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I compagni e le compagne partono presto, il mattino, da ogni parte d’Italia. Con le macchine, con i pullman, con i treni. La meta è Roma. Il giorno è il 30 ottobre, ultimo scorso. Si va alla manifestazione organizzata dal Comitato “No Draghi”, già “Comitato 27 febbraio”, così chiamato per il fatto che il 27 febbraio del 2021, pochi giorni dopo l’instaurarsi del governo Draghi (13 febbraio) una serie di forze comuniste, antimperialiste, anticapitaliste, – tra le quali, citandone solo alcune, “Cumpanis”, il Partito Comunista, Patria Socialista, il Movimento per la rinascita del P.C.I. e per l’unità dei comunisti, il Centro Culturale Proletario – scendevano unite, contemporaneamente, in 50 piazze d’Italia, mobilitando migliaia e migliaia di lavoratori, giovani, studenti, intellettuali, denunciando il fatto che il governo italiano era stato affidato all’uomo – Draghi – che più di ogni altro incarna gli interessi del grande capitale finanziario internazionale, gli interessi dell’imperialismo USA e della NATO, della Banca Centrale Europea e dell’Unione Europea. Che più di ogni altro incarna gli interessi del grande capitale italiano e come nessun altro ha imparato e praticato “l’arte” meschina e oscura (un tradimento del proprio popolo) delle privatizzazioni selvagge, della destrutturazione e della svendita del patrimonio pubblico – economico, industriale, finanziario, bancario – per metterlo graziosamente, da servo, nelle mani dei grandi gruppi padronali, italiani ed esteri. Questa prima, grande lotta avviene, appunto, lo scorso 27 febbraio. Altre ne seguiranno, per il “Comitato 27 febbraio”, come quella, davvero di massa, del 25 aprile 2021, estesa in quasi tutte le città d’Italia, con le parole d’ordine: antifascismo è lotta di classe!

Ora è il 30 ottobre 2021, Draghi, a capo del nuovo partito filo imperialista unito – Lega-PD-M5S-Forza Italia-Italia Viva di Renzi e cespugli come articolo 1 che si azzardano ancora a dirsi di sinistra – ha agito come i comunisti sapevano e avevano denunciato sin dal 27 febbraio: ha firmato, in Cornovaglia, gli atti di guerra imposti da Biden contro la Cina e la Russia; si è genuflesso ai nuovi piani di riarmo nucleare delle basi USA e NATO in Italia e sul fronte europeo; ha garantito all’Unione europea che i prestiti di Bruxelles saranno pagati da Roma con un nuovo giro di vite contro le pensioni e lo stato sociale, contro la sanità pubblica e la scuola pubblica; ha dato assicurazione al grande capitale italiano che le centinaia di migliaia di operai che dovevano uscire dal lockdown con la cassa integrazione potranno essere invece licenziati; che i salari saranno ancora congelati nella loro forma miserabile; che i contratti saranno di nuovo bloccati; che la precarizzazione di massa del lavoro sarà la nuova forma strategica del lavoro. E tutto ciò con una mano poggiata fraternamente e amichevolmente sulla spalla di Landini.

È il 30 ottobre e Draghi ospita a Roma il G20, i venti potenti del mondo. Li ospita per lustrare le scarpe a Biden, agli USA, alla NATO, all’Unione Europea e ai suoi Paesi imperialisti, alla Francia, alla Germania, alla Gran Bretagna. A Roma si finge di parlare di commercio internazionale, di vaccini, di clima, ma in verità ci si muove – tranne la Cina e la Russia, che significativamente non mandano i loro leader, Xi Jinping e Putin – per rafforzare i legami e le strategie predatorie internazionali.

Partiamo, dunque, per Roma, il 30 ottobre, noi del Comitato “No Draghi”: Associazione e rivista “Cumpanis”, Centro Culturale Proletario; Federazione Gioventù Comunista; rivista “Gramsci Oggi”, Movimento per la Rinascita del P.C.I. e per l’unità dei comunisti, Patria Socialista, Spred it, Riconquistare l’Italia, Gruppi fb “Contro la Fornero”.

In macchina ci si avvicina a Roma: all’uscita dell’autostrada, lungo l’itinerario opposto, per uscire da Roma, file infinite – centinaia di auto – fuggono, in verità, dalla capitale. Il governo, le forze dell’ordine, i media, hanno seminato ansia e paura per le mobilitazioni anti G20: “Ci saranno scontri, attacchi, violenza”. Non ci sarà nulla, nemmeno un piccolo parapiglia. Ma la popolazione fugge, o si rinserra in casa, in attesa della sera, della fine delle manifestazioni. Quelle che un tempo, 40 anni fa, erano le mobilitazioni di massa, di popolo, oggi, col popolo impaurito, intimidito dalla violenza del potere e dai proclami dei media, con tanta parte dei lavoratori chiusi anch’essi nelle case per la paura “della violenza” e passivi per l’abitudine a rinunciare alla lotta che tanta parte del movimento sindacale ha installato nelle loro coscienze, diventano manifestazioni militanti, di militanti organizzati. Con scarsa adesione popolare e di massa. E vale per tutti. E l’unica soluzione è il ritorno alla lotta, al conflitto sociale, alla lotta di classe condotta dal movimento operaio complessivo, dalle avanguardie, dai comunisti.

Verso le 14.00, i compagni e le compagne del “Comitato contro Draghi” iniziano ad entrare in Piazza San Giovanni, l’immensa piazza concessa al Comitato. Il giorno dopo, “La Repubblica” parlerà di 200 persone in Piazza San Giovanni, “Il Corriere della Sera” di 300. Se in quella grande piazza vi fossero state solo 200 o 300 persone, essa sarebbe apparsa una piazza desolatamente vuota, con larghi spiazzi deserti. Invece è una piazza piena: la presenza dei compagni e delle compagne, dei militanti, dei tantissimi giovani, degli operai di fabbrica e dei lavoratori si estende sino ad ogni angolo della piazza. Chi c’era ha visto. Le foto della piazza piena lo attestano. Ma per i giornali siamo poche centinaia. Pazienza, “Il Corriere della Sera” e “La Repubblica” sono pagati per questo, per sminuire e deridere le lotte operaie, le lotte anticapitaliste. Per leccare il culo al PD e al capo supremo di tutti loro: Draghi il vampiro. E raccontare le gesta di Biden e dei capi imperialisti del mondo a Roma.

Tante sono le bandiere rosse, di ogni tipo ma rosse, in Piazza San Giovanni. E tante falci e martello. Tanto comunismo in lotta. Pian piano, peraltro, la piazza “si dilata”: attorno ad essa, lungo le strade adiacenti, finalmente giungono i non militanti, giungono piccoli pezzi di popolo, di lavoratori, di donne, di giovani non organizzati dal “Comitato No Draghi”. E la piazza assume, se non di massa, una forma di massa. Verso le 16.00 sarà già una piazza non solo militante, ma anche con un pezzo di popolo.

Ma di tutto ciò né i giornalisti del “Il Corriere della Sera” e de “La Repubblica” si accorgeranno, tutti presi, ne siamo testimoni, non ad ascoltare gli interventi dal palco o a “capire” la piazza e l’oltrepiazza, non a rimarcare la presenza in Piazza San Giovanni dei metalmeccanici, delle donne precarie, degli operai licenziati, dei giovani studenti e dei giovani docenti precari, ma a cercare ossessivamente l’elemento stravagante, il compagno con la foto di Stalin, con il colbacco russo. Per poi scrivere solo di questo. Perché per questo sono stipendiati. “Scrivete di costume”, è la parola d’ordine dei loro direttori. La Nato, la guerra, la povertà di massa, la disoccupazione, il taglio delle pensioni, “non tirano”. Annoiano i borghesi, non “catturano” i piccolo borghesi.

Invece, i pennivendoli avrebbero fatto meglio ad ascoltare gli interventi dal palco di Piazza San Giovanni, poiché molto si è parlato di precarietà, di sfruttamento bruto, questioni che magari, con i padroni che hanno al CorSera e alla Repubblica, tra poco potranno interessare anche loro.

E gli interventi sono stati tanti: pezzi di società in sofferenza, alla testa dei conflitti; avanguardie della lotta di solidarietà con i popoli oppressi, contro le guerre imperialiste, contro la NATO, contro le politiche iperliberiste dell’Unione Europea.

Lucido, forte è l’intervento di Piergiorgio de Grazia, giovanissimo studente, della Consulta studentesca di Terni, che parla della drammatica situazione della scuola, dell’untuosa farsa liberista dell’alternanza scuola-lavoro, delle strutture fatiscenti, del caro-libri, dei vuoti immensi sul piano delle docenze; emozionante è il discorso di Alberto Fazolo, giornalista (vero, lui, non un quaquaraquà come quelli in piazza), del Comitato Donbass antinazista, che rievoca gli orrori perpetrati dalle bande nazifasciste ucraine dirette dagli USA, dalla NATO, dall’UE, nel Donbass; di spirito internazionalista è l’intervento di Damiano Rumanò, della segreteria di Roma dell’Associazione Italia-Cuba, che ricorda a tutti l’ennesimo tentativo di golpe che solo poche settimane fa gli USA hanno tentato contro Cuba, golpe respinto dai comunisti cubani e dal popolo cubano; appassionato è il racconto di Giuseppe Merella, militante di Palestina Libera, che rammenta alla Piazza l’orrore che Israele quotidianamente, dalla Striscia di Gaza ai territori palestinesi occupati, dissemina a piene mani contro il popolo palestinese. È, poi, un vero e proprio urlo la denuncia che lancia Pasquale Vespa, dell’Associazione Nazionale Docenti per i Diritti dei Lavoratori, che ricorda le sofferenze lunghe dei tanti e tanti insegnanti precari, che da ogni governo sono dimenticati, che reggono la scuola ma sono sempre cancellati, resi invisibili; Antonio Ferrari, segretario generale metalmeccanici FLMU, afferma chiaro e tondo quanto male abbia fatto e stia facendo a milioni di operai, di lavoratori, la maledetta concertazione sindacale, ricordando che lo scopo finale della lotta operaia, comunque, è la presa del potere, il socialismo (si sente più, un dirigente sindacale dire queste cose?); sono gli operai, peraltro, a ribadire l’esigenza assoluta del ritorno pieno al conflitto di classe: lo chiariscono dal palco Tommaso Pirozzi, della Fca Stellantis di Pomigliano e Alberto Valicelli, della Elettrolux. Grande è l’intervento di Manlio Dinucci, che parla in diretta telefonica ma scalda la piazza con la sua dura accusa alle spinte belliche imperialiste contro la Russia e la Cina, parla dell’intento americano di una guerra nucleare, dell’esigenza primaria dell’uscita dell’Italia dalla NATO e della NATO dall’Italia. E bello, davvero bello è l’intervento di Dora Cavezza, lavoratrice Alitalia, che ricorda quanto male fanno, alla società tutta e ai lavoratori e alle lavoratrici, le privatizzazioni delle grandi aziende, come appunto l’Alitalia. È, poi, Alessandro Testa, dell’Associazione nazionale “Cumpanis”, ad affrontare il tema della precarizzazione violenta del lavoro, dell’immensa, attuale, capacità produttiva del capitale, di come esso abbia, dunque, meno bisogno di forza lavoro e come, per questo, butti fuori i lavoratori dalla produzione e come, pertanto, la lotta deve essere quella della riduzione secca dell’orario di lavoro, “ma non a parità di salario, come affermano le forze sindacali moderate, ma con più salario, per dare una vita degna ai lavoratori, per attaccare il profitto”. Testa ricorda come questa della diminuzione dell’orario di lavoro con un giusto adeguamento salariale sia la campagna che sta lanciando “Cumpanis” e come questa lotta non può che essere di tutte le avanguardie, dei comunisti.

Interviene Igor Camilli, segretario nazionale di Patria Socialista e incendia la piazza, con i suoi richiami alle grandi storie rivoluzionarie del movimento operaio e comunista, con l’esigenza di rialzare, oggi, quelle gloriose bandiere di lotta.

Sentito, emozionante, applauditissimo è l’intervento della compagna Renate Koppe, Responsabile del Dipartimento Esteri del Partito Comunista Tedesco (DKP): l’imperialismo USA, la NATO, l’UE sono i nemici dei popoli, contro di essi va diretta ogni lotta di liberazione nazionale e la lotta internazionalista!

Marco Rizzo, segretario del Partito Comunista, svolge l’ultimo intervento. Marco è lucido, secco nel ragionamento; non concede nulla alla facile propaganda ma ragiona con la piazza. E pone i problemi enormi dei pericoli di guerra mondiali che portano con sé i padroni imperialisti che sono oggi a Roma, pone il problema della NATO come questione centrale, sebbene rimossa da tutto l’arco parlamentare; pone il problema enorme dell’UE e l’esigenza, “razionale”, di uscirne e uscire dall’Euro, “nonostante i balbettii, anche su questo punto, di tanta sinistra”; pone il problema del PD, che qualcuno ancora crede democratico mentre è la stessa proiezione partitica della NATO e dell’UE in Italia; pone la questione della CGIL come forza sindacale oltremodo moderata e ormai fortemente incline a svendere i diritti dei lavoratori. E pone il problema, tra gli applausi della piazza, della vera militanza antifascista - “non quella da salotto del PD”- e dell’unità delle forze del “Comitato No Draghi” per proseguire la lotta.

In questo 30 ottobre, in questa Piazza San Giovanni, non solo l’unità delle forze che si riconoscono nel “Comitato No Draghi” ha fatto un passo avanti, ma diversi passi avanti – tra le centinaia di bandiere con la falce e il martello – ha fatto anche il progetto dell’unità dei comunisti, per il quale “Cumpanis” si batte.