È in prima pagina su tutti i media di questo periodo la notizia, e fa scalpore, della protesta di esercenti, ristoratori, artigiani e altri lavoratori autonomi che, esacerbati dalle chiusure imposte dall’emergenza COVID e senza prospettive chiare su come affrontare la situazione, si riuniscono, discutono fra di loro, protestano sui social, si organizzano e finalmente scendono in piazza per gridare a gran voce la loro rabbia e la loro disperazione.
È chiaro a tutti come costoro si siano sentiti abbandonati e traditi da quello che reputavano il loro alleato principale, il capitale, e dalla sovrastruttura che eminentemente lo rappresenta, ovvero lo stato liberale e liberista; è stato per loro un colpo terribile, mai avrebbero immaginato di trovarsi da un giorno all’altro catapultati da un relativo benessere al non riuscire molte volte a far quadrare i conti a fine mese, con la prospettiva di perdere d’un colpo tutto ciò che avevano costruito con una vita di sacrificio, davanti al silenzio tombale delle istituzioni che credevano loro alleate.
Ad una prima, superficiale analisi, sembrerebbe del tutto naturale che questo movimento di protesta sia caduto nelle mani della destra sovranista, e per giunta pesantemente infiltrato da realtà francamente fasciste come ad esempio Casapound, ma a nostro avviso vale veramente la pena di spingere la nostra analisi un po’ più a fondo.
Innanzitutto, bisogna necessariamente rimarcare l’incapacità dei componenti del ceto medio di sfuggire ad un approccio eminentemente individualista del problema e delle sue possibili soluzioni: si tratta evidentemente della mancanza di un’autonoma analisi dei reali interessi contrapposti in gioco, ovverosia in buona sostanza dell’incapacità di sviluppare una vera coscienza di classe.
Sappiamo del resto che, come Marx e Lenin hanno abbondantemente sottolineato, nessuna classe è in grado di sviluppare una sua coscienza che vada al di là degli afflati ribellisti dell’individuo, se non è guidata da un’avanguardia che sappia condurre una serrata analisi concreta della situazione in atto e prendere le redini delle energie sprigionate dalla frustrazione di chi si riconosce sfruttato.
Ma allora, perché la sinistra, anzi per meglio dire, coloro che si richiamano al comunismo e al marxismo-leninismo, non sono stati capaci di porsi come punto di riferimento per questo movimento di protesta?
Lungi da noi cavalcare la nota “teoria del caos”, ma a nostro avviso è biasimevole la disattenzione al limite del disprezzo che la sinistra ha sempre avuto verso i cosiddetti “autonomi”, disattenzione talvolta francamente venata di rigurgiti idealisti e moralistici per cui chi non è un operaio, o almeno un lavoratore dipendente è sempre e comunque indegno di ogni considerazione, è solo un evasore, un padroncino, un “nemico del popolo”.
Questo approccio si risolve necessariamente nell’incapacità di condurre una corretta analisi dei fatti, cui consegua la capacità di mostrare a tutte le parti in causa le contraddizioni in gioco, guidando gli individui a comprendere la loro natura di classe e a capire che i loro interessi sono in realtà allineati a quelli della classe lavoratrice e non a quelli del capitale.
Bisogna chiaramente saper discernere, per esempio, tra la piccola trattoria a conduzione familiare e il grande ristorante di lusso che impiega decine e decine di dipendenti tra camerieri e personale di cucina, così come un artigiano che tiene a bottega un paio di apprendisti non è la stessa cosa di una grande impresa artigiana che è in realtà in tutto e per tutto una piccola realtà industriale, ma il risultato non cambia: esiste di fatto una schiera di lavoratori autonomi che stanno vivendo una crisi reale, tangibile e tragica.
A questo punto una domanda sorge spontanea: questa crisi è solo un evento eccezionale, dovuta all’emergenza causata dalla pandemia, un evento che se ne andrà così come è arrivato quando il virus sarà sconfitto, o è qualcosa di più profondo e strutturale?
A nostro avviso questa crisi è tutt’altro che un evento accidentale e casuale, ma trova le sue ragioni e le sue cause nell’evoluzione naturale del capitalismo che, da una crisi ricorrente all’altra, deve sempre escogitare nuove azioni tese alla salvaguardia dei suoi interessi messi continuamente a rischio dalla caduta tendenziale del saggio di profitto.
Accanto alle classiche soluzioni che ormai conosciamo bene, ovvero il taglio dei salari, la delocalizzazione, la lotta imperialista per il dominio di nuovi mercati e nuove fonti di lavoro e materie prime a buon prezzo, una delle strategie che il capitale ha imparato a impiegare è l’accorciamento e la compressione della catena distributiva e commerciale.
Questo è ancor più vero in Italia, terra ove l’artigiano, l’esercente, la piccola partita iva sono sempre riusciti fino a poco tempo fa a ritagliarsi uno spazio indipendente, creandosi un’isola di relativo benessere; purtroppo, ormai è sotto gli occhi di tutti come da qualche tempo ci siano segnali chiari della spietata implementazione di questa strategia del capitale.
- Sempre più piccoli negozi chiudono soffocati dalla grande distribuzione;
- Il grosso del commercio B2B ma anche B2C si sposta dai classici piccoli negozi a catene commerciali e piattaforme online gestite da multinazionali sostanzialmente in mano al capitale finanziario cosmopolita;
- Il ristorante e la trattoria “all’antica” vengono sempre più aggrediti e messi fuori mercato da proposte di ristorazione a basso costo e bassissimo valore (ricordiamo anche che la carenza di tempo sempre più marcata, conseguenza ineluttabile del modo di produzione capitalista, impedisce a molti di prendersi lo spazio per il classico pranzo in trattoria);
- Gli stringenti e a volte bizantini regolamenti UE rendono sempre più difficile operare a chi non sia sostenuto da strutture aziendali robuste e capaci di esercitare il lobbismo;
- Il cartello della grande distribuzione soffoca piccoli produttori e intermediari imponendo prezzi d’acquisto che lasciano pochissimo margine di manovra agli operatori del settore;
- Ultimo, ma non per importanza, è il ruolo di banche e istituzioni finanziarie nel modulare l’accesso al credito, strangolando spesso chi potrebbe ancora salvarsi se gli fosse data un minimo di fiducia.
Quindi possiamo dire a ragione che la proletarizzazione di questo ceto medio non è affatto un evento eccezionale come certa stampa vorrebbe farci credere, ma ha piuttosto profonde radici che vengono da lontano, e che la crisi pandemica non ha fatto altro che far esplodere una contraddizione che già cominciava a manifestarsi: dovendo scegliere chi sostenere e chi sacrificare, il capitale e il suo braccio sovrastrutturale, la UE ed i governi nazionali, non hanno esitato a macellare il ceto medio, accelerando un processo che come abbiamo visto era già in atto da tempo.
Purtroppo, il nostro errore è stata la disattenzione verso questo fenomeno, condita come detto prima con un malcelato disprezzo verso chi non è lavoratore dipendente, focalizzandoci magari su qualche caso effettivamente esecrabile ma che non rappresenta la sostanza di questo segmento sociale e dimenticando che la massa di queste persone, la classe del ceto medio in via di progressivo impoverimento, merita invece tutta la nostra attenzione e il nostro rispetto.
Crediamo che, ora come non mai, bisogna porsi schiettamente il problema, utilizzando lo strumento principe del marxismo, l’analisi materialista dialettico/storica e non un approccio idealista e santimonioso.
Se vogliamo ragionare, dunque, in termini di analisi economica strutturale marxista, questo segmento sociale ed economico non appartiene più, se mai vi è appartenuto, al mondo del capitale, seppure per anni si sia ritenuto e abbia agito come suo alleato naturale.
Il vero capitalista, infatti, investe denaro per acquistare merci (tra cui la merce lavoro) e trovarsi alla fine del ciclo con più denaro di quello che aveva all’inizio, denaro che potrà reinvestire in successivi cicli di accumulazione in cui il denaro stesso perde la sua natura di mera unità di conto per facilitare gli scambi tra merci e diviene vero e proprio feticcio (e le merci che il capitalista, grazie ai suoi guadagni, può acquistare ad uso personale per vivere nel lusso divengono, per così dire, degli “effetti collaterali” del meccanismo).
Il lavoratore invece, e tra questi anche i piccoli esercenti, i ristoratori, gli artigiani e così via, utilizzano le merci, tra cui il loro lavoro ed eventualmente quello di familiari o pochissimi dipendenti, per ricavare denaro che utilizzeranno in buona sostanza per acquistare merci che gli consentano da una parte di continuare a sostenere la loro attività e dall’altra di condurre una vita dignitosa.
Siamo quindi davanti a due modelli concettualmente opposti: Denaro-Merce-Più denaro per il capitalista, Merce-Denaro-Merce per il lavoratore, l’artigiano, l’esercente e tutti coloro che vivono sostanzialmente del loro lavoro.
Solo se sapremo condurre rigorosamente quest’analisi strutturale e la sapremo comunicare con parole semplici, comprensibili e coinvolgenti a quelle persone che, disperate e confuse, si riversano in piazza a protestare, potremo sottrarle all’abbraccio mortifero della destra che ha tutto in mente tranne che i loro interessi e far crescere invece in loro una solida coscienza di classe così necessaria per un reale cambiamento che conduca sulla via del socialismo.
In pratica, come comunisti, vogliamo declinare questi concetti in misure concrete per le categorie di cui abbiamo parlato:
- Ristori puntuali e realmente in grado di garantire un sostegno dignitoso
- Blocco degli affitti per coloro che siano documentatamente non più in grado di pagarli
- Detassazione totale fino alla fine dell’emergenza pandemica
- Una tantum sui grandi redditi
- Patrimoniale da applicarsi ai grandi capitali
- Lotta senza quartiere all’elusione fiscale delle multinazionali
- Riduzione drastica delle spese militari, per esempio quelle che affrontiamo a causa della nostra permanenza nella NATO
- Estrema attenzione nella pur necessaria revisione delle aliquote IRPEF ed IRAP, per evitare che essa si risolva come d’abitudine in un favore agli alti redditi pagata dal ceto medio

