Lo Stato colombiano, usurpato sin dalla sua nascita più di 200 anni fa da una classe dirigente che ha governato per mezzo dell’espropriazione e dell’accaparramento della terra, del sistema predatorio di eredità coloniale e della repressione armata come dispositivo di disciplinamento sociale, non è intervenuto nell’attuale contesto di mobilitazioni e manifestazioni in modo diverso dal suo copione storico. Questo Stato colombiano è diventato una macchina per uccidere, che non ha fatto che perfezionarsi nel tempo, di governo in governo.
Come prove evidenti di tale processo di perfezionamento, per limitarci solo al XX secolo, il massacro, poco conosciuto, di 20 artigiani che protestavano contro il regime, a poca distanza dal Palazzo del Governo, nel 1919, o il famoso massacro dei lavoratori delle banane nel 1928, il cui numero di vittime per le pallottole dell’esercito che difendeva gli interessi della United Fruit Company non è mai stato determinato. Gli anni ’30 si caratterizzano per l’uccisione selettiva dei capi della guerriglia delle Pianure Orientali, gli anni ’40 sono i cosiddetti anni della Violenza, in cui i partiti politici tradizionali incoraggiano l’omicidio politico come parte della disputa elettorale, dinamica che si è solo trasformata con la dittatura militare diretta nel 1953 e la dittatura oligarchica mascherata nel Fronte Nazionale a partire dal 1957. Sotto quella apparente democrazia, la macchina per uccidere eseguì i bombardamenti aerei che cercarono di annientare i contadini di Marquetalia negli anni ’60, e intensificò la guerra contro l’insorgenza e la repressione studentesca degli anni ’70. Poi, avendo già reintrodotto la partecipazione elettorale senza proscrizioni, la persecuzione politica dei partiti o movimenti di sinistra, come l’Unione Patriottica o il M-19 negli anni ’80, fu organizzata dalle istituzioni militari, di polizia e di intelligence della macchina. Parallelamente nel 1994 furono create, con il sostegno ufficiale, le cosiddette “Convivir”, come prime strutture dell’apparato paramilitare, cui seguì l’arrivo dell’esercito e delle agenzie militari USA con il “Plan Colombia” firmato nel 1999 che, con il pretesto di combattere il narcotraffico, in realtà dirigevano le operazioni contro la guerriglia. Va sottolineato che l’uso della repressione come pratica politica viene ufficialmente dichiarato a partire dal governo di Alvaro Uribe nel 2002.
Per confermare che la repressione come politica ufficiale si è intensificata in Colombia, è sufficiente ricordare che l’Uribismo si è inserito nell’ambiente politico con un discorso fascista di “mano dura” contro l’insurrezione, che includeva l’incentivo all’apparato militare a aumentare il numero delle vittime, portando così all’uccisione di migliaia di giovani indifesi, che furono presentati come presunti guerriglieri uccisi in combattimento (i cosiddetti “falsi positivi”). L’Uribismo implicava anche la legalizzazione di strutture paramilitari (o meglio, narco-paramilitari) dopo un presunto accordo di smobilitazione, che ne amplificava il campo d’azione dagli spazi rurali alle città, per annientare ogni tipo di intervento politico di sinistra, allo stesso tempo che accelerava il processo di espropriazione della terra ai contadini e, con essa, il fenomeno degli sfollamenti interni forzati, che in meno di un decennio ha significato l’abbandono delle proprie terre da parte di circa 8 milioni di contadini maschi e femmine (finiti miseramente sovraffollati nelle grandi città). Il numero di contadini, donne e uomini, uccisi in massacri perpetrati nei campi colombiani con la partecipazione diretta dell’esercito (creazione di posti di blocco, prestito di mezzi di trasporto, messa a disposizione delle proprie infrastrutture ai paramilitari, occultamento delle prove dei crimini, tra le altre azioni) è ancora indeterminato.
La macchina per uccidere, o Stato colombiano, ha il nefasto disonore di occupare il primo posto tra gli Stati denunciati davanti alla Corte Interamericana dei diritti dell’uomo, con 40 sentenze contrarie e 5 cause attualmente in contenzioso. Uno di questi è quello dei già menzionati membri e militanti dell’Unione Patriottica, per le gravi violazioni dei diritti umani commesse ai danni di oltre 6.000 persone appartenenti o vicine a detto movimento dal 1984 e per più di 20 anni. C’è anche quello della giornalista Jineth Bedoya per sequestro di persona, tortura e stupro con la partecipazione di agenti ufficiali, oltre alla mancata adozione di misure adeguate e tempestive da parte dello Stato per proteggerla e prevenire il verificarsi di tali eventi. Un altro è il caso dei membri della José Alvear Restrepo Lawyers Collective Corporation, che è legato ad attacchi, atti di intimidazione e molestie e minacce di cui i membri di questo gruppo sono stati vittime per rappresaglia per il loro lavoro in difesa dei diritti umani.
In poco più di 2 anni di costituzione della Commissione per la Verità, entità proposta nell’ambito dei Negoziati di Pace, sono state raccolte testimonianze di circa mille persone che sono dovute andare in esilio fuori dal Paese per salvarsi dalla macchina per uccidere. È chiaro che il numero ufficiale degli esiliati dopo tanti anni di repressione politica non poggia su nessuno scaffale negli edifici statali. Le statistiche che solo i movimenti sociali e le organizzazioni non governative rendono possibili sono la fonte più attendibile, ovviamente ancora frammentata e sicuramente incompleta. Tra questi, vale la pena evidenziare i rapporti della Foundation for Freedom of the Press (FLIP) che elenca un totale di 160 giornalisti assassinati in Colombia a causa del loro mestiere, con quasi il 40% di questi omicidi avvenuti negli ultimi 20 anni .
Ma forse uno degli effetti più nefasti di questa raffinata politica repressiva è stata la generazione di un senso comune fascista, anticomunista (e anti-chavista, per essere più precisi) e razzista, in grandi conglomerati dei settori popolari colombiani. La naturalizzazione dell’assassinio di coloro che manifestavano e si organizzavano nelle formazioni di sinistra non solo ha permesso all’Uribismo di vincere le elezioni (compresa quella dell’attuale presidente della Repubblica Ivan Duque) ma anche di opporsi ossessivamente e acriticamente ai negoziati di pace firmati con le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, FARC-EP. Sulla base di tale impianto ideologico, dal 2016 ad oggi, sono stati commessi circa 1.200 omicidi di leaders sociali, difensori dei diritti umani, ambientalisti, rappresentanti degli studenti, sindacalisti, autorità indigene; il tutto con la complicità (attiva o passiva) delle istituzioni della macchina per uccidere. Il 2020 si è chiuso con il numero record di omicidi politici giornalieri medi e 43 massacri collettivi perpetrati durante l’anno (4).
2021: anno di disoccupazione
I social network testimoniano l’incredibile impunità con cui la Mobile Anti-Riot Squad (ESMAD) reprime le mobilitazioni che si stanno attualmente svolgendo in tutto (tutto!) Il territorio colombiano. Lo sciopero nazionale è stato indetto a partire dal 28 aprile, motivato dal rigetto della riforma fiscale presentata dall’esecutivo, e da allora è rimasto attivo nonostante abbia generato il ritiro ufficiale di detta riforma e le dimissioni del ministro delle Finanze. Ciò può essere compreso riconoscendo l’ampia capacità di mobilitazione e la confluenza di richieste che combinano il rifiuto delle misure di aggiustamento economico, prima e dopo la pandemia, e il summenzionato aumento della repressione statale. Un’analisi specifica della dimensione rivendicativa dello sciopero richiederebbe una riflessione approfondita: Una prima spiegazione si riflette nei dati ufficiali che presentano più della metà della popolazione totale colombiana (57,6%) raggruppata tra le categorie di povertà monetaria ed estrema povertà monetaria. Tuttavia, qui si tratta solo di salvare, oltre alla suddetta ampia mobilitazione e articolazione di vari settori e rivendicazioni, il quadro di continuità che si è riflesso in relazione alle mobilitazioni per gli scioperi svolte nel novembre 2019 e nel gennaio del seguente anno. Questo continuum di partecipazione politica attiva da parte del popolo è un grave colpo alla legittimità dell’Uribismo e una sfida senza precedenti per qualsiasi governante negli ultimi anni.
Questa continuità di mobilitazione popolare è anche legata al ruolo della polizia all’interno della politica omicida dello Stato. L’anno 2019 si è chiuso con l’omicidio paradigmatico di Dylan Cruz, uno studente di 18 anni, che è stato colpito a distanza ravvicinata da un fucile calibro 12 nelle mani di un membro dell’ESMAD. Nello stesso anno si sono potute raccogliere immagini di più attacchi commessi da membri di questa entità. La pandemia del 2020 ha impedito quelle manifestazioni, ma le politiche repressive e il coprifuoco statale sono il nuovo quadro di azione per le forze di polizia. Nella stessa città di Bogotá, nel settembre 2020, Javier Ordoñez è stato assassinato dalla macchina per uccidere (rappresentata da due agenti di polizia) che prima lo ha picchiato e torturato. Le immagini che i testimoni dell’evento hanno diffuso attraverso i social hanno generato un’ondata di proteste culminata in almeno 13 persone uccise anche dalla stessa Polizia. In quegli stessi giorni, 9 giovani detenuti in una stazione di polizia nel vicino comune di Soacha sono morti in uno strano incendio all’interno della prigione. Ancora una volta, le immagini catturate con i cellulari e rapidamente diffuse hanno permesso di stabilire che questi giovani erano stati torturati sul posto e che c’era la responsabilità della polizia per gli eventi che hanno causato le morti. Altri esempi di diffusione mediatica della repressione poliziesca abbondano nelle reti, ratificando il già citato ruolo della Polizia nelle azioni repressive della macchina per uccidere. Il suo agire fluttua tra la repressione delle mobilitazioni di massa e la repressione nascosta e costante del suo compito quotidiano: il punto in comune è il disciplinarmente delle masse popolari.
In mezzo alla pandemia, il Governo ha presentato un aumento del bilancio pubblico destinato al Ministero della Difesa. La cifra che supera i 39mila miliardi di pesos (10 miliardi di dollari circa) sostiene il più grande apparato repressivo dell’America Latina. Secondo il sito web Global Fire Power, dedicato alla compilazione dei dati sulla capacità di armamento delle forze militari di tutto il mondo, l’Esercito Colombiano conta 369.000 soldati, a cui vanno aggiunti i membri della Marina Militare, dell’Aeronautica Militare e della Polizia, e tutti gli altri dipendenti pubblici armati addetti al funzionamento dell’intero apparato repressivo. È possibile che si parli di circa 1 milione di persone abituate a perfezionare la repressione (senza contare le organizzazioni paramilitari e le società di sicurezza private). Questa voce di bilancio può essere facilmente paragonata ai 47mila miliardi di pesos destinati all’istruzione e ai 36mila miliardi alla sanità (nel mezzo di un anno di pandemia e con una crisi sanitaria storica).
L’importo di 39mila miliardi di pesos può essere analizzato anche in relazione alla quota specificatamente destinata negli ultimi anni a ESMAD. Secondo un rapporto del portale di notizie della CNN (6), la squadra antisommossa ha 3.500 soldati e riceve 490 miliardi di pesos all’anno. Ciò significa che una forza che rappresenta meno dello 0,5% dell’apparato repressivo totale riceve circa l’1,3% del budget complessivo della difesa. Da un’altra prospettiva, queste stesse cifre ci permettono di concludere che ogni membro dell’ESMAD costa al tesoro pubblico 140 milioni di pesos all’anno (ovviamente, non solo per i salari). Un insegnante che guadagna, ad esempio, l’equivalente di tre salari minimi incide sulla spesa pubblica per meno di 36 milioni all’anno, ovvero un quarto di quanto costa un repressore ESMAD.
Senza pretesa di stilare un rapporto statistico fedele, ci sono alcuni dati numerici in più che confermano l’idea del rafforzamento omicida della macchina per uccidere. Dieci giorni dopo l’inizio di manifestazioni, marce e blocchi dello sciopero nazionale, organizzazioni sociali e difensori dei diritti umani hanno riportato dati non consolidati che parlano di circa 1.023 persone arrestate, 980 scomparse, 1.040 ferite, un numero indeterminato di donne violentate e almeno 42 persone assassinate: la responsabilità principale ricade su ESMAD. La brutalità che si manifesta nelle immagini che danno conto di questi crimini contrasta con il silenzio ufficiale e la mancanza di risultati delle presunte indagini che gli alti ufficiali di polizia pretendono di svolgere. Ci sono prove molto evidenti di crimini di polizia, come le varie immagini catturate che testimoniano i colpi ricevuti dal giovane ventiquattrenne Elvis Viva, che è deceduto in ospedale, dopo essere stato picchiato da alcuni poliziotti.
Come è avvenuto qualche tempo fa con i gilet gialli di Francia o con la prima linea cilena, il popolo colombiano che si sta mobilitando in questi giorni è vittima di un’azione che mostra lo sviluppo di una repressione sistematicamente pianificata; non per dissipare le concentrazioni, ma per generare terrore nella popolazione nel suo insieme e scoraggiare l’azione di strada e la dissidenza politica in generale. Colpi a bruciapelo e negli occhi, pestaggi collettivi di persone catturate e incapaci di opporre resistenza e aggressioni sessuali su donne e uomini sono esempi di questa politica del terrore. Al momento della stesura di questa nota, Lucas Villa è combattuto tra la vita e la morte, e resiste in un’unità di terapia intensiva dopo essere stato ferito con un proiettile alla testa da un veicolo privato non identificato. Le infiltrazioni della polizia con personale non in uniforme sono collegate ad omicidi mirati di leaders e attivisti di spicco come Lucas.
Lo sciopero ha anche permesso di chiarire che i proiettili lanciati dalla macchina per uccidere non sono solo di piombo. I discorsi ufficiali dei funzionari che vanno dalla stessa investitura presidenziale e vicepresidenziale, l’Alto Commissario per la Pace, ministri, ufficiali dell’esercito e della polizia, tra gli altri, incoraggiano e sostengono continuamente azioni repressive. Parallelamente, costruiscono una narrazione di criminalizzazione della protesta che è completata dalle esplosioni ideologiche dei mass media, di proprietà dei grandi conglomerati economici del Paese. La disinformazione ha raggiunto un tale livello di cinismo, che anche con il supporto di immagini televisive che mostrano membri delle forze di polizia che sparano o picchiano la folla, si parla di “scontri” o di” urti”. Il rafforzamento di questa narrazione è costituito dal “vandalismo” come presupposta ipotesi che spiega (secondo l’interesse della macchina per uccidere) sia l’azione diretta del popolo sia la risposta repressiva dello Stato. Un’idea di “qualcosa che avranno fatto” è incoraggiata nell’opinione pubblica addomesticata per giustificare la repressione, ritenendo le vittime responsabili. Oltre al vandalismo, funzionari e pseudo-giornalisti al servizio della macchina parlano di infiltrazione di organizzazioni criminali (come l’Esercito di Liberazione Nazionale -ELN) e di finanziamento delle mobilitazioni con i soldi del narcotraffico.
Ma niente di tutto questo riesce a nascondere che la guerra che la macchina per uccidere ha dichiarato al popolo colombiano è l’espressione attuale di un sistema decadente che si accanisce nell’oppressione dei settori impoveriti per aumentare la ricchezza di chi è al potere. I quartieri popolari di città come Bogotá o Cali (solo per citare i casi più aberranti) hanno subito la più grande crudeltà delle azioni repressive della polizia. Non è sbagliato caratterizzare questo contesto come quello di una guerra genocida contro i poveri. Per questo uno degli slogan che oggi si ripete in tutte le proteste dello sciopero è uscito dai quartieri popolari periferici: ci stanno uccidendo! E non è un’espressione metaforica.
La macchina per uccidere non si ferma. Oltre ai massacri rurali che continuano a verificarsi in Colombia oggi, ci sono repressioni urbane che, con la tranquillità e l’impudenza date dall’impunità, stanno avvenendo sotto i riflettori di migliaia di telecamere cittadine. Ovviamente tale impunità è garantita da alcuni funzionari giudiziari della macchina. Non sono eventi isolati, eccessi della polizia o procedure sbagliate; è un piano sistematico per sottomettere le persone. Ma, sebbene sia vero che la macchina non si ferma, il corso di questi giorni ha dimostrato che anche le persone, nella loro giusta e dignitosa resistenza, non lo fanno. Il sogno di vivere (e non solo di sopravvivere) è il motore che può sconfiggere il terrore assassino della macchina. Il disgusto di sempre più persone aumenta, e il grido libertario di quelli di noi che scelgono di non tacere o di essere complici passivi della macchina, trascende i confini. Il dovere di ogni essere umano che non ha ancora venduto la propria coscienza al comfort individualistico e al consumo materialistico è di gridare al mondo che ci stanno uccidendo!… per diventare ogni volta sempre più numerosi, saldi nella convinzione che non ci arrendderemo mai!
(Resumen LatinoAmericano)

