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Minoan-Blue Monkey. Fresco Palace of Knossos. Crete c - 1500 BC

La Civiltà Cicladica costituisce un policentrico luogo di formazione dell’arte greca degli esordi, sviluppatasi nel mar Egeo dal 3200 a. C.

Le opere prodotte provengono in maggior parte dagli scavi delle necropoli, in cui sono venute alla luce ceramiche incise da ornati rettilinei o curvilinei e altri prototipi, la cui decorazione coroplastica presenta la spirale ripetuta. I reperti oggetto d’indagine sono la fiasca rotonda, la padella e la brocca a becco.

L’arte delle Cicladi è inizialmente imperniata sulla sintesi schematica del disegno, per cui definiremo questo primo stadio di evoluzione come “periodo geometrico”, che sarà comune a molte “civiltà artistiche mediterranee”.

Tra i prodotti d’arte cicladica compaiono statuette in cui tale sintesi geometrica è applicata anche al corpo umano scolpito, nel modellato di anatomie muliebri nude spesso con le braccia incrociate sul ventre.

Come riscontrato negli esempi della scultura preistorica, nell’arte proto-cicladica la testa delle sculture subisce una sintesi estrema, assumendo spesso forma ovoidale, con posizione sovente reclinata all’indietro. L’unico volume distinguibile dei tratti del volto sarà costituito dal setto nasale, risolto in sunto.

Il novero delle statuette ritrovate nelle Isole Cicladi presenta sagome di suonatori di arpa o flauto a becco, assisi o eretti, cui si alternano armigeri e cacciatori modellati o scolpiti. Oltre alla pietra, sarà precocemente introdotta la fusione del bronzo, metallo poi intensamente impiegato.

Nel percorso che porterà alla restituzione della realtà, questa stilizzazione primordiale consta della semplificazione assoluta delle anatomie, che, come accennato per l’arte primitiva, saranno d’esempio agli artisti del Novecento in periodi di crisi della scultura realistica. Si tratta di una stilizzazione per incapacità di ottenere risultati più realistici.

L’assenza di una normativa specifica sulla tutela dei lavori non ha consentito di preservare il repertorio cicladico, finito per buona parte in collezioni private a seguito di scavi abusivi con dispersione del corpus proveniente dai giacimenti delle necropoli.

Torna qui un soggetto eletto più di ventimila anni prima, la divinità detta Grande Madre, sebbene il suo ruolo non sia certificato essere della magica progenitrice, quanto di protettrice dei defunti e “sovrintendente degli dei”, dunque incarnazione delle forze della natura.

Ciò appare evidente nel distacco della figura dalle cure terrene, elicitato dalle braccia serrate attorno al busto.

Della pittura parietale cicladica restano segmenti figurativi, che mostrano il repentino impegno verso l’acquisizione del naturalismo, nell’accurato sforzo nella resa dei dettagli, quanto fa comparsa un fascinoso preannuncio del dinamismo. Il senso cromatico è vivace con l’uso di tinte “irrazionali”, talora con il “viraggio” nel tempo a toni alleggeriti e meno saturi. Ciò è evidente nell’affresco Soggetto marino con quattro delfini, dalla schematica fissità ancora arcaica. Seguono le assai emancipate raffigurazioni dal flessuoso realismo delle Scimmie blu dell’Akrotiri Collection nel palazzo di Cnosso, e della Scimmia che si nutre di papiro, del XVI secolo a. C. Sono, questi, preclari esempi dello stadio detto “a figure contornate e tinte piatte”, presente in molta della pittura parietale proto-greca.

Nel Soggetto marino con quattro delfini i mammiferi natanti, sinteticamente stilizzati, sono disposti quasi casualmente nello spazio rappresentativo, disegnati con un segno sicuro, riempendo poi le campiture di colore omogeneo.

Le Scimmie blu mostrano già tutt’altra levatura, disegnate con credibili tratti, dando poi colore azzurro agli animali raffigurati mentre cercano di nutrirsi tra piante lacustri con opportuna resa della postura del corpo. Ancor più pertinente, e quasi scientifica, sono l’anatomia e il moto della scimmia che cerca cibo nel canneto, sintomo preclaro del veloce sviluppo dell’arte greca.

Se Creta ha come prototipo architettonico la città-palazzo, Micene racchiuderà l’organismo urbano entro possenti mura ciclopiche, ove la rocca difende e conserva gli apparati religioso-cultuali. La porta della città, detta Porta dei leoni (o delle leonesse), è incastonata nella cinta urbica costituita da blocchi di pietra, incastrati e cementati tra loro.

La porta segna un primo riutilizzo del trilite, costituito da due monoliti sgrossati e posti in verticale, come stipiti che reggono la trave superiore, sovrapposta ad essi in orizzontale. Sovrasta tale impianto, il triangolo di pietra scolpito, da cui aggettano gli altorilievi dei leoni. La colonna tra le due fiere simboleggia la città, che la forza militare protegge con le sue ardimentose protezioni.

Il livello figurativo delle due belve, oggi “acefale”, denota il superamento alla “soglia arcaica”, mostrando nella scultura un emancipato approfondimento dell’anatomia zoomorfa nella sua energia volumetrica. L’abile modellato fonda quel naturalismo che in Grecia sarà posto come primario obiettivo dell’arte, applicato alla resa del corpo sia umano che animale.

La Maschera funebre (detta di Agamennone), probabilmente risalente al sec. XVI a. C. e conservata ad Atene nel Museo archeologico nazionale, è esempio dell’arte plastica micenea più remotamente arcaica, che, con la tecnica dello “sbalzo su lamina dorata”, tenta di tracciare i lineamenti del viso del defunto.

A Micene la terracotta dipinta e smaltata si affermerà nelle molte versioni della Dea dei serpenti conservate al Museo archeologico di Iraklion. Di varia datazione – alcune si fanno risalire al sec. XVII a. C. – questi manufatti chiariscono la generale non omogeneità della produzione artistica micenea, quanto l’avventuroso progresso rappresentativo micenea, compiuto con vasto anticipo rispetto all’attività plastica egea.