lunedì, Aprile 12, 2021
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Capitalismo versus Sanità pubblica

"Pensiamo al personale sanitario ospedaliero che, in prima linea nella lotta al Covid, senza dotazioni di dispositivi di protezione personale efficienti e certificati, si è trovato a dover gestire la situazione, mettendo a rischio non solo la loro salute ma quella dei loro colleghi e delle loro famiglie, e invece di ricevere comprensione e ringraziamenti per il loro sacrificio quotidiano si vedono oggi spesso additati come “untori” e veicoli di contagio"

Di:Luca Stocchi e Alessandro Testa – Centro Culturale Cumpanis Genova
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Non sarebbe servita l’emergenza COVID per farci capire quanto la sanità in Italia versi in una condizione penosa, caratterizzata dalla progressiva erosione dell’offerta pubblica di assistenza, la continua chiusura di ospedali e ambulatori, l’estrema disparità tra regioni e la conseguente difficoltà per alcuni cittadini, tra cui per esempio i liguri, di poter fruire di prestazioni diagnostiche e terapeutiche di livello accettabile.

Vorremmo però soffermarci lo stesso sull’incredibile dilettantismo e sull’approssimazione con cui viene gestita in Liguria la grave emergenza Covid, sia da un punto di vista di approccio diagnostico e assistenziale sia per quanto riguarda la pianificazione e l’esecuzione della campagna vaccinale.

Una tra le prime cose che saltano agli occhi è stata la completa mancanza di coordinazione del “sistema sanità” ligure: se da una parte i medici di medicina generale, che spesso rappresentano la prima linea di contatto con i sospetti casi di Covid, sono stati lasciati soli, con linee guida francamente risibili e improntate all’attendismo più becero (la famigerata “vigile attesa” ovvero prendere un’aspirina e aspettare), dall’altra i pronto soccorsi e gli ospedali si sono trasformati in bolge dantesche affollate di persone potenzialmente positive, stipate in locali insufficienti, spesso senza alcuna attenzione alle necessarie precauzioni di distanziamento e profilassi.

Pensiamo anche al personale sanitario ospedaliero che, in prima linea nella lotta al Covid, senza dotazioni di dispositivi di protezione personale efficienti e certificati, si è trovato a dover gestire la situazione a cui abbiamo fatto cenno sopra, mettendo a rischio non solo la loro salute ma quella dei loro colleghi e delle loro famiglie, e invece di ricevere comprensione e ringraziamenti per il loro sacrificio quotidiano si vedono oggi spesso additati come “untori” e veicoli di contagio…

Nessun piano di assistenza a domicilio, nessuna informazione chiara e comprensibile su come agire, chi contattare, da chi attendersi una visita, un tampone, una parola rassicurante; e riguardo ai vaccini, siamo sicuri che le poche linee guida vengano sempre rispettate, o piuttosto solo pochi medici decidano di prenotare per loro assistito il vaccino adeguato in base al suo stato di salute ed alle sue caratteristiche anamnestiche?

Vale, poi, appena la pena di dire che gli amministratori regionali e la loro “longa manus”, rappresentata da strutture di stampo privatistico quali, ad esempio, ALISA in Liguria, hanno convogliato le già scarse risorse economiche e umane solo sull’emergenza COVID, trascurando di seguire in maniera tempestiva e adeguata molte altre patologie, ritardando visite, diagnosi e interventi e causando presumibilmente aggravamenti e persino esiti assai infausti; dobbiamo purtroppo provare sulla nostra pelle il disastro causato dalla regionalizzazione selvaggia della sanità, che sta causando inaccettabili disparità di trattamento tra i cittadini delle diverse regioni.

Ma ciò che più ci preoccupa è l’inconsistenza del piano vaccinale: a fronte di trionfalistiche presentazioni dell’hub della Foce, questa campagna è marcata da gravi carenze di pianificazione ed esecuzione.

Vediamo come alcune ASL vaccinano e altre no, senza alcuna chiarezza su chi abbia la precedenza, quali siano le tempistiche, chi debba provvedere a inserire i cittadini nelle liste e a comunicarglielo; assistiamo anche a continui cambi di rotta nella strategia vaccinale relativa alle fasce d’età, col rischio che alcune persone ricevano una seconda dose di vaccino diversa dalla prima.

La cosa più grave però è l’incompetenza nella gestione dei pazienti problematici (allergici, fragilissimi, eccetera che vengono respinti dall’hub della Foce ma a cui non viene indicato ove recarsi per essere vaccinati) e la mancanza di un serio piano di farmacovigilanza post-vaccino.

Ciliegina sulla torta, accanto alla carenza di dosi vaccinali dovuta all’atteggiamento prono e servile della politica verso le multinazionali farmaceutiche, dobbiamo anche assistere al becero balletto riguardante i potenziali effetti collaterali di uno dei vaccini somministrati in Italia, una sequela di informazioni inesatte e fuorvianti che ingenerano da una parte il panico e dall’altra una fideistica acquiescenza alla vulgata per cui “è tutto a posto, non c’è da preoccuparsi”.

Mettiamo le cose in chiaro: ad oggi nessun vaccino è “approvato” (e non potrebbe esserlo, dato che invece delle tempistiche abituali i tempi per la messa in commercio sono stati più che dimezzati); i vaccini oggi in commercio sono “autorizzati condizionalmente sotto circostanze eccezionali”, ovvero sono in tutto e per tutto ancora farmaci sperimentali il cui iter di studio prosegue e si concluderà solo nel 2023.

Inoltre, alcuni di questi vaccini non sono prodotti secondo la collaudata e classica tecnologia del “virus inattivato” o del “frammento di virus”, ormai ampiamente conosciuta e sperimentata, ma con tecnologie innovative quali quella dell’mRNA che, pur essendo assai interessanti e promettenti, non danno alcuna certezza per ciò che riguarda gli effetti collaterali a medio-lungo termine.

Non si capisce come mai dei vaccini basati su una tecnologia innovativa e poco sperimentata sono stati approvati a tamburo battente, mentre vaccini tradizionali quali Sputnik russo o Sinovac cinese sono rifiutati per partito preso dalle nostre agenzie regolatorie, forse perché sono stati prodotti non dalle multinazionali angloamericane ma dai russi o dai comunisti brutti e cattivi.

Altro punto dolente è la negazione cieca e ascientifica della possibile correlazione tra eventi avversi anche mortali e alcuni vaccini ad oggi commercializzati in Italia: nonostante emergano sempre più casi e molti studiosi stiano cominciando a propendere per l’esistenza di un nesso causale tra vaccinazioni e tromboembolie, i nostri “esperti” scientifici e politici continuano a negare e minimizzare.

Osceno è, poi, a fronte di una sempre più evidente correlazione tra questo vaccino e l’insorgere di eventi avversi anche mortali, l’obbligo imposto a determinate categorie di lavoratori di vaccinarsi se non vogliono correre il rischio di perdere il lavoro: è un po’ come mettergli in mano un revolver e costringerli a giocare alla roulette russa, sperando che la dose che viene loro inoculata non sia quella che li ucciderà.

Antiscientifica è anche la pervicace affermazione che “il vaccino è l’unica arma contro il Covid”, quando anche uno studente del secondo anno di medicina sa che i Coronavirus, altamente mutanti, sono particolarmente refrattari a qualunque strategia vaccinale.

Sappiamo invece bene che esistono trattamenti, sintomatici quanto vogliamo (cortisonici, anticorpi monoclonali, plasma di convalescenti ed eparina a basso peso molecolare) capaci di ridurre la percentuale di malati che svilupperanno la forma grave e necessiteranno quindi di ospedalizzazione e cure intensive.

Purtroppo però, da noi si continua con la “vigile attesa” e qualche antinfiammatorio, invece di diramare linee guida stringenti e articolate che impongano un corretto approccio terapeutico alla questione.

L’odioso “scudo penale”, che impedisce di fatto ad un cittadino che si ritenesse leso nel suo diritto alla salute di chiedere alla giustizia che chi gli ha causato il danno lo risarcisca equamente ed eventualmente assuma le sue responsabilità davanti alla legge, chiude degnamente il desolante quadro dell’incompetenza e menefreghismo del governo e delle amministrazioni regionali.

Concludendo, il nostro giudizio, come comunisti e ancor prima come cittadini, non può quindi che essere decisamente negativo; invece che talk show quotidiani sui principali media nazionali e locali, per fronteggiare e risolvere l’emergenza COVID servirebbero a nostro avviso le seguenti misure:

• Una decisa politica di potenziamento della sanità pubblica, che vada al di là dell’emergenza;

• L’abolizione della regionalizzazione in sanità, causa di sperequazione e ingiustizie;

• La nazionalizzazione dei brevetti e la conseguente produzione pubblica dei vaccini;

• La rapida approvazione e commercializzazione del vaccino Sputnik;

• La priorità della ricerca e dell’applicazione di un approccio terapeutico efficace;

• L’applicazione cauta ma rigorosa del vecchio adagio “primum non nocere” e quindi la sospensione immediata dei farmaci sospetti di causare eventi avversi gravi;

• La rimozione, in linea col dettato costituzionale, dell’obbligo coattivo di vaccinazione previsto dal decreto Draghi, e la conseguente tutela della sicurezza sul lavoro del personale sanitario e dei pazienti attraverso tamponi settimanali e fornitura di dispositivi di protezione personale efficaci e certificati, il cui uso sia obbligatorio per tutti, vaccinati e non vaccinati