ma una legge svizzera la contrastiamo con la lotta sindacale e la miglioriamo attraverso gli strumenti democratici: una riformabilità irrealistica però con un accordo sovranazionale come l’ALC. A ciò si aggiunga che la libera circolazione delle persone rovina le PMI locali attraverso il fenomeno dei cosiddetti “padroncini” e delle aziende estere che distaccano operai speculando sulla differenza del costo del lavoro nel Paese d’origine.
9. Il 24° Congresso del Partito Comunista ribadisce convintamente la linea espressa nella risoluzione del Comitato Centrale del 6 settembre 2020 intitolata “No all’Unione Europea: questi accordi bilaterali vanno rinegoziati”. Far saltare gli attuali accordi bilaterali fra Svizzera e Unione Europea (UE) restituirebbe dei margini di sovranità sia nazionale sia popolare alla Svizzera che potrebbero – se i rapporti di forza saranno costruiti adeguatamente – portare vantaggi per il tessuto produttivo locale e per i lavoratori. Resteremmo in ogni caso parte dell’Associazione europea di libero scambio (AELS) e anzi avremmo l’occasione di entrare a pieno titolo nell’area economica euroasiatica rafforzando ulteriormente i legami economici e commerciali con i paesi emergenti. La minaccia secondo cui, senza chinare il capo ai diktat neo-liberali e imperialisti dell’UE, finiremmo in una situazione di autarchia o di embargo economico fa quindi parte della guerra psicologica a cui non dobbiamo cedere, così come non hanno ceduto i lavoratori, i sindacati e i comunisti britannici al momento del voto sulla Brexit. L’accesso svizzero al mercato europeo (che da sempre rappresenta uno degli spauracchi utilizzati dalle forze europeiste sia di destra sia della sinistra liberal) è in realtà garantito dagli accordi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) e dunque non decadranno qualora saltassero gli accordi bilaterali con l’UE. Il rischio per la Svizzera di una caduta degli Accordi bilaterali I dovuto alla clausola ghigliottina va quindi relativizzato, non da ultimo in ragione della preminenza degli interessi dell’UE in tale pacchetto e della possibilità sempre aperta di rinegoziarli, eventualmente anche con singoli Stati.
10. Ampia parte della sinistra sostiene il cosiddetto “Miliardo di coesione” per l’Europa dell’Est come se fosse una sorta di aiuto umanitario: lo consideriamo un errore! Il Partito Comunista è naturalmente favorevole alla cooperazione allo sviluppo dei paesi poveri (saccheggiati anche dalle multinazionali svizzere!), ma certamente non attraverso questo canale indiretto, tramite l’UE, che di equo non ha nulla: pagati dai lavoratori del nostro Paese, infatti, questi soldi finiscono nelle casseforti di governi che hanno sottomesso le società dell’Europa dell’Est alla Banca Mondiale, all’UE e alla NATO. L’utilità vera (e nascosta) di questo contributo miliardario è tutt’altra: si tratta infatti di un subdolo modo per le multinazionali svizzere (sponsorizzate però coi soldi di tutti noi) di garantirsi una forma di controllo di stampo neo-coloniale (cioè saccheggiandolo!) sul mercato esteuropeo, in barba alla sovranità di quei popoli. È semplicemente una illusione propagandista affermare poi che questo contributo diminuirà le disparità fra i paesi europei, visto che tali disuguaglianze economiche e sociali, che si traducono in povertà e disoccupazione, sono proprio imposte dalle politiche di austerità di Bruxelles. E nemmeno si deve cedere al ricatto europeista di interrompere il programma “Erasmus” o altri accordi di ricerca: le università svizzere sono ampiamente in rete con il mondo accademico internazionale (anche se ancora molto dovrà essere fatto soprattutto nell’apertura alle università dei paesi emergenti), le opportunità di scambio dispongono di alternative, che vanno naturalmente però cercate e favorite!
11. La collocazione geopolitica della Svizzera è ovviamente riscontrabile anche nella sua politica militare. Anzitutto ribadiamo quanto deleteria e da immediatamente interrompere sia la cooperazione militare con l’esercito sionista e le sue diramazioni nell’industria degli armamenti. In generale però va denunciata la sempre maggiore assimilazione delle nostre forze armate alla NATO, continuando a venir meno al mandato costituzionale che dovrebbe limitarle a difendere l’ordinamento democratico e la neutralità della Svizzera! Nel pieno della prima ondata pandemica, mentre tutti erano preoccupati per la loro salute, il governo svizzero ha approvato in sordina altri nefasti accordi bilaterali per la cooperazione bellica con la NATO, più precisamente con l’esercito di USA ed Estonia. Ma non è tutto: ormai la presenza di centri studi legati alla NATO nelle università svizzere non viene più nascosta, con tanto di studenti universitari svizzeri spediti all’estero per svolgere degli stage al servizio della NATO con il beneplacito del nostro governo. La stessa adesione della Confederazione al Cooperative Cyber Defence Centre of Excellence (CCDCOE) della NATO con sede sempre in Estonia, a ridosso della Russia è strategicamente sbagliato perché mina la credibilità del nostro statuto di paese neutrale – che dovrebbe essere fautore attivo della pace e della distensione internazionale – e ci rende di fatto complici della spinta espansionistica verso Est della NATO, che mette volutamente e provocatoriamente a repentaglio la sicurezza di tutto il continente europeo. A ciò si aggiunge il vincolo tecnologico e informatico, non solo dei nuovi aerei da combattimento F-35A che il governo svizzero vuole acquistare dagli USA, ma in generale di tutti i nostri armamenti: la loro reale operatività è decisa non a Berna ma presso la NATO, sottomettendo la nostra sicurezza nazionale e la nostra neutralità alle decisioni strategiche agli “alleati” più inaffidabili e guerrafondai: gli USA. Nel Rapporto esplicativo sulla decisione programmatica per il rinnovo dei mezzi per la protezione dello spazio aereo del 23 maggio 2018 – su cui solo il nostro Partito aveva pubblicamente e pionieristicamente messo l’accento sin dall’inizio della campagna referendaria – il Consiglio federale poneva un chiaro discrimine geopolitico ai fini della valutazione degli aerei da combattimento da acquistare, volendo considerare unicamente ed espressamente sistemi d’arma di origine atlantica, escludendo ad esempio prodotti russi e cinesi. Un esercito di un paese realmente neutrale dovrebbe invece diversificare i sistemi d’arma sul piano tecnologico (come fanno peraltro anche paesi membri della NATO un po’ più furbi e meno lealisti di noi). La presenza inoltre di ufficiali svizzeri che, con la scusa del sistema di “milizia”, figurano direttamente sul libro paga di industrie belliche straniere, va denunciata e condannata: non è solo un “banale” conflitto di interessi tipico in regime capitalistico, ma è a tutti gli effetti un attentato alla nostra sicurezza e sovranità da parte di chi tenta di indottrinare ogni anno migliaia di giovani in età di leva! Il Partito Comunista è pronto a contribuire nuovamente a un’ampia coalizione per un’iniziativa popolare che impedisca alla CIA di entrare nei cockpit di aerei che presuntamente dovrebbero difendere la nostra sovranità e che invece la svendono a coloro che vogliono portare il mondo in guerra contro i paesi che non si piegano ai suoi diktat imperialisti e neoliberali, a partire dalla Cina e della Russia. La nostra politica in questo ambito non deve essere oggi orientata tanto alla declamatoria abolizione dell’esercito in sé: nella fase attuale la priorità è agire in modo pragmatico per indebolire i circoli militaristi e filo-atlantici del nostro Paese, non solo
rinunciando a prestare servizio militare preferendo il servizio civile sostitutivo (e propagandando questa scelta massicciamente fra i giovani), ma anche operando per costruire una coalizione ampia che sappia eventualmente parlare anche a chi indossa un’uniforme e non aderisca alle nostre visioni
specifiche sull’esercito, ma che con noi è disposto a fare un pezzo di strada comune per impedire l’allineamento della Svizzera alla politica bellicista e aggressiva della NATO e per riconfigurare il ruolo geopolitico della Confederazione quale ponte di dialogo, pace e cooperazione verso l’Eurasia.
In questo senso il Partito Comunista è pronto ad allearsi con chiunque rivendichi il rimpatrio dei nostri soldati all’estero e in modo particolare chieda la cessazione immediata della missione Swisscoy sotto il controllo della KFOR nell’ambito dell’occupazione della regione serba del Kosovo.
12. Per rallentare – perché impedire è comunque impossibile – lo sviluppo di un nuovo ordine mondiale multipolare, una delle armi a disposizione dell’imperialismo è quella di fomentare in modo preoccupante la sinofobia. Essa è una delle forme più diffuse di razzismo nella fase storica attuale nonostante non venga mai realmente tematizzata, a differenza, ad esempio, dell’antisemitismo che viene spesso indebitamente usato per censurare invece la legittima critica anti-sionista. Il razzismo anti-cinese riguarda purtroppo e drammaticamente tanto settori xenofobi dell’estrema destra quanto parte di quella sinistra liberal che retoricamente si schiera sempre contro il razzismo e per i diritti umani ma che poi non si preoccupa minimamente di diffondere informazioni faziose (se non del tutto inventate) pur di demonizzare il popolo cinese, il suo Partito Comunista e le sue legittime istituzioni. Ed è proprio in questo “unanimismo” (da destra a sinistra) a risiedere la pericolosità della sinofobia e nel contempo la sua fragilità per chi mantiene un certo senso critico. La sinofobia è un’arma ideologica atta a ostacolare l’ascesa economica e a smorzare il prestigio scientifico, diplomatico, ecc. della Repubblica Popolare Cinese a tutto vantaggio del capitalismo e dell’imperialismo atlantico: la Cina infatti con la sua prassi di cooperazione mutua permette non solo uno sviluppo indipendente dei paesi che erano finora tenuti in povertà e soggiogati dal neo-colonialismo euro-atlantico; ma dall’altro permette anche a paesi come la stessa Svizzera di riconquistare la propria sovranità e neutralità diversificando i propri partner commerciali senza dover obbedire ai diktat USA e UE. Insistere su una informazione corretta sulla Cina e sul suo percorso socialista e favorire ogni forma di scambio culturale, accademico ma anche commerciale indebolisce l’imperialismo e la possibilità di una guerra di proporzioni immani. È questa, insomma, la nuova frontiera non solo della lotta al razzismo, ma anche della lotta per l’indipendenza delle nazioni, su cui il Congresso chiede al Partito di indirizzarsi. Come sempre occorre agire principalmente sulla sensibilizzazione delle nuove generazioni bombardate anche a scuola da una vergognosa propaganda: il Partito deve spingere perché si intensifichino gli scambi di studio fra liceali, il gemellaggio fra città, ecc. e spiegando bene alla nostra stessa base che denigrare la Cina è funzionale a impedire un’alternativa all’unipolarismo e a ricompattare le fila nella stessa borghesia svizzera, perpetuandone i privilegi.
13. Importante è che in tempi relativamente brevi il Partito studi e risponda compiutamente alla
“Strategia Cina Svizzera 2021” resa pubblica nei mesi scorsi dal Consiglio federale. La Svizzera si
presenta agli occhi della Cina come una realtà interessante proprio per la sua particolare situazione
politico-economica: inserita nel continente europeo ma non strettamente legata alle strategie geo-economiche (in gran parte filo-USA e sinofobiche) imposte da Bruxelles a tutti i paesi aderenti. È questo posizionamento “indipendente” che ha permesso alla Svizzera di diventare il secondo paese del continente europeo a siglare un accordo di libero scambio con la Cina, così come di diventare membro dell’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), partecipando alla preparazione concettuale e pratica di questa nuova istituzione finanziaria a guida cinese. Siamo convinti che la presenza economica della Svizzera nei mercati asiatici verrebbe favorita da un’iniziativa politico-diplomatica appropriata, ispirata cioè a criteri di pace e cooperazione sui quali come Partito insistiamo nei nostri incontri con le varie controparti. Tutto ciò non viene però ovviamente favorito dalle recenti provocazioni del governo federale, e che si ripercuotono anche sul dibattito interno ad esempio al Partito Liberale-Radicale Svizzero direttamente legato all’élite imprenditoriale del Paese. Per contro all’interno del Partito Socialista Svizzero e dei Verdi il dibattito pare già chiuso, assurgendo a principali organizzazioni anti-cinesi sul piano istituzionale, con tanto di partecipazione di un loro giovane deputato quale co-presidente all’Alleanza Inter-parlamentare sulla Cina (IPAC) il cui scopo è quello di fornire una “risposta coordinata” dell’Occidente esplicitamente contro Pechino.
14. Non si può non constatare che un freno al multipolarismo e a relazioni internazionali eque e pacifiche è rappresentato, nell’area mediorientale ma non solo, dall’entità sionista. Noi non riteniamo la teoria (presuntamente pacifista) dei “Due popoli, due Stati” come risolutiva del conflitto: consideriamo al contrario Israele un’entità sorta dall’occupazione illegale della Palestina, la cui piena liberazione nazionale noi quindi sosteniamo con forza. Il nostro Partito ha finora intrattenuto relazioni sporadiche, per quanto molto cordiali, con le organizzazioni palestinesi. Sarà imperativo non solo costruire relazioni di solidarietà internazionalista più solide con queste ultime, ma iniziare nel contempo a dare voce alle forze anti-sioniste e per la pace che non mancano nemmeno all’interno dell’attuale Stato di Israele, con particolare riguardo ai comunisti israeliani e ai giovani “refusnik” che, rifiutando di arruolarsi nelle forze armate sioniste, ne contribuiscono alla delegittimazione sul piano ideologico. Le nuove generazioni di ebrei rifiuteranno di vivere in un sistema razzista e oppressivo in perenne mobilitazione come nell’attuale Stato di Israele e, unitamente ai giovani arabi, costruiranno la nuova Palestina secolare, democratica e smilitarizzata. Accanto a ciò va ribadito che Israele gode di pesanti entrature in Svizzera non solo nell’economia e nell’esercito, ma anche nel mondo universitario, della cultura e dei media, riuscendo persino a infiltrare settori non marginali della socialdemocrazia con la scusa della lotta all’anti-semitismo. Su questo fronte occorre iniziare a costruire degli argini, perché se gli agenti sionisti consolideranno le loro posizioni nei gangli vitali della società svizzera sarà molto più arduo spostare gli equilibri interni alla Confederazione rendendola indipendente dal sistema atlantico e orientata al nuovo ordine geopolitico multipolare.
15. Per quanto concerne la tragedia migratoria riteniamo opportuno che si superi il mero pietismo e il discorso banalmente caritatevole con cui parte della sinistra occidentale affronta il fenomeno. L’alternativa è un fermo approccio di classe che riconosca nella prassi anti-imperialista e nella cooperazione coi paesi d’origine il suo perno. Da comunisti, infatti, non possiamo non inquadrare il fenomeno migratorio nel più ampio contesto dell’iniqua distribuzione della ricchezza su scala planetaria e dello sfruttamento neo-coloniale delle risorse dei paesi poveri. Il progetto della Nuova via della seta a guida cinese rappresenta una risposta anche a questo dramma, mentre le “rivoluzioni colorate” tanto amate dalle ONG umanitarie filo-atlantiche (“Amnesty International”, “Human Rights Watch”, “Reporters Sans Frontières”, ecc.) ne sono i fomentatori. Ecco perché non esiste reale aiuto agli immigrati se non si lavora nell’ottica della pace e del multipolarismo. Dobbiamo riconoscere che esiste un disagio sociale delle classi popolari residenti a cui però la sinistra risponde solo parzialmente e in modo percepito come poco convincente da chi ne è colpito: episodi di razzismo o di xenofobia sono infatti quasi sempre dettati da problemi economici, dumping salariale, disoccupazione o insicurezza dovuta al degrado e alla marginalizzazione. Accusare di razzismo chiunque non scorga con precisione i responsabili della crisi (che ovviamente non sono gli operai immigrati né tantomeno i richiedenti l’asilo) è il miglior assist che possiamo fare all’estrema destra: è finito il tempo di sterili appelli a un approccio “multiculturale” in realtà di facciata e sempre più autoreferenziale: i problemi sociali esistono e vanno affrontati giocando sull’unità di classe senza distinzioni di origine, contro la borghesia che mette gli uni contro gli altri per diminuire la forza contrattuale e l’efficacia della lotta, peggiorando le condizioni di lavoro e di vita delle classi subalterne in generale, ghettizzandole ad esempio in quartieri periferici. Facile a dirsi, meno a farsi, eppure bisogna distinguersi: i comunisti non seguono l’idealismo no-border che non vede ad esempio il diffondersi di strutture dedite alla tratta di esseri umani che con i sanspapiers ci lucrano. Abbiamo approfondito questo tema con una risoluzione congressuale ad hoc nel 2016, il cui orientamento politico resta pienamente in vigore e confermato dall’odierno 24° Congresso.


