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Scrivere in occasione dell’anniversario della morte del compagno Ambrogio Donini (10/06/2026), è un grande onore ma, soprattutto, provoca nel sottoscritto una strana sensazione. Un po’ come raccontare, in parte, un percorso della vita, forse come aprire l’album delle fotografie ingiallite di famiglia. Quegli scatti fotografici, invecchiati dal tempo, che più suscitano emozione e ricordi.

I primi fondamenti di questa vicenda vengono da mio padre, dalla sua gioventù e dal suo arrivo, neanche ventenne, nella grande metropoli milanese. Come di sua proprietà, è quel libro, quasi logoro, oggi riposto nel mio scaffale. Volume, anche questo dalle pagine ormai ingiallite, dalle molte parole sottolineate in lapis, che in meno di duecento pagine, riassume decine di anni di militanza comunista del compagno Donini.

Babbo lascia, giovanissimo, il suo piccolo paese nella profonda provincia bresciana, per giungere, nel primissimo dopoguerra, nella grande città. Lascia, come tanti, per entrare (come succedeva un tempo) in una di queste aziende che, della città meneghina, ne fecero la spina dorsale produttiva. Impossibilitato, però, a farlo per via della segnalazione del signor curato di campagna che, in occasione di una campagna elettorale, lo vide affiggere manifesti del PCI per le vie cittadine del piccolo borgo natio. Quest’ultimo ne segnalò l’accaduto a qualcuno dell’ufficio del personale di quell’azienda e, quindi, comunicandone la non affidabilità del soggetto e il suo status di comunista. Ma tant’è, babbo arrivò, poco più che diciottenne, in quella che forse era una delle periferie più “rosse” della metropoli milanese. Trovò prima una stanza e poi un microscopico appartamento, dopo il suo matrimonio, all’ombra della casa del popolo di Lambrate e in quelle vie, dove ancora correva la voce di quelli che la Volante Rossa l’avevano vissuta. Trovarono spazio nel suo quotidiano le riunioni di sezione, presso la casa del popolo, e probabilmente la prima morosa da portare a ballare in quel luogo, fatti che determinarono ancor di più le sue scelte politiche. O meglio, le scelte di dove stare in seno al PCI.

Che Lambrate, con la sua cintura di fabbriche grandi e meno grandi, fosse in quel periodo un “presidio secchiano”, non vi è dubbio. Che “Cristallo”, fosse quasi di casa, non vi è dubbio e che una volta scelto di defenestrare il “Comandante politico delle Garibaldi” dagli organismi dirigenti del partito, tale scelta, in quel territorio, suscitò sgomento, ira e profonda delusione. Gli stessi sentimenti, che solo qualche decennio dopo, provarono i militanti, quando lor signori decisero di liquidare il PCI.

Ho letto e riletto attentamente quel libro, tuttavia devo ammettere che la spinta per iniziare la sua lettura, mi venne da un pressante invito di mio padre. Non ricordo le testuali parole, ma il senso della frase era pressappoco questo:

“Un grande intellettuale, uno studioso e docente universitario, nonché stimato e valoroso dirigente del PCI, fin dai tempi della clandestinità. L’uomo, che con la sua azione, raccoglie l’eredità politica del compagno Secchia e di tutti quei compagni che in Secchia vedevano una prestigiosa guida…”

Resta indiscutibilmente ovvio che l’89 viene prima del ’91, viene prima di quel fatidico congresso di liquidazione di quella comunità politica, ma nel novembre dell’89, dove quel segretario annunciava in quel della Bolognina, la fine di quel partito, quell’annuncio, non sorprese proprio nessuno. Solo dopo diverso tempo, tuttavia, ho compreso del perché, babbo e molti suoi conoscenti e compagni, militanti in quella che tempo prima era stata l’area culturale d’Interstampa, non vollero mai iscriversi al partito nuovo del compagno Cossutta. Non vollero mai iscriversi a quella strana “creatura mutante”, a quella specie di “Giano bifronte”, dalle mille anime eclettiche, che Rifondazione sarà, fin dal suo nascere. Esperienza, quella, che nel giro di poco tempo, perso il collante della prima ora, si sgretolerà in mille rivoli e in infinite fratture, deludendo aspettative e speranze di tante e tanti.

Quelli della mia generazione, arriveranno tempo dopo, quasi sul finire della vicenda d’Interstampa, quando il “Concetto Marchesi” e la “Cooperativa Aurora”, qui a Milano, da casa dei leninisti del PCI si trasformerà, armi e bagagli, nella prima sede del “movimento della rifondazione comunista”. Della rivista, poco più che un bollettino dalla veste scarna, spesso letta nella sezione universitaria di via Archimede, quella più prossima alla facoltà di via del Conservatorio, ne ricordo i contenuti. Fogli riportanti notizie e articoli, presi soprattutto della stampa estera, quella dei paesi dell’est. Fogli probabilmente utili, per far conoscere alle compagne e ai compagni, la realtà del mondo del “socialismo realizzato”. Realtà, quest’ultima, molto spesso strumentalizzata o decisamente manipolata, dalla stampa nostrana e occidentale.

Io non ho mai avuto l’onore e il piacere di conoscere il compagno Donini e di questa cosa mi rammarico moltissimo. Anche per questa ragione, mi scuso anticipatamente, per le inevitabili lacune che queste righe conterranno. Per questa ragione, mi scuso con i compagni che lo conobbero personalmente, con tutte e tutti e nella fattispecie con il compagno Natali che, per un pezzo importante della sua vita, ne fu stretto collaboratore.

L’otto agosto del 1963, nel giorno del suo sessantesimo compleanno, il quotidiano l’Unità, in apertura, pubblica il telegramma del Segretario generale del partito, seguito da un’ampia biografia curata da Valentino Gerratana. L’attacco del telegramma recita, “Nella ricorrenza del tuo sessantesimo compleanno, ti esprimiamo le nostre cordiali, fraterne felicitazioni. Entrato a militare nelle fila del nostro partito, proprio quando più dura si faceva la dittatura fascista e più difficile era fare una scelta politica di fondo, tu hai dato alla nostra causa tutta la tua elevata capacità intellettuale, tutte le tue energie. In Francia, in Spagna, in America, con la parola, la penna, con l’esempio, per educare nuove forze democratiche e diffondere la fiducia nel socialismo…”. (P.Togliatti)

Conseguita la maturità a pieni voti, Donini si iscrisse alla Facoltà di lettere dell’ateneo romano, dove, allievo del Buonaiuti, si dedicò soprattutto allo studio della storia delle religioni, laureandosi brillantemente nel 1925. L’anno successivo, su pressioni delle massime gerarchie cattoliche che avevano già sospeso a divinis e scomunicato il Buonaiuti, il Duce, l’uomo della marcia su Roma in persona (deciso a eliminare ogni ostacolo all’imminente accordo concordatario con il Vaticano), provvide a togliere la cattedra al Buonaiuti, motivandolo con il suo rifiuto, assieme a pochi altri docenti universitari di tutto il paese, di pronunciare il giuramento di fedeltà al fascismo. Alla cattedra del professor Buonaiuti, succedette lo stesso Donini. Da grande intellettuale, affermerà senza ombra di alcun rimpianto, che «docente universitario a ventitré anni, con la pesante eredità del mondo nel quale ero sino ad allora vissuto, se fossi rimasto in Italia, sarei probabilmente diventato uno dei tanti rappresentanti del mio ceto. Un accademico onorato dai potenti, quello che i francesi chiamano un “grand commis” dello Stato borghese. Sarei senza ombra di dubbio, sceso a compromessi con la dittatura fascista, come è avvenuto per quasi tutti gli intellettuali di quell’epoca, ne avrei ipocritamente esaltato le gesta, fino alla disfatta, per poi riemergere nelle stesse funzioni dopo la liberazione».

Il grande afflato umanista, la necessità di non sottostare ad un regime reazionario, la forza nell’ideale, ne segnerà profondamente il destino. Quel giovane docente universitario, già dal 1927 sarà iscritto al Partito comunista clandestino. Nel 1928, con l’Ovra alle calcagna, sarà costretto ad abbandonare l’insegnamento universitario e inevitabilmente dovrà prendere la strada delle Americhe. Qui otterrà un dottorato presso la Harvard University at Cambridge specializzandosi in ebraico e siriaco e in quell’ambito conoscerà Olga Jahr, che sarà sua compagna di tutta una vita. Per Donini inizierà un lungo periodo di peregrinazioni, funzionali all’attività propagandistica a favore del partito e dell’antifascismo militante: Belgio; Francia, dove nel frangente assumerà il ruolo di redattore capo de “La voce degli italiani”. La terra d’Unione Sovietica lo vedrà ospite, come altri paesi e luoghi ancora, attività che spesso lo porterà nel rientrare più volte clandestinamente in Italia.

Di grandissima importanza, il suo primo rientro in Italia, nell’autunno del 1934 a Torino. Nella circostanza vedrà, tra l’altro, il suo primo incontro con Giulio Einaudi. Incontro, quest’ultimo, in virtù dell’incarico assegnatogli dal “Centro Estero” di riallacciare, per quanto possibile, vecchi e nuovi contatti con l’intellettualità nostrana, non propriamente filo-fascista, oppure, convintamente antifascista. Quell’incontro, segnò l’inizio di una forte collaborazione, fin dai tempi resistenziali, tra l’editore e il partito. Tuttavia, tale fruttuosa circostanza e soprattutto i contenuti della stessa, determinarono la base su cui poggiare l’intero lavoro che il compagno Donini venne chiamato ad effettuare dalla comunità degli esuli comunisti in terra di Francia.

Lavoro che portò notevoli ripercussioni, in occasione dell’organizzazione e del suo personale intervento nell’assise, al “Congresso mondiale degli scrittori per la difesa della Cultura” che si celebrò per la prima volta a Parigi nel 1935. Il fior fiore dell’intellettualità di quasi tutto il mondo si trovò in quel contesto, francesi, belgi, sovietici ma soprattutto esponenti della cultura italiana. Guglielmo Ferrero, Gina Lombroso, ma soprattutto, nella capitale francese, giunse Gaetano Salvemini. Ancor più importante fu il secondo congresso, quello di Madrid, con intellettualità mondiale (nella circostanza, si presentarono oltre ai precedenti, pensatori americani e tedeschi, tra questi B. Brecht, T. Mann e la giovanissima A. Seghers) in difesa della Repubblica Spagnola, nel pieno della guerra antifascista. Nel 1939, ancora negli Stati Uniti, dirige il settimanale antifascista in lingua italiana “l’Unità del Popolo”.

Donini è anche protagonista di un tentativo di liberare Gramsci, dal carcere fascista, attraverso la mediazione vaticana e con l’esplicito appoggio del governo sovietico e del compagno Stalin: lo scambio del capo dei comunisti italiani con alcuni prelati cattolici prigionieri in Urss. Il tentativo non ottenne il risultato sperato in quanto, all’ultimo momento, l’opposizione diretta di Mussolini alla liberazione del grande intellettuale comunista, impedisce a monsignor Pizzardo, inviato del Vaticano, di visitare Gramsci nel carcere di Turi. Dei documenti di questa azione diplomatica e di queste trattative, sono state trovate evidenze negli archivi vaticani, nel dopoguerra.

Il compagno Donini rientra in Italia, nel 1945, dopo quasi vent’anni di esilio. Uomo dalle mille sfaccettature e dalle notevoli capacità, con un profilo fortemente marcato, sia sul piano politico che culturale, ricopre senza sosta i più svariati ruoli conferitegli. Consigliere comunale a Roma, ambasciatore italiano in Polonia nel 1947, candidato ministro degli esteri, deve chiudere la sua esperienza più strettamente al servizio del governo e del paese, a causa della fine dell’esecutivo di unità nazionale (tra le forze antifasciste), dopo il viaggio di De Gasperi negli USA. Senatore del Pci dal 1953 al 1963, importantissimo dirigente del partito, quindi come tale presente nei diversi organismi nazionali dello stesso. Vice-direttore di “Rinascita” rivista di cultura politica, fortemente voluto da Togliatti, primo direttore della Fondazione Gramsci.

Rispettivamente nel 1956, nel 1968 e nel 1979, Donini approva gli interventi sovietici in Ungheria, Cecoslovacchia, Afghanistan. Entra in rotta di collisione col gruppo dirigente del Pci. Nel 1979, a causa della posizione ostile assunta nei confronti della svolta berlingueriana del “compromesso storico”, viene defenestrato dalla Commissione Centrale di Controllo, senza motivazione apparente e soprattutto senza che possa difendersi. Dopo i fatti polacchi del 1981, è uno dei maggiori animatori della rivista “Interstampa”, che raccoglierà nel suo alveo, l’area (che per semplicità definiremo) degli “ex secchiani” e di tutto quel corpo di militanti, per niente convinti “della fine della spinta della Rivoluzione d’Ottobre” e quindi più affini all’Urss. Iscritti e militanti di quel partito che, nel giro di un decennio, approderà alla “Bolognina” e al drammatico atto finale del congresso di Rimini.

Non posso esimermi, dal manifestare l’immenso genio politico di quest’uomo, traendo dal volume della biografia del compagno Donini, una citazione di una modernità inaudita.

“C’è stato un tempo, in cui gli intellettuali organici, agivano in funzione di mediatori tra gruppi egemoni e le grandi masse: ad esempio nel periodo storico del Risorgimento e poi, su scala assai più valida, nella Resistenza. Ma quella caratteristica si sta spegnendo. L’intellettuale d’oggi sta divenendo complice della spinta al consumismo, difende e diffonde il costume e il modo di vivere dei privilegiati, in un clima di crescente povertà civile e morale. Se vi guardate attorno, non potrete negare questa desolante constatazione. I grandi mezzi d’informazione, manovrati dagli stessi agenti, dalla televisione alla radio ed alla stampa, ne completano il quadro”.

Un uomo di una tale levatura intellettuale, morale, politica, figlio della borghesia italica ottocentesca, non poteva che chiudere il suo volume autobiografico con una frase che pare essere quasi un lascito testamentale: “… eppure dalle lavoratrici e dai lavoratori italiani, ho imparato assai più che non dai libri”. Probabilmente monito alle donne e agli uomini, che nel nuovo millennio, da quella classe, dovranno ripartire. Se ancora una volta, come un tempo, sceglieranno di confrontarsi con la nuova audace scommessa. Quella di far rinascere nella nostra martoriata nazione, il “Partito” che un altro grande intellettuale, al pari di Ambrogio Donini, definì in estrema sintesi, come il “paese nel paese”.

Ci sono donne e uomini che sono il “sale della terra”, io credo che Ambrogio Donini sia stato uno di loro.